
Regia – Natalie Erika James (2026)
Uno dei miei più acerrimi nemici è lo specchio, e penso di avere questa cosa in comune con moltissime donne, di ogni età. L’horror ha sempre giocato con la percezione distorta del sé, però lo ha anche sempre fatto da un punto di vista maschile, per motivazioni di carattere numerico: le registe hanno iniziato da un tempo relativamente breve a diventare una voce rilevante, non solo nell’horror, ma nel cinema in generale, e anche sulla rilevanza ci sarebbe da discutere. Diciamo che la pattuglia è ancora piccola, ma abbastanza agguerrita, e affronta temi che, proprio per il cambio di punto di vista, risultano inediti e freschi.
Ovvio che tutto abbia origine dal successo inaspettato di The Substance, e questo significa che dobbiamo aspettarci un’onda lunga di film che ne rappresentano la progenie. Saccharine fa parte di questa schiera di horror che raccontano la complessa relazione tra le donne e il proprio corpo, un rapporto che è sempre stato turbolento, ma che, inserito nel contesto attuale, sta andando del tutto fuori controllo.
Hana (Midori Francis) è al primo anno di medicina e combatte costantemente con il peso e con l’immagine che lo specchio le restituisce. Non importa che il suo aspetto sia quello di una ragazza serenamente nella norma, perché sappiamo tutte benissimo che non è questo il punto. Il punto è l’ossessione di raggiungere un traguardo imposto dall’alto, sbandierato ogni santo giorno non appena ci affacciamo sugli schermi dei nostri telefoni, in un martellante monito che ribadisce quanto siamo inadeguate.
Decide di iscriversi a un programma in dodici settimane fatto di esercizi e dieta, condotto dall’allenatrice Alanya, per la quale Hana ha una cotta devastante e forse anche corrisposta, ma poco prima di cominciare il programma, incontra in un locale una sua vecchia compagna di scuola, dimagrita al punto da essere irriconoscibile. Merito di una nuova pillola, chiamata The Gray, che garantisce una rapidissima perdita di peso. La ragazza ne regala un paio ad Hana, che la va ad analizzare in laboratorio e scopre che si tratta di cenere. Umana, per la precisione. Caso vuole che Hana stia da poco studiando con i cadaveri e sappia come procurarsi la cenere per farsi da sola le pillole.
Le prende dal corpo sul quale si stanno esercitando lei e il suo gruppo di studenti: una donna morta di tumore, soprannominata “Big Bertha” dai colleghi di Hana, per motivi che ritengo superfluo spiegare. Le pillole funzionano a meraviglia e il dimagrimento della nostra protagonista è veloce, quasi prodigioso, tanto che la stessa Alanya esprime preoccupazione in merito ai progressi di Hana. Ci sono, tuttavia, degli effetti collaterali, tipo la manifestazione di “Big Bertha” , il cui vero nome è Grace, nell’appartamento di Hana, invisibile se non quando è riflessa in qualche superficie, sia essa uno specchio, una teiera o un cucchiaio. Cosa vuole esattamente la defunta Grace da Hana? Vuole che mangi, e più mangia più perde peso, mentre Grace, al contrario, finisce per occupare sempre più spazio, per essere sempre più pesante, furiosa, invadente, e per pretendere che Hana mangi ogni volta di più, qualunque cosa, dagli orsetti di gomma al cibo che resta incastrato nello scarico dopo aver lavato i piatti. La presenza non la lascia neanche quando Hana smette di prendere le pillole, come se si fosse agganciata a lei per sempre, e la stesse consumando.
Catalogato e venduto come body horror, Saccharine è più un horror psicologico sul corpo e la sua percezione che un body horror in senso stretto. Non mancano, ovviamente, elementi di forte disagio fisico, quasi sempre legati all’assunzione di cibo e al sezionamento del cadavere di Grace da parte degli studenti, ma non si parla di mutazioni o di interventi estremi sul corpo della protagonista; come dicevamo all’inizio, Hana si vede e si sente inadeguata e, al di là della momentanea euforia che sperimenta quando raggiunge il suo peso ideale, quello che la vediamo segnare su un quaderno all’inizio del film, continua a non sentirsi a posto neppure dopo, e la presenza infestante di Grace sta lì a ricordarle la sua “vera forma”, almeno nella sua mente. O nelle superfici riflettenti, che è la stessa cosa.
Mentre Hana dimagrisce, Grace diventa più aggressiva, le sposta i mobili, le rompe le sedie e gli specchi, arriva ad attaccarla, a farle male, a sedersi su di lei e a schiacciarla, e intanto la sua fame aumenta a dismisura.
Si tratta, andando a semplificare al massimo, di un film che racconta la perdita di controllo su un corpo che si odia. Siamo quasi dalle parti della possessione, basata però sugli “hungry ghost” di radice buddista (la madre di Hana è giapponese, il padre australiano, il film è ambientato e girato a Melbourne) e declinata in maniera molto originale, dato che il fantasma affamato in questione funziona più o meno come una tenia.
Si potrebbe obiettare (ed è stato fatto) che non è una prospettiva molto illuminata quella di usare un corpo grasso, quello della defunta Grace, come veicolo di paura e disgusto. Non sono particolarmente d’accordo con questo punto di vista, perché Grace non è uno spauracchio, non è un dispositivo per creare dei jump scare a buon mercato: Grace è quello di cui Hana ha paura, e la cosa diventa molto chiara quando conosciamo suo padre, fino a metà film, una presenza perennemente fuori campo, una voce, qualcuno a cui si fa riferimento nei dialoghi.
Assumendo in forma di pillole fabbricate in casa, ciò che resta di un corpo che Hana teme di dover prima o poi, abitare, la protagonista di Saccharine finisce per essere posseduta dal suo terrore e dal suo desiderio più grande. Credo sia un modo molto intelligente e incisivo di raccontare quanto sia difficile, doloroso, e per alcune impossibile, accettare il corpo in cui siamo condannate a esistere dalla nascita alla morte.
Come in Relic, Natalie Erica James lega il tutto a un trauma che va fatto risalire alle generazioni precedenti della famiglia di Hana, e la parte, per quanto più breve e meno intensa rispetto a Relic, dedicata al dramma domestico e familiare fa un male d’inferno e io non so perché questa bravissima regista australiana mi odia.
Saccharine è anche un film quasi del tutto privo di personaggi maschili. Ne ho contati due: il padre di Hana, che appare in una sola scena, ma “infesta” l’intero racconto, e un collega di Hana molto sgradevole che ha poche battute ed è quello che dà a Grace il suo soprannome.
Anche il discorso relativo all’omosessualità di Hana è affrontato da un punto di vista cui si fa riferimento di rado, perché non è proprio comodissimo, anche se, ve lo assicuro, è abbastanza comune: è innamorata di Alanya perché vuole stare con lei o perché vuole essere lei? O anche, una volta entrato in gioco il nostro fantasma affamato, per qualcosa di peggio?
Insomma, non è un’opera leggera, anche se l’umorismo macabro non manca affatto, ed è piuttosto dura da digerire (scusate): quando si trattano certi argomenti, non esiste un modo giusto per farlo, ci sarà sempre chi si sentirà ferito, troppo coinvolto, o penserà che non è stata usata la sufficiente delicatezza. Hanno tutti ragione, appunto perché il modo giusto non c’è, ma per fortuna l’horror non ha più paura di affrontarli, e per fortuna si sta dando alle donne la possibilità di dire la loro in merito.
Saccharine è splendido. Non lo vedrò mai più.
Se volete farvi del male, subito una double feature con The Ugly Stepsister.











Dalla tua recensione evinco che sia un’opera pesante (detto SENZA il minimo doppio senso, tengo a precisare) ma interessante, quindi ho deciso di correre i miei rischi…
È bellissimo, però sì, va maneggiato con cura perché va a toccare dei punti molto sensibili in parecchie persone.
mi è piaciuto molto, ma sgradevolmente mi ha ricordato in alcune sequenze Feed di Brett Leonard. altro film da NON rivedere MAI
Ah, Feed, che film sbagliato