Lucky

Regia – Natasha Kermani (2020)

Un rumore al piano di sotto sveglia May nel cuore della notte. Va a controllare e le pare di vedere uno sconosciuto che si aggira sul retro della sua casa. Chiama suo marito e lui, tranquillissimo, le dice: “Sì sì, non preoccuparti, è solo il tizio che viene qui tutte le notti e cerca di ucciderci. Ora dobbiamo lottare per le nostre vite”. Si alza, prende una mazza da golf da un angolo della camera da letto e, sempre serafico come se stesse andando a bere un bicchiere d’acqua, si avvia giù per le scale, seguito da una sbigottita May, che non ha idea di cosa stia succedendo.
Questa è la premessa di Lucky, diretto da Natasha Kermani e scritto e interpretato da Brea Grant, una regista, attrice e sceneggiatrice che, se leggete spesso il blog, dovreste conoscere, anche soltanto di nome. Kermani è invece al suo terzo film e, devo ammetterlo, non la conoscevo, ma mi riprometto di recuperare i suoi lavori precedenti e di seguire con molta attenzione cosa ha in mente per il futuro.

Lucky sta a metà tra uno slasher e un home invasion, con il twist rappresentato dalla natura ciclica dell’aggressione subita dalla protagonista May: dopo quel brusco risveglio nel cuore della notte, infatti, la faccenda si ripete ogni notte successiva, e in seguito anche in pieno giorno, con l’uomo mascherato che viene messo fuori combattimento o addirittura ucciso, e poi sparisce nel nulla, la polizia che arriva, fa domande superflue e se ne va, e il tutto che ricomincia da capo.
Non si tratta di un loop temporale, perché le giornate cambiano, le persone che circondano May sono consapevoli di quanto sta accadendo, ma è il tempo stesso a perdere significato, è la percezione che di esso ha la protagonista a distorcersi e a creare un effetto “giorno della marmotta” senza che tuttavia si vada seriamente a pasticciare con la cronologia della vita di May.

E infatti la vita prosegue: il marito se ne va e la lascia sola a combattere ogni notte con l’aggressore misterioso, gli agenti continuano a dimostrarsi inutili e soprattutto a trattare con una sufficienza sospetta l’accaduto, mentre la povera May prosegue nelle sue ripetitive uccisioni dell’uomo senza tuttavia venirne a capo o liberarsene.
Non credo ci sia bisogno di spiegare troppo la metafora evidente alla base del film, che funziona proprio per la sua chiarezza adamantina e per la precisione chirurgica di scrittura e messa in scena. Il calvario di una donna che subisce una costante aggressione, circondata da indifferenza e accondiscendenza e si ritrova, ogni santo giorno, a combattere in totale solitudine e a chiedersi cosa abbia fatto di male per meritare una cosa del genere e se, sotto sotto, non sia poi colpa sua.

Attenzione però, perché chiarissima non significa affatto condotta con mano pesante, anzi. La struttura del film, i dialoghi, le situazioni surreali in cui May si trova invischiata sono tutti connotati da una profonda intelligenza da parte di Gran e Kermani, intelligenza nell’individuare i termini giusti, nel gestire i personaggi, le loro reazioni, nel creare intorno a May una bolla di incomunicabilità per cui il fatto di essere minacciata di morte ogni 24 ore circa appaia agli altri come una cosa perfettamente normale, quasi un evento naturale, mentre noi spettatori e May vorremmo metterci a urlare e prendere tutti a sganassoni, ma non lo facciamo perché poi, altrimenti, ci accusano di isterismi eccessivi.
Insomma, se qualcuno ti entra in casa in piena notte e vuole farti la pelle, la risposta collettiva è il solito “e che sarà mai!”.

Brea Grant, e lo abbiamo visto parlando del suo 12 Hour Shift, si trova a suo agio con i toni da commedia nera stralunata e sopra le righe. Non fa eccezione Lucky, in cui una certa ironia molto consapevole e molto amara bilancia il registro più drammatico della regia di Kermani. L’ironia si coglie a partire dal titolo: May è fortunata perché ancora non è stata ammazzata, così le ripetono i poliziotti, i consulenti psicologici che le vengono affidati, il suo stesso marito e persino il suo agente (è una scrittrice di manuali di self-help, e anche qui l’ironia è voluta), in uno scambio di battute esilarante verso la fine del film, quasi dovesse ringraziare il suo assalitore: in fondo, è tutta intera e poteva andarle peggio.

È satira sociale al suo meglio, Lucky, ed è anche un’originale revisione dei classici tropi dello slasher. Il fatto, dolorosamente noto a tutti, della sottovalutazione della violenza che le donne subiscono in ogni angolo del globo, viene inglobato nel cliché del maniaco mascherato che non muore mai e, come un novello Jason dei sobborghi, continua a rialzarsi e a perseguitare le sua vittima. Considerata la caratterizzazione profondamente misogina di gran parte degli assassini dello slasher, classico e contemporaneo, era solo questione di tempo perché le registe horror del cinema indipendente americano se ne appropriassero e ne offrissero una loro versione.
Il primato, in questo senso, ce l’ha il Black Christmas del 2019, ma Lucky riesce a dire le stesse cose in maniera più ambigua e meno schematica, forse perché rivolto a un pubblico più maturo, forse perché ha scelto di sostituire la seriosità di Black Christmas con questo approccio surreale, quasi da episodio di The Twilight Zone, che risulta fresco e leggero, pur trasportando il medesimo carico di cattive notizie.

Non c’è, nel finale di Lucky, la distruzione metaforica del patriarcato; al contrario, la conclusione del film è lasciata in sospeso, a segnalare che non è ancora stata trovata una soluzione efficace e che molto spesso la guerra contro le reiterate aggressioni, la si combatte in totale isolamento. Non tutto, anzi, quasi nulla viene spiegato e ci sono dei passaggi confusi, anche a causa della durata molto breve (siamo sull’ora e venti scarsa); negli ultimi minuti Lucky si ingarbuglia un po’ su se stesso, ma ha dalla sua una potenza concettuale e visiva da non prendere sottogamba. È un film basato non su una narrazione tradizionale, ma su idee e immagini, è l’astrazione di un trauma collettivo lunga ottanta minuti e può benissimo non piacere o risultare indigesto. Io l’ho trovato straordinario, divertentissimo e terribile allo stesso tempo.
Lucky, come del resto la sua protagonista May (Brea Grant è brava che io non mi capacito), non vuole né compiacere il pubblico né soddisfare le derive voyeuristiche di molti fan del genere. Cerebrale e respingente, è lì per dar fastidio e andarvi di traverso. Insomma, è un esempio perfetto di horror indipendente contemporaneo. E che Dio ce lo conservi così in eterno.

6 commenti

  1. Scusate l’OT, ma vorrei approfittare del post odierno per segnalare che da ieri e per tutta questa settimana e’ in corso la rassegna Noir in Fest, visibile in streaming sulla piattaforma Mymovies.it. In programma anche una retrospettiva dedicata a Lucio Fulci, compresa una sua intervista filmata, e incontri con Jennifer Kent, Brian Yuzna e Kiyoshi Kurosawa, tutti nomi ben noti ai lettori del blog

  2. Film ideale per il sottoscritto. Infatti l’ho visto già due volte.
    .

    1. Non avevo dubbi 😉

  3. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Per certi versi mi fa pensare a Leslie Vernon.
    Ora, non vorrei esagerare, ma credo che fosse Picasso “Ho impiegato metà della mia vita a imparare a dipingere come Raffaello, l’altra metà a disimpararlo”.
    Ecco, il succo è che PRIMA LO DEVI IMPARARE.
    Quello che sta succedendo con registe e registi talentuosi con lo slasher è molto Picassiano.
    (Sempre che la citazione sia giusta).

    1. Ma sicuramente. Ora, non so se la citazione è corretta perché sono ignorante come una capra, però il concetto è esatto che più esatto non si può.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Uno slasher revisionato (potremmo forse dire anche destrutturato) e fortemente metaforico che adotta un “approccio surreale, quasi da episodio di The Twilight Zone”? Mi ha già conquistato! 👍

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