Censor

Regia – Prano Bailey-Bond (2021)

Inghilterra, primi anni ’80: Enid lavora alla commissione censura del governo britannico. Si occupa di decidere quali film distribuire e quali proibire, che tipo di tagli apportare a quelli che, invece, ricevono il visto per arrivare nelle sale o nelle videoteche e, infine, a quale fascia di età vietarli, se 15 o 18 anni. Tutto ciò avviene in un periodo abbastanza delicato per quanto riguarda la censura in Gran Bretagna, ovvero quello dei famigerati video nasty.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando, cerco di farla il più sintetica possibile: quando i primi apparecchi di videoregistrazione casalinga arrivano in Inghilterra (circa alla metà degli anni ’70), non esisteva una vera legislazione in merito alla censura che riguardasse l’home video, quindi per un certo periodo di tempo, moltissimi horror a basso budget passarono sotto il radar del British Board of Film Censors, causando il panico vero e proprio nei bravi cittadini preoccupati per la salute mentale dei bambini (won’t somebody please think of the children?). Si decide di applicare a questo nuovo media, difficilmente controllabile, l’Obscenity Act, che però risaliva al 1950, e non era proprio adeguatissimo, anche perché portò a continue retate della polizia nelle allora nascenti videoteche, nonché all’intasamento delle cause nei tribunali: i produttori potevano essere perseguiti penalmente per aver realizzato un film considerato osceno.
Si arriva così al Video Recording Act del 1984: Il British Board of Film Censors diventa British Board of Film Classifications, e gli viene data la responsabilità di giudicare anche tutta la mole sempre più ampia di film usciti per il piccolo schermo.
Questo è l’esatto momento storico in cui si svolge Censor.

Un po’ come accadeva per il Codice Hayes e, in seguito, per la MPAA, la commissione censura aveva il compito non di lavorare contro i produttori, ma con i produttori e i distributori. L’home video era un mercato fiorente, non era intenzione del governo Tatcher di mandarlo a gambe all’aria. Di conseguenza, i censori erano costretti a mediare tra le esigenze di “sicurezza” e “decoro” e quelle economiche e, perché no, di integrità artistica dell’opera in questione.
La protagonista Enid (Niamh Algar) si viene a trovare in una situazione molto precaria quando lei e un suo collega fanno passare un film, molto tagliato e con il divieto ai minori di 18 anni, e pochi giorni dopo, viene commesso un omicidio che ne ricalca le dinamiche. Un tizio mangia la faccia alla moglie così come accadeva nel film in questione.
Per Enid è un colpo durissimo: lei è molto scrupolosa e precisa nel suo lavoro, quasi ossessionata dall’idea di “correggere” questi film in maniera tale da scaricarne il potenziale dannoso e renderli un innocuo divertimento.
Oltre alle telefonate anonime di cittadini indignati che le danno la colpa dell’omicidio, Enid rimane colpita da un dettaglio: l’assassino non ricorda nulla di ciò che ha fatto, tanto da essere soprannominato dalla stampa “The Amnesia Killer”.

Anche Enid ha infatti dei problemi con la memoria: sua sorella minore Nina è scomparsa in circostanze misteriose quando lei era piccola; le due bambine erano insieme in un bosco e Enid è tornata a casa da sola. Nessuno sa cosa sia successo, perché Enid non riesce a ricordare. Come in quel capolavoro di Hardcore di Paul Schrader, a Enid sembra di rivedere Nina in uno dei video nasty a lei assegnati dalla commissione. Si convince che Nina sia stata rapita e che ora sia costretta a partecipare a questi horror violentissimi di serie B sotto il nome di Alice Lee. Comincia così una ricerca nel sottobosco di registi e produttori di horror estremi. Ma dove Hardocre si atteneva alla struttura del thriller investigativo, Censor deraglia nell’onirico spinto, squarciando il velo che separa la realtà dalla finzione e mettendo Enid in uno stato psicologico allucinatorio in cui film e vita diventano un impasto di suoni e colori indistinguibili l’uno dall’altra.

Nel continuo rigurgito di materiale anni ’80 proposto dal cinema e dalla tv da almeno vent’anni a questa parte, di rado mi è capitato di vedere una ricostruzione così impeccabile e scevra da qualsiasi forma di nostalgia. Gli anni ’80 di Censor sono grigi e marroncini, carichi di squallore e desolazione; gli interni in cui i censori decidono il destino dei film sono caratterizzati da un anonimato triste e burocratico, piccole stanze fumose, salette di proiezione claustrofobiche e buie, archivi polverosi e corridoi fatiscenti. È nettissimo il contrasto con il materiale video quotidianamente visionato in questi ambienti: colorato, selvaggio, violento e anarchico.
Oltre a farci vedere spezzoni di film realmente esistiti (riconoscibile, tra gli altri, The Driller Killer), Bailey-Bond realizza per l’occasione dei nasties che ricalcano in maniera quasi maniacale lo stile e la carica sovversiva dl cinema indipendente della fine degli anni ’70 e dell’inizio degli anni ’80 che arrivava in home video in quel periodo. Anche in questo caso, come per la ricostruzione d’epoca, sembra di trovarsi a che fare con roba prodotta allora e non oggi. Al contrario, lo stile del film è estremamente moderno, freddo e geometrico, ma anche intimo nel rapporto che si stabilisce tra Enid e il pubblico.

Quelli bravi parlerebbero di character study: siamo inchiodati al punto di vista di Enid dall’inizio alla fine, anche quando non vorremmo, perché la sua mente non è un posto piacevole e il suo progressivo scollamento dalla realtà ci fa soffrire con lei e per lei. Il nucleo del film non va cercato nella soluzione del mistero relativo alla scomparsa di Nina, non c’è l’identità di un assassino da svelare e non c’è un colpevole; Censor parla di come il trauma condizioni la nostra percezione della realtà, di quanto sia alto il rischio, se abbandonati a noi stessi, di trasformarci nel trauma, che finisce per essere la sola cosa a definirci. Enid vive immersa nel senso di colpa per la sorte di Nina, e i genitori non fanno niente perché lei creda il contrario; Enid è sola, non ha rapporti umani al di fuori di quelli, molto distanti, con la sua famiglia mutilata, e con i colleghi non va al di là di una fredda cortesia; Enid si aggira, chiusa in se stessa e nella propria angoscia, in questa Inghilterra anni ’80 che pare una landa apocalittica devastata dal tatcherismo, e quando la società conservatrice, al cui servizio Enid lavora, le si rivolta contro, qualcosa dentro di lei si spezza.

Enid passa infatti gran parte delle ore di veglia della propria vita a cercare di eradicare un male inesistente, quando è invece circondata da un male concreto, vivo e insaziabile che sta, letteralmente, erodendo il mondo. Censor è il racconto politico di questo cortocircuito, un horror narrato dalla prospettiva di chi gli horror li taglia, li seziona, li proibisce, senza rendersi conto di vivere dentro a un film dell’orrore, se non quando è troppo tardi.
È l’illusione, molto ben espressa dalla frase di lancio del film,”You can’t edit reality”, di poter rimontare la nostra vita seguendo i nostri desideri, un’illusione che scaturisce dal potere, per quanto piccolo e insignificante sia, di modificare le creazioni altrui secondo i costrutti ideologici di decoro e decenza.
Bailey-Bond, che qui esordisce in un lungometraggio, ma aveva già affrontato il tema in un corto del 2015 dall’indicativo titolo di Nasty, domina questa materia così complicata con la potenza e la ferocia di una dea pagana. Dal lato puramente estetico, credo che vedrete poche cose più belle di Censor, in questo 2021; da quello narrativo, forse il film va un po’ in confusione nel finale, ma la regista è stata talmente brava a catturarti nella sua rete per gli ottanta minuti precedenti, che la segui senza farci troppo caso anche per gli ultimi dieci.
Io vi avviso, che poi a fine anno ne parliamo: ho trovato il mio horror del cuore. Poi fate voi.

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    L’ho visto l’altroieri e sono rimasto di stucco, per circa un’ora ho pensato fosse un capolavoro. La regista è esordiente e – come tanti nella medesima situazione – tende a mettere troppa carne sul fuoco, ma ero ammiratissimo perchè sembrava avere intrapreso nel finale una strada – lynchiana stile Mullholland Drive o Inland Empire, non dico di più per non ricorrere a spoiler – che però invece abbandona immotivatamente, lasciando la sensazione di un film ad un passo dall’essere veramente grande.
    Anche per me horror dell’anno, ad oggi.

    1. Infatti se c’è qualcosa che funziona poco è proprio il finale. Lì forse si vede un po’ di inesperienza.
      Però sì, fino a questo momento non ha proprio rivali.

  2. wow, sembra un film molto interessante, anche per il contesto culturale che si porta dietro^^

  3. Bello! Possibile che mi abbia ricordato Barberian sound studio?
    Il finale mi ha… flashato. E forse forse mi piace! Non è il mio preferito dell’anno, Seance e Fear of rain son più nelle mie corde, ad esempio, ma mi sa che è il più “denso”, il più tosto. Condivido una sensazione: vedere le sequenze horror dei video, per come sono asetticamente mostrate nel film e decontestualizzate mi ha fatto sentire “sporco”: era come se qualcuno stesse dissezionando con uno sguardo “moralista”, “esterno” i film che guardo io, che invece li capisco, ne sono preso e me li godo anche se sono pieni di momenti controversi… non so come spiegarlo meglio…

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