Tanti Auguri: 50 anni di The Omen

Regia – Richard Donner (1976)

In ogni epoca, l’horror si divide in due categorie e, anche se questa divisione non è netta, spesso ha i confini molto labili, e di sicuro stiamo facendo una semplificazione, mi sembra corretto definire le due categorie come “ruspante” e “da allevamento” (è pur sempre giugno, perdonatemi).
Se il cinema dell’orrore degli anni ’70 è ricordato soprattutto per la sua parte ruspante (Non Aprite quella Porta, I Spit on Your Grave, aggiungete titoli a caso, insomma, fate voi), ci sono diversi esemplari da allevamento che hanno fatto la storia del genere, tipo il più famoso di tutti, ovvero L’Esorcista, tipo The Amityville Horror, tipo (anche se solo in parte) The Invasion of Body Snatchers. Si tratta di film prodotti e gestiti da grosse produzioni, con nomi di prestigio nei cast tecnici e artistici, tanti soldi spesi in lavorazione e promozione; non tutti questi horror sono poi diventati classici (pensate, poverino, a Prophecy), ma quelli che ci sono riusciti hanno davvero segnato l’immaginario.
The Omen è sicuramente un horror profumato e ben vestito: anche se non possiede neanche un dodicesimo della classe e della profondità di pensiero del suo fratello maggiore L’Esorcista, che è uno dei motivi della sua esistenza, ha avuto il merito di rendere popolare il concetto di Anticristo e di regalarci il 666 come numero della Bestia, per la prima volta su grande schermo.

Il mai troppo compianto Richard Donner, ai tempi, era un regista televisivo con qualche lungometraggio all’attivo: The Omen è stato il suo trampolino di lancio verso il grande cinema, tanto che, due anni dopo ce lo ritroviamo al timone di Superman; di Gregory Peck penso io non debba dirvi nulla: è stato soltanto uno dei divi più importanti della sua generazione, e anche a fine carriera, aveva un carisma appannaggio di pochissimi; Lee Remick anche, all’epoca era una faccia conosciutissima, oltre a essere stata un’attrice versatile e straordinaria, morta purtroppo giovanissima.
Il budget del film si aggira intorno ai tre milioni di dollari, che non sono una cifra colossale, ma per mezzo secolo fa non sono nemmeno gli spicci con cui doveva lavorare un Tobe Hooper a caso. The Omen è, in tutto e per tutto, un film di serie A, che si comporta tuttavia come molti film di serie B, ovvero capitalizzando sulle paure collettive del suo tempo, e nello specifico, sul satanic panic, mettendosi in parte sulla scia de L’Esorcista e di Rosemary’s Baby, in parte inaugurando un nuovo filone, quello del male che ha come obiettivo principale insinuarsi negli ingranaggi del potere da una posizione apparentemente innocua.
C’è un precedente, che risale al 1974, ed è un episodio della serie di Kolchak, intitolato The Devil’s Platform, che penso abbia anche ispirato Stephen King per il personaggio di Stillson in La Zona Morta, ma sto divagando.
La cosa davvero dirompente che fa The Omen nel 1976 è di lasciarsi alle spalle le gravidanze demoniache, le possessioni, le aggressioni varie al corpo (quasi sempre femminile), e raccontare invece una vicenda tutta dal punto di vista del padre.

Che padre non è: l’ambasciatore Thorn, interpretato da Gregory Peck, quando apprende che suo figlio è nato morto, decide, in combutta con un prete e una suora, di fare uno scambio non autorizzato e assolutamente illegale: si porterà a casa un bambino nato proprio nello stesso momento del suo, e non dirà nulla a nessuno, neanche alla moglie, perché si sa che “il cuore degli uomini è fatto di un terreno più duro”.
Il piccolo Damien cresce sereno e amato in una famiglia ricca e potentissima; Thorn diventa ambasciatore degli Stati Uniti in Gran Bretagna e la sua ascesa nelle alte sfere della politica pare inarrestabile, tanto che la moglie Kathy si rivolge spesso a lui come “futuro presidente”. C’è solo il piccolo problema che le persone intorno a loro cominciano a morire. La prima è la baby sitter di Damien, che si impicca a una finestra della villa dove i Thorn vivono, durante la festa di compleanno del bambino, in una delle scene più famose della storia del cinema horror. Da lì in poi, chiunque proverà a ostacolare Damien, in qualunque modo, sarà destinato a fare un’orrida fine.
Thorn ci mette un po’ a realizzare quello che sta succedendo, e in realtà non ci crede mai sul serio, se non alla fine. È ovviamente Kathy che capisce subito l’antifona, ma il suo parere non conta, per cui diventa davvero tutta una questione di paternità e di responsabilità maschile, che del resto sono indissolubilmente legate al concetto di potere.

Anche qui abbiamo un precedente, e siamo dalle parti dell’horror ruspante, perché parliamo del bellissimo It’s Alive di Larry Cohen, opera indipendente uscita nel 1974 (anno interessante) che, partendo da presupposti molto diversi, racconta, di fatto la stessa storia: un padre si trova nella complicata posizione di dover scegliere tra la salvezza del mondo e la vita di suo figlio. Certo, il poppante zannuto di Cohen è molto più mostruoso di quel tenero batuffolo di Damien, ma è anche per questo che It’s Alive ha uno spessore diverso rispetto a The Omen: Gregory Peck è un uomo tutto d’un pezzo, che non fa un plissé neanche quando gli buttano giù per dalla balaustra la moglie, e d’altronde, è in linea con la sua classe sociale e con la posizione che occupa nella gerarchia dirigenziale degli Stati Uniti d’America. L’emotività è tutta a carico di Kathy che, mentre lui se ne va in giro per l’Europa a cercare di ricostruire la genealogia di Damien, se ne sta in una stanza di ospedale a morire di paura (e poi a morire e basta). Thorn deve essere un uomo d’azione dall’inizio alla fine.
E però, essendoci il signor Richard Donner dietro la macchina da presa, qualche sfumatura riesce a passare ugualmente. Però, prima, ci vuole il fun fact del giorno: sapevate che lo sceneggiatore David Seltzer e Donner battibeccarono parecchio prima delle riprese? Donner, infatti, voleva che la reale natura di Damien venisse lasciata alla libera interpretazione degli spettatori, mentre Seltzer intendeva dare al film una direzione più netta: Damien è l’Anticristo e basta. Alla fine la spunta Seltzer, anche perché il produttore e la Fox sono d’accordo con lui, e al povero Donner non resta che andare sul set con la coda tra le gambe.

Ma, appunto, non puoi mettere Richard in un angolo, e così, qualcosa della visione originale del regista, è rimasta anche nel film ultimato, una vena di follia, la sensazione di trovarci più di fronte a un progenitore di Final Destination che a un cosa hanno fatto da grandi di Rosemary’s Baby, per intenderci. Ogni morte è, infatti, accidentale, o spiegabile in maniera del tutto razionale, e il piccolo Damien è soltanto un bambino. È entrato nella nutrita schiera dei ragazzini malvagi e inquietanti soltanto grazie all’ultima inquadratura del film, che lo vede girarsi verso la macchina da presa e sorridere, ma per tutta la durata di The Omen, fa quello che fanno tutti i bambini di cinque anni: rompe il cazzo al prossimo, che non è segno di essere figlio di satanasso, ma di avere cinque anni. Strepita, fa i capricci, non vuole andare in chiesa (Damien, ti capisco, cucciolo de casa), se ne va in giro sul triciclo per i corridoi della villa, si spaventa quando gli animali dello zoo gli si rivoltano contro e via così. Donner cerca di sottolinearlo in tutti i modi possibili che Damien non è cattivo, non ancora, almeno, che è innocente, di sicuro inconsapevole di ciò che è destinato a diventare. Il che rende la missione di ucciderlo molto più difficile e dolorosa, per il nostro ambasciatore Thorn, che non solo si trova di fronte al classico dilemma “ma come si può uccidere un bambino”, ma si trova a dover essere l’autore della fine della propria discendenza, anche se Damien non è davvero suo figlio, lo è lo stesso, è il suo erede, il suo futuro, e lui deve spazzarlo via. Non è una questione di sentimenti o di amore paterno (negli anni ’70, mi viene da ridere), ma di trasmissione di un’eredità e di potere: a chi lascio tutta questa ricchezza, tutto questo potere, per che cosa li ho accumulati?

The Omen fa anche parte della schiera dei film maledetti, funestati da incidenti di varia natura nel corso delle riprese, e pure dopo, se dobbiamo dare retta a Jerry Goldsmith. Io all’esistenza dei film maledetti non credo, credo soltanto nella sfiga perché quella è reale ed è molto più ostinata di Satana, ma una cosa è certa: The Omen ha un’atmosfera davvero pesante, è come una cappa, un sudario che ti si chiude addosso per quasi due ore. Merito sia del già citato Goldsmith, perché il tema che ha composto per il film è geniale (e infatti in The First Omen lo hanno ripreso paro paro) sia della regia di Donner, che maneggia una sceneggiatura che è un macigno, dandole quasi una forma incorporea, eterea, e per questo, ancora più grave.
Il film ha incassato uno sproposito quando è uscito, e d’altronde mi sarei stupita del contrario: è arrivato nel clima giusto. Eppure i critici lo hanno trattato molto male. Io stessa, dopo averlo rivisto a così tanti anni di distanza dall’ultima volta, sono combattuta. Gli ho dato le quattro stellette politiche di default su Letterboxd, perché è troppo importante, ma mi sono pure discretamente annoiata nella seconda parte. Ha delle cose splendide, come appunto la morte della baby sitter e quella di Kathy, per esempio; d’altro canto, il viaggio di Thorne si trascina molto a lungo e, in generale, il film funziona meglio quando non si sforza troppo di essere serio e prestigioso e indulge nella sua vera natura, che è quella di filmaccio.
Il finale, con il trionfo assoluto del male, è ancora oggi una magnifica e brillante intuizione.
Ammetto candidamente di avere un debole per il sequel del 1978, quello con Damien adolescente. Forse un giorno ne parleremo.

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