
Regia – Peter Jackson (1996)
Il mio film preferito di Peter Jackson è (ovviamente) Creature del Cielo, ma quello che rivedo più spesso e più volentieri, per il semplice motivo che non mi rovina la vita ogni volta, è questa bizzarra horror-comedy che ha spalancato le porte di Hollywood al regista neozelandese, ed è anche parzialmente responsabile dell’esistenza de Il Signore degli Anelli, se non altro per la Weta.
Come mi capita spesso di ripetere (ormai sono in modalità vecchia zia, perdonatemi), il cinema horror ha tantissime facce diverse. Se i non appassionati o addirittura i detrattori del genere non hanno problemi a comprendere quella truce, e a criticarla senza sapere di cosa parlano, a mandarli davvero fuori di testa è quella confortevole, o per usare un termine in inglese che è molto più calzante, cozy.
Ci sono horror che rappresentano il corrispettivo di una copertina addosso in una fredda serata di gennaio: The Frighteners appartiene a questa categoria.
Peter Jackson e la sua collaboratrice di vecchia data, nonché moglie, Fran Walsh, buttano giù un primissimo trattamento di quello che sarebbe diventato poi The Frighteners nel lontano 1992, mentre stanno scrivendo proprio Creature del Cielo, credo per distrarsi da quell’abisso di dolore e disperazione. Inviano la bozza al loro agente negli Stati Uniti che la fa leggere a Robert Zemeckis. Zemeckis commissiona alla coppia una sceneggiatura con l’intenzione di dirigerla lui e di farne uno spin-off della serie Tales from the Crypt. Quando la sceneggiatura è completa, Zemeckis ne è talmente impressionato da offrire a Jackson la regia, mettersi in cabina di produzione e convincere la Universal a stanziare ventotto milioni di dollari di budget, insieme alla garanzia di totale libertà creativa e il raro privilegio del final cut.
Si va a girare in Nuova Zelanda, anche se il film è ambientato nel Midwest statunitense, e le riprese durano un’eternità, per tutta una serie di problemi tecnici dei quali, all’epoca, si ignorava bellamente l’esistenza.
Gran parte del film comportava l’interazione in scena tra fantasmi e viventi, e i fantasmi erano sì attori, ma il loro aspetto evanescente doveva essere creato in vfx digitali. Di conseguenza, ogni scena andava girata due volte: la prima con i personaggi vivi, la seconda con i fantasmi davanti a un green screen. In post produzione, si sarebbe poi realizzata l’illusione di vederli all’interno della stessa inquadratura, per un ammontare di tagli da trattare con gli effetti speciali senza precedenti per gli anni ’90. La Weta era una minuscola compagnia che esisteva da appena tre anni, abituata a lavorare con effetti pratici, protesi, mascheroni, trucchi vari. La leggenda vuole che possedessero un solo computer. Vi lascio immaginare l’enorme stress cui furono sottoposti questi ragazzi per portare a termine il film nei tempi previsti. Zemeckis dovette far intervenire l’Industrial Light & Magic per dare una mano alla Weta, altrimenti non sarebbero riusciti a chiudere la lavorazione.
The Frighteners (o Sospesi nel Tempo, se vi piace) arriva nelle sale il 19 luglio del 1996: non si comporta troppo bene al botteghino, a stento recupera il budget e Jackson non è contento di come la Universal distribuisce il suo film, che doveva uscire a ottobre, ma viene anticipato a luglio per motivi imperscrutabili, e proprio a ridosso di uno dei più grandi blockbuster estivi degli anni ’90, Independence Day. Visto in prospettiva, questo parziale insuccesso non ha avuto poi una grande importanza: The Frighteners, all’interno della carriera di Jackson, è un film-ponte. Gli ha permesso di passare dal cinema indipendente a quello ad alto budget e di avere a che fare per la prima volta con una grossa produzione americana, imparando anche a non farsi fregare. Da un punto di vista artistico, The Frighteners è il frutto della collaborazione tra un Jackson che era ancora un mezzo matto punk, ma in via di addomesticamento, e uno Zemeckis al picco della sua forma creativa. Erano due cineasti ai quali piaceva sperimentare col linguaggio e con le possibilità che la tecnologia digitale stava cominciando a offrire a chi era in grado di coglierle. Spielberg, Zemeckis e pochi altri, a partire dagli anni ’90, sono stati gli artefici di una vera rivoluzione, e The Frighteners ne fa parte.
Eppure il film non è importante solo per il salto in avanti nel settore dei vfx: The Frighteners ha una sceneggiatura bellissima, che miscela con grazia e leggerezza la commedia e la malinconia tipica di ogni storia di fantasmi che si rispetti. La storia del medium Frank Bannister (Michael J. Fox), che vede gli spettri da quando ha perso la moglie, vive in una casa costruita da lui e mai portata a termine e, per sbarcare il lunario, inscena infestazioni ai danni dei suoi vicini grazie a un terzetto di fantasmi “amici”, possiede tutta una serie di spunti comici esilaranti, ma allo stesso tempo è anche profondamente triste. Triste come la vita in sospeso di Frank, come il matrimonio infelice di Lucy (Trini Alvarado, di cui ero innamoratissima da piccola e che non so che fine abbia fatto), come la decadenza della piccola città che sta piano soccombendo alla morte. Poi si ride spesso, perché come si fa a non ridere quando hai una schiera di caratteristi come Jeffrey Combs, Dee Wallace, R. Lee Ermey (che fa il sergente Hartman in versione ectoplasmica) e soprattutto John Astin, tutti impegnati a recitare il più sopra le righe possibile?
È intrattenimento d’alta classe, perché la regia di Jackson poggia su un dinamismo virtuoso che rende fluide e credibili tutte le complicatissime interazioni coi fantasmi, perché è un film pieno di trovate visive, di gag fisiche che però vengono messe in scena da personaggi, di fatto, incorporei, perché ci sono tutto il tipico calore gioviale di Zemeckis e tutta la stramberia di Jackson armonizzate da Danny Elfman. Perché è un piccolo tesoro di commedia fantastica da portare dentro al cuore e da rispolverare quando vivere comincia a fare un po’ troppo male, e hai bisogno della tua copertina sulle spalle, hai bisogno di un po’ di conforto e di speranza, di qualcuno che ti dica che non tutto è perduto. Credo sia questo che i detrattori dell’horror faticano ad assimilare: se il cinema dell’orrore deve, per la sua stessa natura, portare cattive notizie, ci sono dei casi in cui lo fa lasciandoti col sorriso sulle labbra e, in mezzo, prova anche a infilarci qualche buona notizia, e quindi a mentire, ma va bene lo stesso. Le bugie di Jackson e Zemeckis negli anni ’90 sono favole che è sempre un piacere ascoltare.










