
Regia – Lee Cronin (2026)
La Blumhouse non ha alcun bisogno di un successo commerciale, perché con gli incassi dei due Five Nights at Freddy’s e della saga di Insidious sta a posto per i prossimi duecento anni. Alla Blumhouse serve un film di prestigio, perché quelli li sta bucando uno dietro l’altro. A me L’Uomo Lupo era pure piaciuto, ma capisco benissimo i motivi per cui non è andato come si sperava. La stessa cosa si può dire per La Mummia: è un film che spazza via qualsiasi aspettativa voi abbiate, chiaramente opera di un pazzo furioso, tenuto a freno soltanto dai dettami produttivi Blumhouse, che mitigano la furia con cui Cronin si è approcciato al grande classico dell’horror esotico.
Non sta piacendo, me ne rendo conto. Per me, è l’horror migliore del 2026, che si ferma a un passo dall’essere un capolavoro per due motivi: la durata eccessiva e un finale, frutto di screen test non proprio positivi, appiccicato con la colla stick.
Non so se La Mummia di Lee Cronin sarà la pietra tombale (scusate) sulle rivisitazioni in salsa Blumhouse dei classici Universal. Mi dispiacerebbe se lo fosse, perché, anche quando si tratta di film non del tutto riusciti, hanno sempre uno sguardo interessante e diverso. Ma evidentemente il pubblico non è pronto, è restio, e questi tentativi li respinge.
Dopo un prologo di cui non ho intenzione di dirvi nulla, il film si apre al Cairo, dove il giornalista Charlie Cannon (Jack Reynor) risiede momentaneamente con tutta la sua famiglia, ovvero moglie e due figli, più una terza in arrivo. La maggiore, Katie, viene rapita nel giardino di casa. Non se ne hanno più notizie per sette anni. I Cannon tornano negli Stati Uniti a rimettere insieme i cocci della loro vita, finché non ricevono una telefonata: Katie è stata ritrovata, dentro a un sarcofago, ancora viva ma in pessime condizioni di salute: catatonica, con delle lesioni sulla pelle, incapace di esprimersi e in evidente stato di shock. Nessuno sa cosa le sia capitato nel corso dei sette anni in cui è scomparsa, ma i genitori la riportano a casa, per prendersi cura di lei e sperare che si riprenda.
Andrà tutto malissimo.
La Mummia è un film nettamente diviso in due parti: la prima è un horror molto cupo e spaventoso, intrecciato a un drammone famigliare, in cui Cronin dispensa tanti bei dettagli raccapriccianti, giusto per farci capire con chi abbiamo a che fare. Katie è inquietante, nella sua immobilità alternata a scatti di furia improvvisa che lasciano interdetti; il suo aspetto è ripugnanti, quasi nei territori dell’oscenità, e il body horror a cui assistiamo in un paio di sequenze è sufficiente a farci tornare su il pranzo.
Poi inizia la seconda parte e il film sbrocca malissimo, e lo dico nel senso più positivo del termine, dato che è noto a chiunque mi conosca il mio apprezzamento per i film che perdono il lume della ragione e mollano gli ormeggi senza curarsi punto delle reazioni scomposte degli spettatori.
La Mummia si comporta proprio in questo modo: esplode la follia e ci si ritrova dentro a un Evil Dead Rise con i sarcofagi, le bende e le antiche iscrizioni da tradurre per capire in che diavolo di maledizione sia piombata la povera Katie, e con lei, tutta la sua famiglia.
Di fatto, è un film di possessione demoniaca, anche con varie citazioni sparse da L’Esorcista. Anzi, è molto più L’Esorcista rispetto a L’Esorcista che la Blumhouse ha buttato fuori un paio di anni fa, per capirci. Di sicuro più efficace, più estremo, meno pavido nel mostrare gli effetti orribili che un’invasione di una forza esterna maligna ha sul corpo di chi la subisce, e soprattutto, su chi si trova a non riconoscere una persona amata.
Cronin ha uno stile visivo molto caratterizzato, il suo modo di girare è inconfondibile, a partire dall’uso delle famigerate inquadrature con le bifocali che tanta gioia ci hanno dato nel suo Evil Dead. Ha anche un gusto tutto suo per l’eccesso e per il grottesco, e temo sia stato proprio questo ad alienargli il favore di pubblico e critica per quanto riguarda il suo La Mummia. La virata il film compie, a partire da una certa sequenza che concerne il personaggio della nonna (Veronica Falcón) è brusca, sì, ma non è del tutto inaspettata, se si è prestata la giusta attenzione agli eventi messi in scena nei minuti precedenti. Se si può fare una critica negativa ragionata è ci si mette un po’ troppo tempo per arrivare lì, e quindi le stranezze che Cronin inserisce tra una scena “normale” e l’altra risultano diluite. Però, tutto l’andamento de La Mummia è strambo, appena un po’ sopra le righe, con alcune immagini così forti che, nel contesto di un film Blumhouse, dovrebbero avvisarvi dove stiamo andando a parare. In particolare se conoscete il regista, e non soltanto per Evil Dead, ma anche per il suo The Hole in the Ground, che di stramberie abbondava, e che forse non deflagrava nel delirio soltanto per questioni di budget.
Io non penso che Evil Dead Rise sia una horror comedy, penso che sia un horror puro, con massicce dosi di umorismo macabro che non mitigano, semmai aumentano la portata dell’orrore cui assistiamo.
La Mummia funziona un po’ allo stesso modo: ci sono delle scene che se non ti metti a ridere, rischi di vomitare sulla poltrona del multisala, momenti le cui implicazioni sono così aberranti da suscitare un moto di ilarità che è soltanto un meccanismo di autodifesa.
Non è soltanto un fatto di gore, che pure Cronin non ci fa mancare: è la sistematica demolizione di un nucleo famigliare che avviene per mano della figlia tornata da poco a casa, si tratta di dolore e disperazione che si accumulano su strati precedenti di dolore e disperazione. Se non ci fosse il registro grottesco usato così bene da Cronin, La Mummia sarebbe un film di una pesantezza rara, quasi al livello di Bring Her Back, per fare un esempio recente.
Poi, non è Bring Her Back, perché gli manca lo spessore, ma morde lo stesso nei punti giusti, e fa del disgusto un’arma così potente da lasciarti annichilito. Per fortuna che non ne mangio per motivi etici, ma non credo guarderò mai più un uovo allo stesso modo.
Dispiace un po’ soltanto perché, nell’ultimo atto, La Mummia rientra nei ranghi Blumhouse e la butta in una fragorosa caciara che resta divertentissima, ma perde quella vena di follia, quella sensazione di trovarti nelle mani di un pazzo e di non avere la minima idea di quello che accadrà di lì a poco. Perde l’imprevedibilità, che fino agli ultimi dieci minuti, era stata la sua caratteristica migliore.
Resta, in ogni caso, un horror potentissimo, puro e incontaminato, che non si ferma quasi davanti a niente, e supera a ogni minuto un nuovo limite. Quasi non ci si crede che sia una cosa uscita dalla Blumhouse, di solito tutta pulitina e addomesticata (questo detto senza accezione negativa, è una presa d’atto di quello che fa molto bene la Blumhouse): La Mummia è un film selvaggio e maleducato, e gli ho voluto bene come se lo avessi fatto io.










