Caveat

Regia – Damian Mc Carthy (2021)

Per apprezzare davvero un film come Caveat, e lasciarsi coinvolgere dal suo quieto terrore, bisogna accettare che la sceneggiatura segue un’unica logica, quella dell’incubo; non esiste la razionalità, in Caveat. Ce ne può essere un vago sembiante all’inizio, ma è soltanto un’imitazione. Dalle prime inquadrature fino a quando comincia a scorrere il rullo di coda, siamo dentro a un incubo e ogni scelta compiuta dai tre personaggi, ogni curva o deviazione nella trama non rispondono ad alcuna esigenza di realismo, ma procedono al ritmo sbilenco di un brutto sogno da cui non ci si riesce a svegliare.
Fatta questa premessa indispensabile va detto che Caveat è uno dei film più paurosi dell’anno; forse il più pauroso fino a questo momento. Arriva, tanto per cambiare, da Shudder, cui non posso far altro che consacrare la mia esistenza e, se qualcuno da quelle parti fosse interessato, vendere la mia anima.

Isaac ha avuto un brutto incidente, soffre di perdite di memoria e ha un disperato bisogno di soldi. Si presenta alla sua porta Barret, che dichiara di essere un suo vecchio amico, anche se Isaac non ricorda nulla di lui, e gli offre un lavoro: si tratta di tenere compagnia per qualche giorno alla nipote di Barret, Olga, una ragazza rimasta da poco orfana di padre, con dei seri disturbi mentali che si sono manifestati da quando la madre è scomparsa senza lasciare traccia. Olga vive da sola in una casa isolata e ha bisogno di qualcuno che la tenga sotto controllo.
Isaac accetta, nonostante sospetti che Barret non gli abbia detto proprio tutto, e infatti si scopre, quando arrivano sul posto, che la casa non è semplicemente isolata, ma si trova proprio su un’isola raggiungibile soltanto in barca, e che Isaac dovrà indossare una specie di imbragatura legata a una catena perché Olga è terrorizzata all’idea che qualcuno entri nella sua stanza.

La casa è fatiscente e buia, Olga in stato semi-catatonico, la catena cui è legato Isaac non solo non gli permette di entrare nella camera della ragazza, ma gli impedisce anche di uscire all’esterno. C’è inoltre un inquietantissimo coniglio di pezza che si mette a sbattere sul suo tamburino in maniera apparentemente casuale nel bel mezzo della notte. Come dicevamo prima, è la logica dell’incubo a dettare legge, perché con tutti i campanelli d’allarme fino a questo momento elencati, chiunque sarebbe fuggito a razzo da lì.
Ci sta che Isaac sia confuso, che si senta anche in colpa per non ricordare il suo “vecchio amico”, che la visione di questa ragazzina sola e malata scateni in lui un istinto protettivo, e diciamo che il fatto di non saper nuotare incide parecchio sull’impossibilità di andarsene dall’isola con mezzi propri. Ma nel momento in cui si lascia mettere in catene da Barret, se non si accetta la premessa, bisogna fare uno sforzo considerevole per tenere sospesa l’incredulità.

Una volta che abbiamo, finalmente, questi due personaggi chiusi insieme dentro la casa, il film comincia davvero. Non mi azzardo a dire che decolla, perché Caveat è il manuale dello slow burn, è tutto atmosfera e disagio e quasi niente azione. Immerge lo spettatore in uno stato di assoluta estraneità a quanto siamo abituati a considerare normale, lo bombarda di stranezze piccole e grandi, lo fa sentire come il suo protagonista Isaac: perennemente disorientato e con un grave problema da gestire, ovvero l’affidabilità della propria stessa mente.
Abbiamo due persone con dei disturbi legati a dei traumi pregressi confinate in uno spazio che sembra creato apposta per acuire le loro sofferenze. La momentanea convivenza di Olga e Isaac è quindi una bomba a orologeria, soprattutto nel momento in cui i traumi vengono alla luce e si scopre il vero motivo per cui Isaac si trova lì. Il rapporto tra i due si trasforma parecchie volte nel corso del film: comincia con una vaga diffidenza, prosegue su una fragile alleanza, deflagra in guerra aperta, e poi muta di nuovo.

Ciò che interessa all’esordiente Mc Carthy non è dunque un racconto lineare o coerente, ma una logorante sequenza di immagini che vanno a toccare tutti i nervi giusti. Lavorare con un budget molto ridotto, da questo punto di vista, è un punto di forza e non un impedimento. Caveat è un film confinato e claustrofobico che trae gran parte della sua efficacia proprio dall’ambientazione unica in cui si svolge nella sua (quasi) interezza. La location unica, la presenza di due attori soltanto, persino l’illuminazione approssimativa, sono tutti fattori che concorrono all’efficacia del film nel mettere in scena uno stato onirico lungo 87 minuti.
E, come in ogni sogno che si rispetti, anche il rapporto con il soprannaturale è problematico e volutamente lasciato irrisolto, perché Caveat può essere un film su un casa infestata e un horror psicologico in cui la colpa prende forme concrete e minacciose; può essere la lunga allucinazione di una mente ancora sotto shock, e può essere il racconto di una vendetta portata avanti con metodo e pazienza dall’oltretomba.

Uscirete dal film con qualche risposta (poche) e parecchie domande, desiderando un immediato spin-off sul coniglio di pezza che sarebbe in grado di mandare la povera Annabelle a nascondersi tremante sotto il letto. Dopo esservi smarriti nei corridoi aggrediti dalla muffa di questa casa, dopo aver fatto un giretto nella sua cantina, dopo essere stati nelle intercapedini dei suoi muri pericolanti, credo che dormirete con la luce accesa per un paio di notti.
O può anche darsi che vi annoierete, non poniamo limiti alla provvidenza, può succedere: Caveat è prendere o lasciare, ma il mio consiglio è di dare un’occasione a questo minuscolo film irlandese, perché è un esempio perfetto di quanto si può fare con un budget quasi inesistente. E grazie, ancora una volta, a Shudder per fornire una platea ampia anche a questi progetti di nicchia.

7 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Sbaglio, o Shudder non è ancora disponibile in Italia?

    1. No, per abbonarsi è un casino, tra VPN e carte di credito.

  2. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Ricorda un po’ The Lighthouse o è solo una mia impressione sbagliata? Comunque ambiente confinato, paranoia, atmosfere oniriche e due soli personaggi, a me basta solo questo.

    1. The Lighthouse è molto più sofisticato e d’autore. Questo è, in fin dei conti, un film abbastanza lineare, di genere. E ha anche obiettivi diversi, secondo me.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Già l’aver visionato qualche immagine sparsa di quell’agghiacciante coniglio di pezza non mi lascia particolarmente desideroso di lasciare la luce spenta (guarda caso, poi, proprio quando stavo scrivendo il commento è andata via la luce in tutto il condominio)…
    P.S. Shudder in Italia? Per il momento è ancora un miraggio 😦

    1. Che poi, senza fare spoiler, il coniglio fa un po’ impressione, ma è più utile che dannoso!

  4. Mi hai trasmesso della sana ansia solo dal tuo editoriale.
    Ho timore di passare notti insonni a vederlo

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