
Regia – Simon McQuoid (2026)
Finalmente, cazzo. Ci sono voluti trent’anni e svariati tentativi andati a vuoto, ma ce l’hanno fatta a imbroccare un adattamento di Mortal Kombat. Nel caso di McQuoid, coadiuvato dal nostro amico James Wan alla produzione, ci è voluto un film molto moscio, uscito nel 2021, per scaldare i motori e dargli il tempo di ripresentarsi al pubblico con una vera e propria bomba. Se avete giocato anche solo un paio di volte a Mortal Kombat, vi divertirete tantissimo a vedere questa puttanata. Ovviamente, dico puttanata nell’accezione più affettuosa e positiva del termine, perché se il videogioco non vi è mai interessato, e un universo narrativo in cui ogni problema si risolve menandosi non è di vostro gradimento, è inutile anche che ci proviate, a vedere il film. Io, che buttando soldi dietro Mortal Kombat (e Street Fighter, ma di quello ne parliamo questa estate) ci sono cresciuta, ho apprezzato moltissimo il modo in cui sono riusciti a mettere in scena il violentissimo picchiaduro che ha segnato la mia infanzia, anche se devo ammettere di essere sempre stata una pippa cosmica.
Sono affezionata al film di Anderson del 1995 (ve l’ho detto sei milioni di volte) e ho persino un posto nel cuore per il sequel del 1997, però, appunto, sono figli di un’altra epoca e di un approccio totalmente diverso alla traduzione dei videogiochi nel linguaggio cinematografico. Un processo per il quale, secondo me, ancora non è stata trovata totalmente la quadra, perché è difficile. Ai tempi, di rispettare le richieste dei fan non interessava a nessuno; oggi, i fan si ascoltano sin troppo, e l’equilibrio è ciò che segna la riuscita o il fallimento artistico di qualsiasi tentativo. Se adattare un videogioco con una trama forte presenta le sue criticità, è ancora più rischioso farlo quando ci si trova di fronte a una struttura come quella di Mortal Kombat: c’è una lore, ci sono i personaggi con le storie individuali, ma alla fine si tratta di gente che si picchia a sangue, si fa malissimo e si uccide ancora peggio. Di conseguenza, tocca trovare un collante tra una mazzata e l’altra, pescando da quasi trentacinque anni di eventi più o meno coerenti, sparsi tra diverse timeline, come se non bastasse.
Il Mortal Kombat del 2021 non era un brutto film, a era anonimo e, come ho scritto all’inizio, terribilmente moscio. Azzeccava un paio di cose, tipo Scorpion e Sub Zero, aveva un’ottima Sonya Blade e un Kano grandioso (entrambi riconfermati qui), ma era proprio nelle sequenze di combattimento che lasciava a desiderare. Perdeva troppo tempo a introdurre i personaggi, non arrivava mai al dunque e, quando ci arrivava, finiva, come se fosse una premessa di quasi due ore per un film che abbiamo dovuto aspettare cinque anni.
Il difetto maggiore, tuttavia, stava nel tentativo di creare un film d’arti marziali serio e “realistico”, da Mortal Kombat, un gioco che non è mai stato né l’una né l’altra cosa.
Stavolta non ci si disturba più di tanto a fare le presentazioni: il film parte con un prologo, ambientato durante l’infanzia di Kitana (Adeline Rudolph), che racconta della morte di suo padre per mano di Shan Kahn, con la conseguente conquista del regno di Edenia. Volano subito botte da orbi e martellate varie, tanto per impostare dall’inizio l’andamento del film, che sarà ultra violento (negli Stati Uniti si è beccato una bella R, da noi potete portarci pure il nipotino di cinque anni, ma non ve lo consiglio), avrà un ritmo indiavolato e sarà anche programmaticamente stronzo.
E in effetti è stronzissimo, in particolare dal momento in cui appare Johnny Cage (Karl Urban) e comincia a fare il buffone fino ai titoli di coda.
L’intuizione di affidare a Urban il ruolo di questo attoruncolo sul viale del tramonto che si ritrova dentro a un torneo dalla portata cosmica, è stata geniale. Urban, che di solito non mi fa impazzire, pare nato per interpretare Cage, e si vede che ci ha messo tutto se stesso, compresi alcuni stunt che ha fatto per conto suo, tra cui la famosa spaccata. In un contesto in cui ogni personaggio si prende troppo sul serio (ed è voluto), arriva lui e mette scompiglio. Poi, quando gli si affianca Kano, diventa davvero difficile smettere di ridere, nonostante il doppiaggio faccia qualunque cosa per rendere il film imbarazzante.
Se Cage rappresenta il lato scanzonato e scemo di Mortal Kombat II, Kitana e Jade ne portano il peso emotivo, e finiscono per essere il cuore al centro dell’intera operazione. Su Jade (interpretata da Tati Gabrielle), sono state dette tante cose brutte ancora prima che il film uscisse, perché il suo è il personaggio che meno somiglia alla sua controparte nel videogioco, e questa roba ai nerd proprio non è andata giù. Inutile dire che Gabrielle è perfetta nel ruolo, e la sua relazione (pesantemente queer coded) con Kitana è la parte narrativa più riuscita di Mortal Kombat II. Tutto il resto della trama è accessorio, sta lì per fare da riempitivo; Kitana e Jade sono bellissime e credibili dall’inizio alla fine, anche quando non menano le mani.
Poi fa molto ridere che, in un film dove la gente viene segata a metà da copricapo taglienti, o si ritrova con la capoccia maciullata a martellate, sia stato necessario che queste due fossero tanto amiche, quasi sorelle, quando mi veniva da urlare allo schermo di trovarsi una stanza, ma va bene, non si può avere tutto dalla vita.
Ma parliamo dei combattimenti, perché è di quelli che, dopotutto, ci importa. Considerando che si tratta di botte tra personaggi coi superpoteri, è normale che sia tutto iperbolico, esagerato, una quarantina di chilometri sopra le righe, ma lo sappiamo già: è Mortal Kombat, siamo qui per vedere roba assurda, stunt fuori dalla grazia di Dio, geyser di sangue e corpi fatti a pezzi. Il film ci dà tutto questo, e anche di più: lo scontro tra Lu Kang e Kung Lau è una delle più belle sequenze action degli ultimi dieci anni, sia perché sembra di vedere il gioco che diventa carne e sangue davanti ai nostri occhi sia perché possiede anche una qualità profondamente cinematografica; riesce, insomma, a prendere il meglio dai due mondi e a unirlo in una manciata di minuti da applausi a scena aperta, tutti in piedi e con la mano sul petto.
Nonostante ci sia un impiego massiccio di effetti in post produzione, com’è normale che sia, per un film con questo budget e con la necessità di far accadere in campo cose fisicamente impossibili, il trucco e le protesi non mancano. Spettacolare quello, per esempio, di Baraka e di tutti i Tartakan. L’impressione è che si sia cercato di mantenersi il più concreti possibile, sia per quanto riguarda gli stunt, che per quanto riguarda make-up ed effetti, e il risultato è davvero soddisfacente.
Chi conosce bene il gioco in ogni sua incarnazione, anche le più recenti, riuscirà a individuare ogni singola citazione e ogni singolo eastern egg piazzato dentro al film a scadenza regolare, gioirà per le numerose fatality, per le mosse messe in scena con precisione filologica, e per le battute storiche pronunciate dai personaggi. Ma Mortal Kombat II è perfettamente godibile anche se non siete esperti all’ultimo stadio. Non è un film per profani, questo no, però bisogna dargli il merito di riuscire a stare (quasi) in piedi da solo.
Io mi sono molto divertita e sono uscita dalla sala saltellando felice, perché ogni tanto una puttanata fatta con cognizione di causa ci vuole e funziona meglio degli antidepressivi.
È stata proprio una bella sorpresa.










