Is God Is

Regia – Aleshea Harris (2026)

Tecnicamente non si tratta proprio di un horror, però rientra nel filone contiguo dei revenge movie, e credo che ormai sappiate che uno dei miei generi preferiti è “donne che si vendicano di uomini violenti”.
Is God Is è il debutto alla regia cinematografica della drammaturga Aleshea Harris, nonché un adattamento per il grande schermo del suo omonimo dramma teatrale del 2018; in giro leggo ovvi (e anche un po’ desolanti, lasciatemelo dire) con il cinema di Tarantino, che vanno benissimo se non avete visto un solo film antecedente al 1990, non avete mai sentito parlare di Blaxploitation in vita vostra e non sapete che Tarantino ha pescato a piene mani da quello stile e da quell’immaginario. Is God Is, con un cast interamente nero, è filiazione diretta della Blaxploitation degli anni ’70, anche per tanti vezzi di messa in scena e di montaggio, che poi il caro Quentin ha rubacchiato e riportato in auge. Credetemi, io contro i film di Tarantino non nulla, anzi, ma mi urta sempre un po’ quando i meriti e le influenze vengono attribuiti senza un minimo di prospettiva storica. In questo caso, più che altrove, la prospettiva storica è fondamentale.

Racine (Kara Young) e Anaia (Mallori Johson) sono due sorelle gemelle rimaste sfigurate in un incendio scoppiato quando erano molto piccole. Da allora, sono passate da una famiglia affidataria all’altra e sono convinte che la loro madre sia morta nell’incendio. Scoprono che non è così: la madre (Vivica A. Fox) è ancora viva, anche se non le resta molto, e chiede di incontrarle un’ultima volta, così le due si imbarcano in un viaggio verso il Sud degli Stati Uniti. Una volta arrivate al capezzale della madre, anche lei orribilmente sfigurata dalle fiamme, lei chiede alle due ragazze di andare a cercare il responsabile dell’incendio, ovvero il padre, e ucciderlo. Racine è subito pronta a eseguire quella che lei chiama “la volontà di Dio” (è così che chiama sua madre), mentre Anaia è un po’ più restia a lanciarsi lungo la strada dei crimini violenti, ma sono gemelle, sono sempre state insieme, Anaia non riesce a percepirsi senza Racine, e viceversa, di conseguenza le sorelle partono alla ricerca del padre.

Sto dietro a Is God Is da qualche mese e avevo delle aspettative molto precise su quello che avrei trovato, quando sarei riuscita a vederlo. Credevo sarebbe stato un film violentissimo, dal ritmo forsennato e con uccisioni rocambolesche, una scia di cadaveri lunga svariati chilometri e personaggi sopra le righe. In parte, tutto questo è presente, perché Is God Is è un film che sa intrattenere molto bene e strappa persino un paio di risate per la presenza di personaggi pittoreschi e per l’abbandono, sin dalle prime battute, di qualsiasi forma di realismo.
Però è tutto molto più complesso di così: quello che non sapevo è che Is God Is è anche un film stranamente tenero, riflessivo, che si prende delle lunghe pause per entrare in profondità nella psiche delle sue protagoniste, che sa commuovere nei punti e nei momenti giusti e, in generale, trasmette un’inquietudine e un senso di disagio che lo avvicinano molto all’horror, e in particolare al rape & revenge degli anni ’70, anche se qui non c’è traccia di violenza sessuale.

Quello che, credo, distingua un’opera come Is God Is sia dal cinema exploitation sia da quello che dall’exploitation ha recuperato alcuni tratti esteriori, è che la rabbia delle due protagoniste non viene mai utilizzata con leggerezza o associata alla commedia. Non è un film che manchi di momenti, e anche di personaggi, dichiaratamente comici, e le due gemelle hanno degli scambi di battute molto divertenti, ma quando si tratta di raccontare la loro rabbia, covata per anni, tenuta a freno perché pareva brutto, e pronta a esplodere, il tema viene trattato con tutta la gravitas che merita; di conseguenza, la violenza, e non ne vedremo neanche tantissima, ha un impatto molto più profondo sulla storia e sugli spettatori. Il film permette a Racine e ad Anaia di essere incazzate nere, di essere feroci, di essere anche moralmente molto ambigue e di non dover rappresentare per forza dei modelli positivi, senza tuttavia giudicarle o ridurle alla coda di una barzelletta sulle femmine con le mestruazioni.

C’è, in altre parole, un dramma profondissimo che ha segnato la vita di entrambe, e ha lasciato loro addosso delle orrende cicatrici, non soltanto esteriori, e la ricerca del responsabile di queste cicatrici non è una scampagnata o una passeggiata di salute, è un viaggio alla scoperta dei propri limiti etici; quando non sono impegnate a scappare, a guidare o a menare le mani, Racine e Anaia sono costrette a chiedersi cosa sarebbe stato delle loro vite, se quella creatura demoniaca del padre non avesse deciso di rovinargliele per sempre, e il confronto con le altre persone che hanno avuto a che fare con lui è quasi sempre impietoso per le due giovani donne. Quindi sì, Is God Is, con tutta la sua vena di follia tipicamente da cinema di serie B, è un film doloroso e poco addomesticato, e forse è questo il motivo per cui, nonostante la critica lo abbia accolto con estremo favore, si è comportato molto male al botteghino americano, quasi che le storie davvero complesse, in cui non è mai del tutto chiaro per chi tu stia facendo il tifo, e dotate di un respiro tragico, mettessero in imbarazzo un pubblico che va sempre più alla ricerca del piccolo, dell’insignificante, del quotidiano.

La relazione tra le due gemelle è raccontata benissimo, ed esemplificata grazie a degli accorgimenti grafici che sottolineano la forma di telepatia che passa tra loro due ogni istante passato insieme; le due attrici sono brave, affiatate, e ti vendono questo rapporto simbiotico con naturalezza; eccellente anche l’interpretazione di Sterling K. Brown (accreditato semplicemente come Man), la cui scelta di casting può essere spiazzante, a una prima occhiata, ma si rivela perfetta non appena lo si vede entrare davvero in scena ed essere una delle presenze più minacciose e malevole apparse sullo schermo nel 2026.
Ho un paio di perplessità sul finale, perché riporta il film nell’alveo di un cinema più tradizionale e pure rassicurante, ma è questione di poco, e magari è un problema tutto mio.
In un’industria ancora dominata dagli uomini in generale e dagli uomini bianchi in particolare, credo sia di fondamentale importanza prestare attenzione a quello che stanno facendo registe come Aleshea Harris o la più famosa (ma sempre messa in discussione) Nia DaCosta, soprattutto nel cinema di genere, un territorio libero, dove è ancora possibile sperimentare.

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