Il futuro è radioso: 10 registe da tenere d’occhio

Cerchiamo di spargere un po’ di ottimismo che, non so voi, ma io in questo periodo ne ho davvero tanto bisogno.
L’altro giorno stavo guardando il primo episodio della serie Yellowjackets, diretto da Karyn Kusama, e ho pensato che anche solo 7 o 8 anni fa sarebbe stato quasi impossibile vedere una regista dietro la macchina da presa del pilot di una serie così prestigiosa, costosa, con un cast che colleziona facce note come se fossero figurine. Magari si poteva scovare qualche donna a dirigere un paio di episodi nel mezzo della stagione, e comunque la cosa si sarebbe notata a stento. Oggi, al contrario, il nome di Kusama è importante, dà prestigio alla serie, molte persone che conosco hanno visto la puntata perché l’ha diretta lei, non per altro. Karyn Kusama è una pioniera: girava horror nel 2009, quando al massimo si poteva guardare con nostalgia ai bei tempi di The Slumber Party Massacre; si giocava quasi la carriera, perché il suo Jennifer’s Body nessuno ha capito bene come gestirlo, questo oggetto strano che i produttori maschi hanno pensato bene di pubblicizzare come una specie di commediaccia scollacciata per il pubblico maschile, proprio perché mancavano i precedenti. 
Jennifer’s Body è il precedente, Karyn Kusama è il precedente. 
Dopo aver visto (a proposito, è bellissimo) la puntata di Yellowjackets ho dato una rapida occhiata ai film di cui ho parlato negli ultimi 4 anni qui sul blog, e mi sono resa conto di quanto sia cresciuta la percentuale di horror diretti da donne. Così ho pensato di compilare una lista per chiudere la settimana: all’inizio dovevano essere cinque nomi, poi sono diventati 10, perché ne ho selezionati 20 e ho dovuto dimezzare, altrimenti questo post non finiva più. 
10 registe, quindi, ma ci sono delle regole: non devono essere già affermate, non devono aver fatto film con grandi studi (ciò esclude, per esempio, Nia DaCosta perché Candyman è una produzione medio-alta, e comunque lei è già sotto contratto con la Marvel) e devono aver diretto almeno un lungometraggio dal 2017 a oggi. 
Immaginate la mia gioia quando, con tutte le restrizioni che mi sono autoimposta, ne ho trovate il doppio di quelle che cercavo. 
E quindi, senza ulteriori indugi, eccole, in rigoroso ordine alfabetico che su queste cose non è elegante fare classifiche. 

1. Prano Bailey – Bond 

Bailey-Bond si è fatta notare alla scorsa edizione del Sundance, dove ha presentato il suo esordio, Censor. Gallese, regista di videoclip e cortometraggi, vincitrice di un bel po’ di premi in giro per la Gran Bretagna.
Nel 2015 gira il corto Nasty, ambientato negli anni ’80 all’epoca del boom dei VHS e della conseguente e molto aggressiva campagna della censura britannica contro gli horror che arrivavano nelle case dei bravi cittadini grazie all’home video. Nasty è l’anticamera di Censor, che si occupa sempre dei video nasties, ma dal punto di vista di un’impiegata della commissione censura. Il film è girato in 35mm, con inserti vari in Super8 e in VHS, per rendere ancora più credibile la ricostruzione d’epoca, ma non possiede l’estetica dell’exploitation, se non quando deve imitarla per riprodurre i film censurati. 
È uno degli horror migliori dell’anno in corso, ma a mani basse. 
Non so che progetti abbia in cantiere Bailey-Bond: su IMdB non c’è nulla di suo in pre-produzione, ma credo che sentiremo ancora parlare di lei molto presto. 

2. Axelle Carolyn

Nasce a Bruxelles nel 1979 e si appassiona all’horror giovanissima. Comincia la carriera scrivendo per fanzine e riviste di settore e pubblica anche due saggi (premiati entrambi) sul cinema dell’orrore. Esordisce non dietro, ma davanti alla macchina da presa, recitando in Centurion di Neil Marshall (avete presente la barbara a cui cavano un occhio?), dirige i soliti cortometraggi che le permettono di acquisire la visibilità necessaria per arrivare, nel 2013, al lungometraggio: Soulmate è una ghost story tutta atmosfera e niente soldi, un lavoro molto interessante che vi consiglio di recuperare, se riuscite a reperirlo. Nel 2015 cura (e dirige un episodio) il film antologico Tales of Halloween. 
Per i cinque anni successivi, nella sua vita lavorativa succede poco o nulla. Ma nel frattempo a qualcuno capita di guardare Soulmate, di rimanerne affascinato e di decidere che sì, quello è proprio lo stile giusto per una puntata della serie che sta producendo. La serie è The Haunting of Bly Manor, il produttore e regista è Mike Flanagan, e l’episodio è l’ottavo, quello in bianco e nero. 
A quel punto la carriera di Carolyn decolla: la troviamo alla regia di episodi di Creepshow e di American Horror Story, mentre con la Blumhouse dirige il recente The Manor. Al momento è impegnata con The Midnight Club, altra serie prodotta da Flanagan, ma io vorrei lei dessero un bel budget per un film di fantasmi. 

3. Rose Glass

Il critico Mark Kermode (non uno a caso, insomma), l’ha definita “a thrilling new talent in British cinema”; ha vinto il premio per il miglior esordio ai BIFA, è stata candidata al BAFTA (e non l’ha vinto solo perché il mondo è un luogo ingiusto); in compenso però ha vinto il London Film Festival. Ma alla fine, i premi lasciano il tempo che trovano e credo che siano pure ingombranti da tenere a casa. L’importante è che Rose Glass, al suo primo lungometraggio abbia lasciato tutti tramortiti. Perché è questo l’effetto che fa Saint Maud, ti tramortisce. È uno degli horror più eleganti e, allo stesso tempo, duri e crudeli degli ultimi anni, un film che svuota e rovescia il concetto di possessione demoniaca, riuscendo a dire qualcosa di nuovo su un tema che più classico e abusato non si può. 
Non si hanno ancora notizie di un suo eventuale secondo film, ma io vi giuro che se mi lasciate Rose Glass al palo dopo una bomba simile, non rispondo delle mie azioni.

4. Brea Grant

Lei la conoscete di sicuro come attrice, se bazzicate l’horror indie un po’ mumblegore. Ha infatti una discreta quantità di titoli in curriculum, tra cui il recente Lucky, di cui è anche sceneggiatrice e che dovremo rinominare nel corso di questa lista; come regista debutta nel 2013, con la commedia apocalittica Best Friends Forever. Segue l’ormai consueta trafila di cortometraggi, qualche sporadico episodio di serie tv e ancora tante apparizioni sullo schermo, fino al 2020, quando Grant dirige nientemeno che Angela Bettis in 12 Hour Shift: siamo sempre dalle parti della horror-comedy, nera che più nera non si può, e sempre nell’ambito di una produzione indipendente a bassissimo costo, nonostante tra i produttori figuri David Arquette. Il film è comunque molto riuscito, ha un bel ritmo forsennato e segna il ritorno sulla scena di Bettis dopo non si sa quanti anni. 
Grant ha anche un magnifico podcast, che conduce insieme a Mallory O’Meara, e si chiama Reading Glasses. Si parla di libri, ovviamente, e si ride tantissimo. 
Di recente, anche lei è entrata nella scuderia Blumhouse, con cui ha un film in post-produzione che dovrebbe uscire nel 2022, Tattered Hearts

5. Natalie Erika James

Ha diretto l’horror più bello e importante dell’anno scorso, è giovanissima (praticamente una pupa), piena di talento fino a scoppiare e arriva dall’Australia: è Natalie Erika James, che già nel 2011 scrive, produce, monta e ovviamente dirige il suo primo corto, e ci mette circa 10 anni per trovarsi alla guida di un film vero e proprio. Di mezzo c’è l’intervento di Leigh Whannel, che la prende come assistente sul set di Upgrade e la aiuta a trovare dei finanziatori per il progetto di un horror psicologico sulla demenza senile. Sto parlando di Relic, se ancora non ve ne eravate accorti, che tra l’altro è disponibile su Prime, quindi non avete più una scusa che è una per non vederlo. 
Dopo il successo di Relic, la Platinum Dunes l’ha messa al lavoro sul suo secondo film, in questo momento ancora in pre-produzione e con trama e cast tenuti sotto stretto riserbo. Dovrebbe uscire l’anno prossimo. 

6. Natasha Kermani

E parlando di giovanissime, anche Natasha Kermani non scherza, considerando soprattutto che sta già al suo terzo film e che ha diretto 5 cortometraggi e svariati episodi di serie tv. In pratica è una veterana del set a neanche 30 anni. Vi avevo detto che avremmo parlato ancora di Lucky, ed eccoci qui: quella feroce satira dello slasher che tanto mi ha impressionata qualche mese fa, è roba sua. Kermani ha avuto a che fare con attori importanti come Rat Wise, che ha diretto nel film del 2017 Shattered, si trova a suo agio con vari generi, dal thriller alla fantascienza, all’horror puro e, tra le registe di cui parliamo oggi, mi ha sempre dato l’impressione di essere la più “professionista”, quella in grado di gestire qualunque situazione, di girare ogni tipo di film a qualunque costo, quella che i produttori e gli showrunner fanno la gara ad assumere perché porta sempre a casa il lavoro e non sfora il budget. 
Ultimamente si sta occupando di adattare il racconto di Joe Hill The Abraham Boys, che segue le vicende dei figli di Van Helsing dopo gli eventi di Dracula. 

7. Chelsea Stardust

Stardust cresce professionalmente alla corte Blumhouse, dove lavora come assistente di produzione su svariati progetti, a partire da Paranormal Activity, fino ad arrivare a Whiplash. È tuttavia Fangoria a darle la possibilità di esordire alla regia di un lungometraggio dopo la consueta trafila di corti, che per lei è particolarmente lunga: ne gira 7 dal 2015 al 2018; l’anno successivo, arriva Satanic Panic, la commedia splatter su patti col diavolo e lotta di classe che porta Stardust all’attenzione degli appassionati come una delle voci più irriverenti e anarchiche dell’horror contemporaneo.
Al che, la Blumhouse capisce l’errore e se la riprende, facendole dirigere All that We Destroy, il miglior film di tutta la serie di Into the Dark. 
Anche qui, nebbia completa su eventuali progetti futuri: speriamo spunti fuori qualcosa presto perché di donne che dirigono film splatter e caciaroni ne abbiamo tutti un estremo bisogno. 

8. Sophia Takal

Takal ha avuto la sfortuna di dirigere il remake di Black Christmas del 2019, attirandosi gli strali di una certa fascia di spettatori cui andrebbe tolta la connessione, o direttamente andrebbero tagliate via dita e lingua, così la smettono di sparare fesserie. Dico sfortuna perché quello doveva essere il film che l’avrebbe fatta conoscere al grande pubblico, e invece ha rischiato di stroncarle la carriera sul nascere. 
In realtà, non si trattava di un esordio: Takal è attiva da anni nel circuito dell’horror indipendente, come produttrice (ha la sua casa di produzione, la Little Teeth Pictures), sceneggiatrice, attrice e regista, e nel 2016 ha firmato Always Shine, un horror-noir interessantissimo e di cui si parla un po’ troppo poco. La Blumhouse la chiama prima per il solito Into the Dark, che ha fatto da trampolino di lancio per parecchie registe indie, e poi le affida Black Christmas, e lì il disastro. Per il momento, ha diretto due episodi della serie tv di Peacock One of Us is Lying, ma non si vedono film all’orizzonte. È un peccato, perché Takal ha un grande talento, e quello che è successo al suo film non è giusto. La speranza è che torni a dirigere presto, facendo venire un colpo ai suoi detrattori. 

9. Emma Tammi

Tammi esordisce alla regia in un lungometraggio nel 2018, con l’horror-western The Wind, affrontando in una botta sola due generi molto complessi, anzi, facciamo tre, perché The Wind è anche un folk horror. Non sono moltissimi gli horror con la potenza evocativa di The Wind, soprattutto se pensiamo al budget con cui è stato girato, ma Tammi è riuscita a volgere a proprio vantaggio tutti i limiti di un’operazione così a rischio, creando una vera e propria ballata sull’isolamento. Due anni dopo, eccola con il solito Jason Blum a lavorare a Into the Dark, per cui dirige due film. Al momento sta preparando un horror prodotto e interpretato da Selena Gomez, le cui riprese dovrebbero partire in primavera e che si intitolerà Dollhouse. 

10. Jenn Wexler

La scuola dove Wexler si è formata è la Glass Eye Pix di Larry Fessenden: nasce infatti come produttrice e ha in carriera una quantità abbastanza impressionante di horror che conoscete per forza. L’esordio arriva nel 2019 con lo slasher The Ranger, in cui ovviamente Fessenden mette la faccia e lo zampino. Tra i giovani autori cresciuti all’ombra della leggenda Larry, Wexler è tra i più interessanti; la conoscenza approfondita dei meccanismi produttivi le permette di lavorare con pochissimo, ma con risultati strabilianti, e la passione che, si vede, è viscerale, per il genere, l’ha portata a firmare un film che segue tutte le tappe classiche dello slasher, ma allo stesso tempo ne ribalta quasi ogni singolo cliché. Oramai sono passati due anni dal debutto, e sarebbe il caso che tornasse dietro la macchina da presa, ma non ho notizie a riguardo. Nel frattempo, ha prodotto altri tre film, ma non mi basta: voglio un altro slasher, e lo voglio ora. 

3 commenti

  1. Ammetto di essere cresciuto vivendo la mia passione per il cinema con una genuina ingenuità infantile refrattaria alle questioni poste dagli spettatori adulti,per me il film in sè veniva sempre prima di ogni altra cosa,indipendentemente dalla mente creatica che c’era dietro,se il film era bello io ero contento e non mi interessava affatto il sesso della persona che lo aveva diretto,non mi ponevo il problema! Ovviamente crescendo e di conseguenza avendo a mia disposizione i mezzi culturali di informazione,scoprì una realtà a me aliena che ignoravo! Il talento va sempre premiato,e se oltre alle potenzialità,ci sono anche rispetto e onestà,allora io dico fatevi avanti e liberate la vostra creatività! Come al solito un salutone a te Lucia,ciao!

  2. Io a Brea Grant le voglio bene, perché ha recitato in Halloween II di Rob Zombie. Ogniuno ha i suoi guilty pleasure…

  3. Peccato che tu abbia dovuto fare una scelta ponderata -con restrizioni- per poter ridurre la lista a soli dieci nomi, perché altrimenti ci avrei di sicuro aggiunto anche Arkasha Stevenson…

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