Obsession

Regia – Curry Barker (2026)

Programmazione un po’ bislacca questa settimana, perché sono riuscita a vedere il film soltanto domenica nel tardo pomeriggio, e ci sono così tante cose da dire che ho preferito digerirlo qualche ora, prima di scrivere un articolo.
Uno dei moniti più frequenti del cinema e della narrativa dell’orrore è “stai attento a ciò che desideri”. Dalla Zampa di Scimmia a Wishmaster, passando per l’onnipresente Pet Sematary, l’horror è pieno di desideri che era meglio non formulare. C’è tuttavia una questione che di rado è stata affrontata: di solito il protagonista vuole qualcosa con tutto se stesso, e può essere trovare l’amore, diventare ricco, superare quel colloquio di lavoro o quell’esame particolarmente difficile, e via così, aggiungete cose a vostro piacimento; c’è persino una nuova serie coreana su Netflix che parla di una app che realizza i desideri con conseguenze nefaste. Ma, appunto, le conseguenze hanno sempre riguardato chi esprimeva il desiderio in questione, e come il fatto di averlo esaudito finiva sempre per rovinargli la vita.
Obsession adotta un punto di vista leggermente diverso.

Bear (Michael Johnston) è innamorato perso della sua amica d’infanzia e collega Nikki (Inde Navarrete), ma non ha il coraggio di confessarle i suoi sentimenti e, quando lei gli comunica che ha intenzione di lasciare il lavoro per dedicarsi alla scrittura, lui comprende di essere rimasto a corto di tempo. In un negozietto trova un bastoncino dei desideri e chiede che Nikki lo ami “più di ogni altra persona al mondo”. Il desiderio si avvera prontamente, ma dato che Bear è un cretino patentato, non ha ben chiare le conseguenze delle proprie azioni. Figuriamoci se è in grado di prendersi la responsabilità di averle compiute.
Nel 1974, quel genio mai abbastanza osannato di Bob Clark, ha diretto Dead of Night, in italiano, La Morte Dietro la Porta. Parlava di un ragazzo morto in guerra che fa ritorno a casa, in seguito al desiderio della madre. Ovviamente non è più lui e ovviamente le cose prendono una piega sinistra e catastrofica. Ne parlo in relazione a Obsession perché, se la prima parte del film si concentrava soprattutto sull’angoscia dei genitori del ragazzo, Andy, nel vederlo cambiato, nella seconda parte, Clark ci metteva in condizione di vivere quella di Andy, di angoscia. Cosa succede a una persona quando la nostra volontà la spoglia della propria.
È questo, in estrema sintesi, il nucleo di Obsession.

Anche se Bear è il nostro protagonista e la prospettiva che siamo forzati a condividere è sempre la sua, è Nikki il vero centro di tutto il film, e Nikki perde l’autonomia e la libertà di scelta nel momento in cui Bear esprime il desiderio. Quella che vediamo non è più lei, e infatti Obsession somiglia molto, nel linguaggio adottato da Barker e nel modo in cui Nikki comincia a comportarsi da un certo momento in poi, a un film di possessione demoniaca. Considerando che il cinema di possessione ha molto a che vedere con la perdita del controllo sul proprio corpo e sull’impossibilità di agire in autonomia, perché qualcuno ci si è installato dentro e prende le decisioni al posto nostro, non è così bizzarro che Obsession utilizzi certi codici immediatamente riconoscibili per parlarci di un personaggio disposto a togliere alla donna che dice di amare qualunque opzione, pur di non parlarle, rischiando di venire rifiutato.
Obsession è un film scritto con grandi intelligenza e sì, pure scaltrezza, perché Bear non ci appare subito come il bidone dell’umido su due gambe che è; anzi, ci fa quasi tenerezza: è un ragazzo carino, è gentile, timido, con questa cotta senza speranza per Nikki. Poi, leggendo bene tra le righe, gli indizi su quanto sia in realtà oscura la sua personalità ci sono tutti, ma Barker li nasconde bene. Alla fine, tutti siamo stati innamorati e abbiamo vissuto nella paura di non essere ricambiati.

Eppure, è già la formulazione del desiderio a essere sbagliata, a galleggiare su uno strato di crudeltà; Bear non chiede di trovare il coraggio di esprimersi con Nikki, non chiede neanche che Nikki arrivi, magari col tempo, a innamorarsi di lui. No, lui chiede che lei lo ami più di ogni altra persona al mondo. Non importa che si tratti di un desiderio espresso di fronte a quello che lui crede sia solo un giocattolo per bambini, e che non pensi affatto che si possa avverare: è la natura stessa del desiderio che implica un’idea di possesso, di dominio, di unicità che sfocia per forza di cose nella tragedia.
Per questo Obsession, che alcuni pensano sia una sorta di horror comedy, non so bene su quali basi, è stata un’esperienza sfiancate. Sono uscita dalla sala e mi sono sentita come se avessi corso una maratona o scalato una montagna. Esausta, una stanchezza fisica, i muscoli del corpo contratti, lo stomaco ribaltato, una forte oppressione sul petto. Non andate a vederlo a cuor leggero: anche se ci sono dei momenti in cui può sfuggire una mezza risata (isterica), è un film che mena fortissimo, perché racconta di una persona che si spegne per la volontà di un’altra, che è condannata a simulare in eterno qualcosa che non prova, che non è né umano né naturale provare, e che soffre ogni minuto.

Nikki è spaventosa, ci sono delle sequenze in cui fa davvero paura, soprattutto perché la giovanissima Navarrete ha un modo di usare il volto e il corpo che ho visto di rado, anche in colleghe più grandi, famose ed esperte di lei. Passa dal gelarti il sangue nelle vene a spappolarti il cuore nella stessa inquadratura e nello spazio di una frazione di secondo. Se ogni tanto Barker piazza un jump scare, anche se niente affatto tradizionale e sempre inaspettato, le scene del film che suscitano maggiore inquietudine sono quelle in cui la vera Nikki emerge per dei brevi istanti e si mostra in tutto il suo sgomento e in tutto il suo dolore. Navarrete ricopre con grande consapevolezza il difficilissimo ruolo di antagonista e vittima, e credo che la sua interpretazione sia la chiave del successo del film. Bellissimo per tante scelte di messa in scena, per un uso del sonoro che ancora mi fa digrignare i denti, ma che spicca per la presenza di questa attrice sconosciuta che spero diventi una diva il prima possibile.
E parlando di persone molto giovani, vi ricordo chn Barker deve ancora compiere ventisette anni, e che tra un paio di settimane esce Backrooms, il cui regista di anni ne ha a malapena venti.
Vedere quelle che ormai possono essere considerate delle grandi produzioni, come la Blumhouse e la A24, che puntano su questi nuovi autori non ancora trentenni, mi dà una gioia che non so se sono in grado di esprimere a parole. E vedere che un ragazzo come Barker possiede una cognizione così profonda di tutto quello che non va nei suoi coetanei, e riesce a tradurla nell’horror più bello del 2026, è anche meglio: è tanta speranza per il futuro.

Si potrebbe anche scambiare Obsession per una specie di storia d’amore distorta, per un film sulle conseguenze imprevedibili di un eccesso d’amore, ma non è affatto così: Bear non ama Nikki, e con ogni probabilità neanche la conosce. Di lei non sa nulla, nonostante la frequenti da un po’. A lui interessa soltanto che lei gli appartenga. L’ossessione del titolo non è quella che Nikki sviluppa nei confronti di Bear, è l’ossessione che Bear ha di essere il centro assoluto dell’esistenza altrui, per poi prendersela con tutti fuorché con se stesso quando ciò accade davvero. Bear non ha qualità, non ha aspirazioni, non ha una personalità vera e propria; al contrario, Nikki è scoppiettante e vivace. C’è quasi un accanimento sadico nello spegnere l’essenza di questa ragazza, nello svuotarla da tutto quello che la rende viva e nel piegarla al proprio volere. Non penso che la metafora possa essere più chiara di così. Non è neanche una metafora, alla fine. Per questo Obsession è così doloroso, e che lo abbia scritto e diretto un giovane maschio, è soltanto un valore aggiunto.
Vorrei rivederlo in inglese il prima possibile, perché penso che Navarrete abbia fatto un gran lavoro anche con la voce, ma non so se ne avrò la forza. Mi ha fatto davvero tanto male. 

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