Relic

Regia – Natalie Erika James (2020)

Era già successo nel 2014: era arrivata, dal nulla, una regista australiana e aveva scombinato tutte le carte al sonnacchioso tavolo del cinema horror, aveva alzato all’improvviso la posta in gioco, raggiungendo nuovi livelli di sofisticazione e impostando le caratteristiche del classico moderno. In altre parole, Jennifer Kent aveva girato The Babadook e li aveva mandati tutti a casa a piangere e a leccarsi le ferite. Sei anni dopo, è sempre una regista, sempre al suo esordio in un lungometraggio, e sempre australiana, a chiudere il cerchio, a dire forse la parola definitiva su quello che i critici si sono affannati a definire “post-horror” e che io chiamo semplicemente horror contemporaneo, aggiungendoci “d’autore” solo quando mi sento un po’ più snob del solito.
Sono convinta che Relic farà da spartiacque, proprio com’è accaduto al film di Kent, per un ulteriore balzo in avanti del nostro genere preferito, un ennesimo scatto qualitativo in quello che l’horror ha sempre saputo far meglio: elaborare ardite metafore per portarci cattive notizie.
Se The Babadook cristallizzava nella forma di un mostro uscito dalle pagine di un libro per bambini l’ansia di non essere una buona madre e la mancata elaborazione del lutto della sua protagonista, Relic affronta un argomento che, per molti versi, è ancora più indigesto: l’invecchiamento, cosa inevitabile e già orribile di per sé, qui accompagnato dal corollario demenza, che peggiora ulteriormente le cose.

Relic non è un film per tutti. So che è una grossa banalità, ma lasciatemi spiegare: sto vivendo, proprio in queste ultime settimane, una situazione molto simile a quella narrata nel film e credo che vederlo mi abbia fatto più male che bene, mancando del tutto l’elemento catartico. Quindi, se qualcuno di voi sta avendo a che fare con un genitore anziano con un bel carico di problemi mentali, vi consiglio caldamente di rimandare la visione di Relic a un momento diverso. Avevo scritto “più felice”, ma credo che da certi abissi non si torni più indietro e quindi “più felice” un paio di palle. Tutto questo non per raccontarvi i cazzi miei, ma per avvisarvi e mettervi in guardia nei confronti di un film che va a toccare dei punti molto sensibili e a pizzicare dei nervi scoperti.
Natalie Erika James, la regista, ha dichiarato che Relic prende spunto dalla sua storia personale, nello specifico dall’Alzheimer di sua nonna e dall’aver assistito al modo in cui la malattia ha stravolto il rapporto con sua madre.
Infatti, al centro del film ci sono tre generazioni di donne: l’anziana Edna (Robyn Nevin), la figlia Kay (Emily Mortimer) e la nipote Sam (Bella Heathcote).

Tutto comincia quando Edna sparisce per un paio di giorni e Kay e Sam vanno a seguire le ricerche nella grande casa di famiglia nella campagna fuori Melbourne. La donna riappare una notte, senza ricordare dove sia stata; i medici consigliano di non lasciarla sola e così figlia e nipote rimangono ad abitare con lei mettendo in pausa le proprie vite mentre decidono sul da farsi. Kay pensa che la soluzione più ragionevole sia quella di portare la madre in una casa di riposo, mentre Sam vorrebbe addirittura trasferirsi dalla nonna per prendersi cura di lei.
Il problema è che Edna è cambiata, e non solo: ha paura, crede che ci sia qualcuno in casa con lei che la perseguita. Anche Kay e Sam sperimentano alcuni bizzarri fenomeni, tra cui una sorta di muffa nera che ricopre le pareti, strani colpi che sembrano provenire dalle intercapedini dei muri; c’è un ripostiglio chiuso con un chiavistello, da cui Edna è convinta provenga l’entità malevola che la spia, e in tutto questo le sue condizioni mentali sono sempre più precarie e pericolose, per se stessa e per gli altri.

Quando pensiamo al cinema australiano, siamo abituati a un certo tipo di immaginario, quello fatto di panorami sconfinati, terra bruciata dal sole, mari pieni zeppi di creature che aspettano solo te per ucciderti. In Relic piove quasi sempre, tutta l’azione si svolge tra quattro mura, l’atmosfera è grigia, autunnale, i colori sono smorti. È un’Australia meno caratteristica, più borghese, se vogliamo, deprivata dalla sua connotazione selvaggia e addomesticata in un dramma da camera che si consuma tra muffa e ricordi spezzati. Anche Babadook era così, rifiutava quel vitalismo che, nella percezione di chi australiano non è, viene considerato un tratto distintivo dei film girati in Australia, degli horror soprattutto.
Ma del cinema dell’orrore australiano Relic mantiene l’elemento che più di tutti gli altri me lo ha sempre fatto amare: la crudeltà.
Relic è un film spietato, fruga tra gli aspetti più sgradevoli e rimossi dell’esistenza e li porta alla luce: mentre tutti si affannano a relegare la vecchiaia, e tutto ciò che essa comporta, in un angolino il più possibile nascosto e buio della società, ecco che arriva Relic a prenderti per la collottola e a farti sbattere il grugno proprio in quell’angolino: le persone che ami deperiranno, ti dice, al punto da diventare irriconoscibili, e quel destino atroce è anche il tuo. Non è un qualcosa a cui puoi sfuggire, al massimo puoi fare finta di ignorarlo fino a quando non ti arriverà addosso come una valanga.
E, ve lo assicuro, succede in un attimo.

Abbiamo detto tante volte che l’horror è il genere che, più di tutti gli altri, ci mette in contatto diretto con l’ineluttabilità della nostra morte. Lo si può fare in infiniti modi differenti, ci si può filosofeggiare sopra o si può mostrare un corpo spappolato da un lastrone di vetro come in Final Destination 2. Relic, tuttavia, compie un’operazione ancora più audace, perché non è la morte in quanto tale il tabù da infrangere, è quell’anticamera della morte, più temuta ancora della cessazione stessa dell’esistenza, perché segna il momento in cui la nostra vita non ha più valore, non ne siamo più padroni, ci limitiamo a subire le decisioni altrui e salutiamo impotenti le nostre lucidità e razionalità. Vediamo la coscienza sfuggirci sotto i piedi.
Affrontare questo carico così pesante in un film di genere è relativamente inedito. Ci sono dei casi in cui la faccenda viene toccata appena di striscio o anche in modo exploitativo (mi viene in mente The Visit), ma l’umanità, l’empatia e il dolore con cui James mette in scena questo dramma sulla perdita degli affetti rappresentano un caso unico in tutto il panorama horror, contemporaneo e non.

Relic è un debutto, prima di questo film James aveva diretto una manciata di corti e aveva fatto da assistente a Whannel sul set di Upgrade. È anche una regista giovane, sarà più o meno sulla trentina. Ora, magari voi non mi credete se vi dico che il controllo che dimostra di avere sulla materia fa impressione, e allora vi invito a vedere il film e poi provare a smentirmi. È un controllo innanzitutto concettuale: la tematica affrontata (lo stiamo dicendo da ore) ha bisogno di un approccio maturo, mentre la scelta ben precisa di utilizzare un linguaggio simbolico, con il soprannaturale che si fa specchio di una condizione che più terrena non si può, si presta al rischio di farsi prendere la mano e creare un oggetto tanto affascinante quanto confuso e poco centrato da un punto di vista narrativo.
E invece no: James, e anche in questo l’assonanza con il Babadook è evidente, riesce nel piccolo miracolo di non essere né troppo criptica né troppo didascalica, e senza mai andare a discapito della storia, dei personaggi, delle relazioni tra loro, che sono il vero cuore del film.
Il che ci porta alla direzione delle attrici. Io non so se le ha beccate tutte e tre in uno stato di grazia irripetibile, ma propendo per l’ipotesi che sia stata particolarmente brava James a comunicare con decisione e chiarezza di cosa il film avesse bisogno per vivere e respirare. Emily Mortimer, in particolare, trasmette il peso e l’enorme sofferenza della progressiva sparizione di sua madre con ogni sguardo e gesto. Ottime anche le altre due, ma lei mi ha spiaccicata sul pavimento appena è entrata in campo per la misura e la naturalezza con cui porta sulle spalle un fardello simile.

Chiudo questo lunghissimo articolo (ma quello che è, a oggi, l’horror dell’anno lo merita) con qualche nota volante su ritmo e messa in scena: Relic potrebbe passare per un film lento, anzi, lo è, è lento come l’incedere di una malattia normalmente invisibile che qui assume delle caratteristiche molto concerete, quasi da body horror, se vogliamo. Il punto è che questa lentezza non serve soltanto a preparare il terreno per un finale esplosivo (e così nero che ancora mi sento mancare il respiro), ma è anche ingannevole, perché ipnotizza lo spettatore e lo spoglia delle sue difese. In realtà, Relic è un film pieno di piccoli colpi di scena, capovolgimenti di prospettiva, slittamenti nei rapporti di forza tra i personaggi. E tutto questo è gestito da James con un senso del tempo e dello spazio impeccabile, che funziona come un orologio svizzero.
Relic diventa così, col passare dei minuti, un’esperienza sempre più straziante, ma alla quale è impossibile sottrarsi.
Siete avvisati, dunque, ma ve lo assicuro: non siete preparati. Nessuna recensione potrebbe mai prepararvi a Relic.

10 commenti

  1. Bellissima recensione. Mi piace molto il tuo amore quasi carnale nei confronti di alcuni film e di come riesci a trasmettere questo amore tramite la scrittura.
    E questo film è pazzesco: inizia lento, quasi sonnolento, non ci si accorge della tensione che aumenta sottilmente minuto dopo minuto fino ad arrivare alla mezz’ora finale che è quasi insostenibile. Film pazzesco.

    1. Ti ringrazio. Quando mi innamoro di un film cerco di trasmettere una minima parte di quello che ho provato guardandolo e a volte ci riesco 🙂
      Il film è davvero pazzesco. Io non ero pronta, non mi aspettavo una cosa del genere. Quella mezz’ora finale mi ha rotto tutte le ossa.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Tenendo conto di ciò di cui parla Relic, al di là della cornice soprannaturale in cui è inquadrato, credo che per chiunque di noi sia materialmente impossibile essere davvero pronto… E nella tua bella e sentita recensione sei riuscita a trasmetterci bene (del resto, ti riesce ogni volta che lo fai) quello che la visione del film ti ha fatto provare ❤

        1. Sì, perché sono esperienze condivise e comunque temutissime, per quanto collettivamente rimosse.
          Ma l’horror serve a questo, alla fine. 🖤

  2. Bellisimo fim, complimenti agli attori e alla regista.
    La mia interpretazione, la massa nera che si espande e divora tutto come un cancro in realta’ e’ la solitudine, correggetemi se sbaglio.

  3. Ho trovato questo film assolutamente straordinario..mi ha ammutolito e la tua splendida recensione ha saputo cogliere tanti particolari che a parole non avrei saputo esprimere.. grazie mille e complimenti.

    1. Grazie a te. Siamo di fronte all’horror dell’anno, credo.

  4. L’horror dell’anno. Questo già dovrebbe bastare per spingerci a recuperarlo velocemente. Poi la tua appassionata e bellissima recensione fa il resto. Tra l’altro io ho vissuto 11 anni con mia nonna malata di Alzhimer, quindi credo che questa visione non sarà molto facile, però mi interessa ancora di più proprio per questo.

  5. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Ciao. Ho avuto un po’ da fare. Per lavoro assito anziani come sai. E mi è toccato poco tempo fa la combo reparto alzheimer + Covid. Che spiegagli tu a un Alzheimer di indossare una mascherina , tra le altre cose… Se scomodi la Kent TU ho già la pelle d’oca…

    1. Guarda, ti capisco perfettamente, perché spiegarlo a mio padre sta diventando un’impresa impossibile, e non immagino neppure cosa deve essere assistere a così tante persone con queste problematiche.

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