
Regia – Jacob Gentry (2009)
Premesse doverose (sono due): la prima è che non sono ancora riuscita a trovare il tempo di andare al cinema a vedere Evil Dead Burn, e spero tanto di farlo questo fine settimana, quindi non mi dite niente, per carità di Dio; la seconda è che devo ringraziare la persona straordinaria che è riuscita a recuperare questo film per me. Grazie, ti voglio bene.
Stavo dietro a My Super Psycho Sweet 16 da un sacco di anni. Sono certa di averlo visto in un passaggio televisivo, con il titolo italiano Compleanno d’Orrore, in un momento imprecisato tra il 2009 e il 2011. Poi il film mi è uscito di mente e, scartabellando tra cimeli degli anni ’00, mi è apparso come una visione un pomeriggio di quarantena del 2020. Da allora è iniziata una ricerca spasmodica che lo ha trasformato nel mio corrispettivo teen slasher di La fin Absolute du Mond, fino a che qualcuno di molto più in gamba di me non lo ha estratto dai meandri della rete e me ne ha fatto dono.
E quindi, eccoci qui, a parlare di quando MTV iniziò una saga slasher, anche con discreto successo, dato che My Super Psycho Sweet 16 ha generato la bellezza di due sequel (mi hanno procurato anche quelli). Se ci pensate, non poteva esserci momento storico più adatto, più preciso, più perfetto del primo decennio del nuovo secolo perché MTV si imbarcasse in un’impresa simile. Era scritto nelle stelle, insomma.
Tutto parte da un reality: My Super Sweet 16, andato in onda su MTV dal 2005 al 2017. Nel programma, si seguiva la vita di adolescenti, di solito ricchissimi, i cui genitori spendevano una fortuna per organizzare feste di compleanno eccessive, esagerate e sopra le righe, con grande sfoggio di lusso e di pessimo gusto. Non ci vuole una mente geniale per capire che uno scenario simile calza come un abito su misura a uno slasher di inizio secolo, con tutte le caratteristiche di crudeltà e disprezzo verso i personaggi di cui abbiamo discusso qui decine di volte. Quindi è presto detto: si va in produzione (luogo delle riprese Atalanta), mettendo dietro la macchina da presa un regista giovane indipendente. Gentry aveva infatti diretto un segmento dell’antologico The Signal nel 2006, e gravitava intorno (ci gravita ancora) al gruppetto di giovani cinematografari che sarebbe diventato famoso per il mumblegore. Sembrano dati tecnico-biografici di piccolo conto, ma se My Super Psycho Sweet 16 funziona (e ve lo giuro su quanto ho di più sacro che funziona), è proprio perché è girato con un piglio ruvido, mosso, da indie horror, appunto. È una produzione MTV, ma non è patinata come ci si aspetterebbe, anzi.
Il film racconta di una tipica ragazza popolare di un liceo a caso in un posto imprecisato degli Stati Uniti che si appresta a festeggiare il suo sedicesimo compleanno. Il suo nome è Madison ed è ricca sfondata, viziata da suo padre fino all’autolesionismo, e dotata, com’è giusto che sia, di un codazzo di amiche/servitù disposte a compiere qualunque atto turpe pur di compiacerla, non uscire dalle sue grazie, e quindi finire dall’altra parte della barricata. Ove risiede la povera Skye, che da Madison viene quotidianamente tormentata nei corridoi e negli spogliatoi della scuola.
Skye ha un passato difficile e violento: suo padre era un serial killer e, quando lei era una bambina, aveva ucciso sei persone alla locale pista di pattinaggio, il Roller Dome, prima di essere denunciato dalla stessa Skye, catturato e forse ucciso dalla polizia. Dico forse perché il corpo non è mai stato ritrovato. Dieci anni dopo il fattaccio, Madison decide che suo padre deve spendere una fortuna per restaurare il Roller Dome e renderlo idoneo a una festa, perché è lì che lei celebrerà il suo compleanno.
Prevedibilmente, non finirà bene.
La nostra Skye, il cui status da emarginata si evince dal fatto che ha i capelli neri, si veste leggermente gotica e fa disegni strambi che appende alle pareti della sua stanza, si imbuca alla festa per questioni inerenti al quarterback della scuola, ex di Madison, che ora le sta ronzando intorno, in una specie di riedizione poco accorta di Carrie. Alla festa, tuttavia, si imbuca anche qualcun altro, con il suo abito da cavaliere medievale (era il tema del Roller Dome) e una simpatica collezione di armi da taglio e corpi contundenti: è il nostro assassino, implacabile giustiziere di bulletti e giovinastri che non conoscono il significato della parola rispetto. Si scatena a fare fuori sistematicamente tutti gli studenti più in vista del liceo, con una creatività che sfida spesso e volentieri la censura televisiva, fino a quando nel Dome non rimangono solo Madison e Skye. Le porte sono chiuse, non c’è un luogo dove fuggire. La domanda che inizia ad affliggerci è: dovranno queste due collaborare, dopo essersi detestate per circa cinquanta minuti e spicci?
In parte sì e in parte no, ma è proprio nel modo in cui il film imposta, sviluppa e, infine, porta a compimento la relazione tra le due che risiede il suo maggior punto di interesse.
Come abbiamo già detto, il riferimento principale di tutta la faccenda è Carrie: non ci sono poteri telecinetici, ma c’è una ragazza presa di mira da tutta la scuola per un problema sul quale non ha e non ha mai potuto avere alcun controllo. Suo padre aveva sbroccato e si era messo ad affettare adolescenti come se non ci fosse un domani, e a pagarne le spese deve essere Skye, obbligata allo stigma per i quattro lunghi anni da passare alle superiori. Se l’anno scorso avete visto Fear Street: Prom Queen, vi sarete resi conto che si tratta, a grandi linee, della stessa identica vicenda. Al posto del prom, abbiamo il compleanno di sedici anni, ma non c’è poi questa grande differenza tra i due eventi; trattasi sempre e comunque di un rito durante il quale le gerarchie sociali si rafforzano, e chi sta in testa alla piramide divora chi si trova più in basso. La festa organizzata dal papà come affermazione della propria supremazia sullo stagno di una scuola di provincia, l’apice di un’intera esistenza, insomma, almeno per Madison, che è in realtà, nonostante sia volutamente stereotipata, un personaggio molto più sfaccettato rispetto alla final girl designata Skye.
Madison è consapevole che soltanto con la cattiveria ci si fa strada, sa di essere una persona orribile, se ne compiace e, anzi, pensa di averne il diritto.
Dal canto suo, Skye diventa davvero interessante soltanto verso la fine, quando appunto, la vediamo finalmente interagire con Madison, in un confronto che ruba la scena al pur ottimo assassino, ben caratterizzato e con un look da primadonna che difficilmente si dimentica.
C’è un momento, all’incirca venti minuti prima dei titoli di coda, in cui Madison e Skye potrebbero diventare qualunque cosa l’una per l’altra, ed è in quel particolarissimo interstizio in divenire, che My Super Psycho Sweet 16 riesce a elevarsi anche al di sopra delle sue stesse ragioni produttive, nella relazione, appunto, tra due ragazze che sono nemiche solo perché la gerarchia sociale ha imposto loro di esserlo.
È tutto così tipico del periodo che sembra quasi di essere stati risucchiati dentro una distorsione del tempo e dello spazio. La rigidità dei ruoli, l’impossibilità di cambiare se stesse e il proprio destino, sia esso rappresentato da un padre armato di mannaia, sia da un padre che ti comprerebbe qualunque cosa pur di non sentirti parlare.
Lo so che la sto prendendo troppo sul serio rispetto alla puttanata che è: ma le puttanate hanno un modo tutto loro di riflettere lo spirito del tempo, e se riuscirete a trovarlo e a guardarlo fino in fondo, My Super Psycho Sweet 16 vi sorprenderà, ve lo prometto.
Ancora un grazie enorme alla persona che mi ha permesso di ritrovare questo cimelio.










