Disclosure Day

Regia – Steven Spielberg (2026)

Ho avuto un paio di settimane un po’ impicciate sul lavoro e quindi ho postato meno di quanto avrei voluto, però nessun impiccio poteva impedirmi di andare a vedere il ritorno di Spielberg alla fantascienza, e di portarmi dietro il nipote, alle prese con il suo primo Spielberg in sala, che è un rito di passaggio molto importante, e alla fine si è anche rivelato essere il suo primo film da persona adulta. Non so quanto ne abbia compreso, perché Disclosure Day non è un’opera di facile ricezione, anzi, ma quando hanno iniziato a scorrere i titoli di coda, era in lacrime. Come me e come i due amici con cui siamo andati a vederlo. Poi per capirne tutte le implicazioni ci sarà tempo. Ciò che ha davvero importanza, è che Spielberg riesce sempre ad agire e a fare pressione su più livelli, anche nel suo film meno spettacolare, perché il grande cinema ha questa capacità di avvolgerti persino se non ne afferri pienamente il significato, se sei troppo giovane per avere gli strumenti culturali per conoscere il contesto in cui è stato concepito; il grande cinema ha il potere di andare dritto alla fonte delle emozioni primarie, al di là dell’impalcatura razionale sulla quale è costruito.
Disclosure Day è grande cinema, e Spielberg è sempre il più grande regista vivente.

Ciò premesso, Disclosure Day non è quello che vi aspettate: da un certo punto di vista rappresenta l’evoluzione naturale e l’aggiornamento al XXI secolo di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, ma il cinema non esiste in un vuoto pneumatico, e chi i film li scrive, li dirige, li produce, invecchia e cambia insieme a loro, e la stessa cosa fa il mondo in cui l’arte viene realizzata. Sono ovvietà, ma sono obbligata a ribadirle per quelli che vorrebbero uno Spielberg sempre uguale alla sua versione di fine anni ’70 o primi anni ’80. È abbastanza logico che, nel 2026, quell’ottimismo, appunto, spielberghiano, nei confronti dell’umanità sia non scomparso, ma appesantito, un po’ come se mezzo secolo fa, per avere fiducia in quello che siamo e che facciamo, bisognasse sollevare appena un sassolino, che nel frattempo è diventato un macigno. Poi lo si solleva lo stesso, o almeno ci si prova, ma lo sforzo nel tenerlo sopra la testa si avverte a ogni fotogramma, ed è giusto così, è così che funziona. Il punto qui è la volontà di continuare a sollevarlo.
Disclosure Day è un manifesto della poetica di Spielberg che racconta la fatica di mantenere, nonostante tutto, uno sguardo puro; si potrebbe dire che è una dichiarazione d’amore allo sguardo puro, nonché un atto di fede nel potere del racconto per immagini e delle storie.

È anche un mastodonte di due ore e mezza, con soltanto un paio di scene che possono essere definite d’azione, che ti impedisce fisicamente di staccare gli occhi dallo schermo. Pare quasi di essere mesmerizzati mentre si sta seduti in una sala buia e tutte le inquadrature agiscono come magneti per il tuo sguardo. Lo so che anche qui dico ovvietà su ovvietà, perché parliamo di Spielberg, ma erano anni (da The Fablemans, ops) che non vedevo una composizione così precisa e così pensata, una serie di movimenti di macchina che mi hanno fatto stropicciare gli occhi per l’incredulità, e un ritmo, non solo nel montaggio, ma interno alle inquadrature stesse che spezza davvero il respiro in gola. Sì, è Spielberg, tecnicamente è imbattibile, ma ha pure ottant’anni, ed è comunque in grado di superarsi ogni volta che decide di fare un film, mantenendo i suoi vezzi classici (le famose “Spielberg face”, i piani sequenza “invisibili”), e allo stesso tempo, rinnovandosi e inventando un linguaggio che pare sempre nuovo, fresco, soprattutto, concepito apposta per risucchiarti dentro la storia che sta raccontando. Spielberg è un narratore, prima di tutto, e il suo essere narratore non ha niente a che vedere con chi scrive la sceneggiatura (in questo caso Koepp). La narrazione lui la fa muovendo la camera e orientando il tuo sguardo, per condurlo esattamente dove lui ha deciso che deve andare.

Dicevo prima (scusate, procedo senza un filo logico perché sto cercando di elaborare il film mentre scrivo) che Disclosure Day è un manifesto del cinema di Spielberg, e non mi azzardo a dire testamento perché porta sfiga; lo è non solo per come rielabora l’estetica della fantascienza cinematografica spielberghiana, che questo signore ha creato dal nulla e infatti porta il suo nome, nel 2026, ma anche da un punto di vista concettuale.
Una delle frasi chiave del film è infatti “non aver paura di ciò che non conosci”. Credo sintetizzi il cinema di Spielberg come poche cose al mondo, in particolare se inserita all’interno di un thriller dall’impianto complottista e paranoico come questo. Ora, l’elemento della paranoia è entrato a far parte del cinema di Spielberg a partire dall’11 settembre (La Guerra dei Mondi è la quintessenza della Hollywood post 11 settembre, per esempio), ma qui è declinato in maniera completamente diversa, che forse finisce addirittura per remare contro la stessa sceneggiatura di Koepp. Il thriller complottista e paranoico ti dice che hai ragione ad avere paura, mentre Disclosure Day racconta della liberazione del mondo dalla paura di ciò che non si conosce, di abbracciare l’ignoto, e di utilizzare l’empatia per riuscirci.

Io lo so che, per colpa dei maledetti social, la parola empatia è stata svalutata nel corso degli anni e che adesso è diventata un termine fantoccio di cui prendersi gioco. Ma per nostra fortuna, Spielberg, alla sua età, se ne frega del cinismo e sta lì a dirci che l’empatia è il massimo traguardo evolutivo dell’umanità, nonché l’opposto esatto della paura di ciò che non conosciamo. Attraverso il personaggio della meteorologa Margaret (Emily Blunt, mai stata così brava in tutta la sua carriera, alle prese con il personaggio femminile migliore dell’intera filmografia di Spielberg), noi spettatori in stato di ipnosi indotta dalla macchina da presa di Spielberg, impariamo a scrollarci di dosso il panico e la paura, perché la paura è l’anticamera dell’odio, della violenza, della distruzione e di tutte quelle belle cosette che ci stanno portando, con moto accelerato, verso la rovina.
Quando qualcuno se ne esce con la stronzata che Spielberg ci costringe a piangere, a me viene voglia di strangolarlo, ma poi mi chiedo: “Cosa farebbe Spielberg”, e mi rispondo che lui se lo abbraccerebbe forte. Le lacrime sono soltanto l’esternazione del fatto che siamo capaci di soffrire per qualcuno e insieme a qualcuno, anche se non lo conosciamo, anche se lo guardiamo solo su uno schermo, anche se è finto.

Che si tratti di un alieno con gli occhioni, di un animale, di un’altra persona, è l’empatia a ricordarci che siamo vivi e che non siamo soli.
E si può interpretare il non essere soli in milioni di modi differenti, in senso religioso, spirituale, cosmico, o anche soltanto sociale: smettere di avere paura di ciò che non conosci significa riconoscerlo e riconoscersi, vedere nell’ignoto qualcosa che ci somiglia, che come noi è vivo, e con il quale possiamo stabilire una forma di comunicazione, possiamo guardarci e vederci.
Era Roger Ebert che definiva il cinema come una macchina che crea empatia, e Spielberg, nel corso dei decenni in cui ha fatto cinema, è stato accusato di essere sentimentale, manipolatore e ricattatorio. In realtà, è sempre stato solo empatico, e ogni suo film ha sempre raccontato lo sforzo, che diventa sempre più difficile da sostenere, ma lo si sostiene lo stesso, di avvicinarsi e comprendere, non soltanto razionalmente perché è la cosa giusta da fare, ma emotivamente perché è soprattutto una questione di sentire, la diversità e l’enorme varietà del mondo che ci circonda, ripetendoci fino allo sfinimento che siamo in grado di farlo e che questa sarà la nostra salvezza in quanto specie.
Ascoltate.

2 commenti

  1. Avatar di Marco INAUDI
    Marco INAUDI · · Rispondi

    Ciao Lucia, visto ieri e piaciuto molto. Forse non è il miglior Spielberg, ma quello che racconta e come lo racconta è meraviglioso. L’ empatia è sempre stato il motore del suo cinema, e a ottant’anni ancora dimostra che la fiducia nell’ essere umano non lo ha abbandonato. Sono molto più sfiduciato io a cinquanta che lui, ma mi scalda il cuore il suo cinema e quando scomparirà (perché purtroppo un giorno succederà, ma spero il più tardi possibile), perderemo una voce e una sensibilità che non sarà facile da accettare. Per ora non farò altro che quello che Emily Blunt dice di fare e che tu giustamente hai postato alla fine: ascolto. Ciao.

  2. Avatar di ecstatic9509a252b4
    ecstatic9509a252b4 · · Rispondi

    Come al solito ottima recensione, scritta bene, coinvolgente e tutto.

    Certo, una riga sulla trama mi avrebbe fatto piacere leggerla.

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