Forbidden Fruits

Regia – Meredith Alloway (2026)

Quello che viene comunemente definitivo bubblegum horror è un filone molto specifico, destinato a un altrettanto specifica fascia di pubblico, ovvero girl, gays and theys, per la mia gioia e di chiunque mi conosca un minimo (a proposito, ieri abbiamo festeggiato 15 anni dalla nascita de IlGiornodegliZombi, che emozione, evviva, rabbrividiamo). I bubblegum horror esistono in narrativa (My Best Friend Exorcism, per esempio), al cinema e in tv. Per tenerci strettamente legate al cinema, altrimenti qui non ne usciamo più, possiamo individuare un paio di capostipiti: il giapponese Hausu e il ceco Valerie and Her Week of Wonders, ma c’è chi fa risalire il sottogenere ancora più indietro, al duo Powel e Pressbugerg, quindi addirittura agli anni ’40. Film più recenti da ascrivere al bubblegum horror sono Ginger Snaps, Jennifer’s Body, Lisa Frankenstein e anche The Substance. Inutile dirvi che uno dei numi tutelari di questo vespaio è John Waters.
Ad accumunare tutti questi film è, innanzitutto, una questione estetica: sono horror colorati, che fanno un grande uso di una palette pastello, creando così un immaginario che, all’apparenza, potrebbe sembrare dolce e romantico. Si muovono proprio sul contrasto tra estetica e contenuto, perché spesso raccontano storie atroci con tono scanzonato. A volte sono horror comedy, ma non sempre, e trattano, nella maggior parte dei casi, vicende femminili, inerenti al diventare adulte in un ambiente ostile, che chiede di adeguarsi a tutta una serie di convenzioni sociali per non essere reiette, o sfidarle, per pagarne le conseguenze. Difficile parlarne in pochissime righe, ma credo che abbiate più o meno capito l’antifona. Se c’è di mezzo Diablo Cody, si ha la certezza matematica di trovarsi di fronte a un bubblegum horror.

Nel caso di Forbidden Fruits, il bubblegum horror per antonomasia del 2026, lo zampino di Cody c’è, ma soltanto alla produzione. Il film è infatti scritto dalla regista Meredith Alloway e dalla sceneggiatrice Lily Houghton, ed è tratto dalla commedia teatrale di Houghton, Of the woman came the beginning of sin, and through her we all die, del 2019. Di certo, la presenza di Diablo Cody si fa sentire, anche se non quanto avrei voluto, ma ci arriviamo con calma.
Forbidden Fruits racconta di una congrega di streghe in un centro commerciale: tre giovani donne, tutte con un nome di un frutto, Apple (Lili Reinhart), Cherry (Victoria Pedretti) e Fig (Alexandra Shipp), lavorano come commesse nel negozio di abbigliamento Free Eden, in cima alla catena alimentare dell’enorme centro commerciale di Dallas dove si svolgerà l’intero film. L’arrivo di una quarta ragazza, Pumpkin (Lola Tung), porterà un certo scompiglio e un’alterazione tra gli equilibri del gruppo.
Lo hanno detto già in tanti, ma lo ripeto perché mi sembra il modo migliore per sintetizzare Forbidden Fruits: è come se The Craft e Mean Girls avessero fatto un figlio, perché il film parla soprattutto di amicizie femminili profondamente disfunzionali, simbiotiche e malate, un po’ come si usava fare nei primi anni del secolo, insomma. Poi, questo modo di raccontare le ragazze è stato un po’ accantonato, ma non è mai morto sul serio. Qui c’è di mezzo la stregoneria, il potere, che ovviamente scappa di mano e crea casini indescrivibili; ci sono gelosie, rivalità, bugie dette per preservare il proprio status all’interno del coven, regole infrante, personalità più fragili e più dominanti. Soprattutto, qui c’è Apple, che domina il film dall’inizio alla fine, ed è un personaggio allo stesso tempo tragico e detestabile.

Forbidden Fruits è un horror bubblegum perché ne porta fieramente l’estetica un po’ camp, zuccherosa, quasi ci trovassimo all’interno di una casa di Barbie che a un certo punto impazzisce e comincia a vomitare sangue. Fa molto ridere, soprattutto grazie ai tempi comici col cronometro di Pedretti, che io non pensavo avesse questi numeri da attrice brillante (è anche vero che io non ho mai visto You, quindi mi sono persa un pezzo della sua carriera) e agli scambi verbali a mitraglietta tra le quattro protagoniste, che a volte sono molto efficaci, altre sembrano soltanto un modo per far diventare il film virale e trasformarlo in un meme. Quanto sia onesta questa operazione non è materia di cui saprei discutere adesso. C’è da dire che può risultare un po’ irritante, a tratti, irresistibile in altre occasioni, anche a seconda della vostra disposizione d’animo nei confronti di un linguaggio ultra pop, pieno di riferimenti e strizzate d’occhio varie.
Eppure, a mio modesto parere, Forbidden Fruits funziona molto meglio nella sua parte nera che in quella comica e scintillante, perché va a toccare tutta una serie di punti molto dolenti e di nervi scoperti.
Gli manca il coraggio di farlo fino in fondo e si rifugia nella risata quando si accorge di star scavando un po’ troppo, ma a volte questo equilibrio sottile gli scappa di mano e ci regala alcune scene ad alto impatto emotivo, come un lungo monologo di Cherry a metà film, o il finale, che mi ha ridotta a un cartoccio piangente sul divano di casa mia.

Avrei voluto che fosse più provocatorio, più arrabbiato, più fuori di testa e sì, molto più gay di quanto non sia a guardarlo senza far caso a certi dettagli. Apple è etero come lo sono io, ovvero zero (santo Dio, guardatele le mani), però la faccenda non viene mai esplicitata, forse perché è la villain del film, ed è mancato quel pizzico di incoscienza nel renderla apertamente lesbica. Però io alle mie lesbiche malvagie voglio sempre molto bene, e ho voluto bene anche a questa lesbica (anche se non dichiarata) malvagia. Ancora meglio che volerle bene, l’ho compresa a un livello che rasenta l’identificazione assoluta, perché Apple non si riesce a capacitare di come le sue amiche, nonostante tutto, continuino a mettere il maschio al centro delle loro vite, sia esso rappresentato dai tipi che ci si scopa a caso nei camerini, dal potenziale fidanzato che dovrebbe amarti davvero, o da una qualche discutibile figura paterna, e questo la manda su tutte le furie.
Dal canto loro, Cherry e Fig hanno ragione a soffrire il sistema di regole imposto da Apple per restare all’interno del coven: hanno bisogno di lei, perché soltanto con lei si sentono vive e apprezzate, ma percepiscono anche la manipolazione cui sono sottoposte ogni istante della loro vita, mentre Pumpkin è lì con altri piani e altre motivazioni, ma subisce, anche lei, il carattere dominante e dispotico di Apple.

Questo non fa di Apple un personaggio positivo, sia chiaro: nessuna delle ragazze lo è; ognuna di loro, a suo modo, è sfasciata, ferita e parte integrante delle dinamiche poco sane del gruppo. Non ci sono vittime e carnefici, in Forbidden Fruits, solo un sistema di relazioni malate, che ormai è come una ferita infetta e in suppurazione.
Il problema del film, secondo me, è che abbiamo già visto in tutte le salse vicende simili, le abbiamo viste anche raccontate con questi stessi toni, proprio a partire da The Craft, passando per Jawbreaker, arrivando a Jennifer’s Body e via così, di tradimento in tradimento, di amicizia in frantumi in amicizia in frantumi, come se non fosse possibile immaginare un gruppo di donne comportarsi in maniera diversa da così. Lo abbiamo visto anche in contesti completamente diversi. Anche The Descent racconta la stessa identica storia.
Poi, io mi diverto sempre come la povera scema che sono a vedere quattro dive accapigliarsi tra loro, farsi malissimo, a livello fisico ed emotivo, e dominare la scena a suon di battute taglienti, insulti neanche troppo velati, e perenni sfide a chi è la diva più splendente del firmamento, quindi Forbidden Fruits mi ha divertita e lo consiglio a chiunque sia affezionato al genere che ho descritto nel primo paragrafo. Credo soltanto che il film avrebbe potuto osare un po’ di più, spingere un po’ di più, essere ancora più spietato. Se proprio hai deciso di andare in una certa direzione, vai fino in fondo.

Si tratta, comunque, di un giocattolino colorato e, credo, di un film che farà da apripista per tante ragazze quando e se decideranno di avvicinarsi al cinema dell’orrore. Il casting è incredibile, perché ognuna delle protagoniste sembra calata sulla terra solo per vestire questi panni, e tutte le attrici si annullano nei rispettivi ruoli. Se Pedretti mi ha sorpresa perché ero abituata a vederla come l’eroina tragica delle serie di Flanagan, con Reinhart è stato amore a prima vista. La sua Apple ha un’intensità fuori dalla grazia di Dio: un istante prima la prenderesti a sberle, un istante dopo ti terrorizza, quello dopo ancora, ti spezza il cuore.
Il film è anche violento, quando decide di esserlo, e regala due o tre momenti di gore da antologia, con almeno una morte da incorniciare.
Insomma, godetevelo per quello che è, non pretendete troppo e non chiedetegli niente che non abbiate già visto altrove. Però ne vale sempre la pena.

2 commenti

  1. Avatar di Fabio

    Auguri per i 15 anni del tuo blog Lucia,ciao!.

  2. Avatar di alessio

    Beh, intanto auguri al blog a te e alla community! A me è piaciuto molto anche se la sua estetica non sia esattamente quella che più preferisco (spesso perché a volte accentua una “stupidità” voluta che arriva sino a infastidirmi, tipo la trilogia lesbica di Coen) ma qui questa apparente confezione di leggerezza è ben equilibrata e misurata alla fine (dopotutto c’è anche un po’ di ciccia e non solo voglia di giocare); il film poi ti molla anche un bel paio di pugni nello stomaco e un finale che osa parecchio.

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