Paranormal Activity: Next of Kin

Regia – William Eubank (2021)

Come sapete, ho fatto pace da tempo con il found footage, tanto da dedicargli una recente rassegna qui sul blog (e forse conto pure di riprenderla, prima o poi), ma nelle ultime settimane sono andata oltre la generica nozione di found footage, e ho fatto pace con l’intera saga di Paranormal Activity, serie di film su cui ho riversato odio immotivato per troppi anni. Io, in realtà, avevo visto soltanto il primo e nelle peggiori condizioni possibili, e ho un vago ricordo del secondo, ma non sono neanche sicura di averlo guardato per intero.  L’arrivo di questo ennesimo capitolo, che poi è più uno spin-off sulla falsariga di The Marked Ones, mi ha spinta verso l’impensabile: ho recuperato tutti i film, e mi sono anche divertita un mondo a vederli. Se quello diretto da Oren Peli nel 2007 è da considerarsi ormai un classico, mi ha particolarmente stupita il terzo film, un gioiello del found footage pieno di soluzioni innovative e coraggiose, che fa ancora oggi una gran paura.

Netx of Kin, lo abbiamo accennato, non è un sequel, non si occupa più della vicenda delle due sorelle Kristy e Katie, e prende dalla mitologia di Paranormal Activity giusto il concetto di maledizione come fatto ereditario. Il sospetto, forte, è che quel volpone di Blum, produttore dell’intera saga, abbia appiccicato la sigla Paranormal Activity su una sceneggiatura originale di Christopher Landon (che comunque ha scritto tutti i film dal secondo in poi) per dare all’operazione una maggiore presa commerciale, aggiungendo quel paio di riferimenti, molto labili ma presenti, atti a stabilire un minimo sindacale di filo conduttore. Per fare un esempio, a differenza di The Marked Ones, storia autonoma fino agli ultimi 5 minuti, qui non c’è una sequenza risolutiva che ricollega tutto. Da un lato questo potrebbe essere un deterrente per i fan di Paranormal Activity; dall’altro, è un punto di forza, perché non è necessario conoscere la storia dal 2007 a oggi per godersi Next of Kin. 

Margot è stata abbandonata dalla madre quando era molto piccola e poi adottata. Scopre di avere dei parenti ancora in vita e decide di girare un documentario su di loro: fanno infatti parte di una comunità Amish che vive in una fattoria isolata e sperduta. Margot vorrebbe sapere qualcosa di più sulla sua madre naturale, e sui motivi che l’hanno spinta a lasciarla in un ospedale quando era molto piccola. Se ne va così in questo remoto angolo di mondo, accompagnata dal suo amico, e cameraman Chris, e dal fonico Dale, a caccia del suo passato e delle sue radici. All’inizio è tutto molto strano, ma anche affascinante: non c’è corrente elettrica, la tecnologia è come se non fosse mai esistita, però il cibo è ottimo, l’aria pulita, la gente ospitale anche se molto timida e riservata. 
Dopo qualche giorno, Margot comincia a notare delle stranezze e, in un’intervista al patriarca Jacob, scopre che il destino di Sarah non è stato particolarmente felice. A tutto questo si aggiungono rumori poco rassicuranti la notte, una chiesa in mezzo al bosco dove è proibito entrare, e la batteria del furgone con cui sono arrivati che si rompe all’improvviso, lasciando i nostri documentaristi a piedi e, di fatto, impossibilitati ad andarsene, dato che i loro ospiti vanno in giro con cavalli e carretti. Seguirà prevedibile disastro.

Non è soltanto perché non è parte della cronologia ufficiale della saga che Next of Kin potrebbe trovare (e, in parte, ha trovato) una forte resistenza da parte del pubblico abituale dei Paranormal Activity. Ciò che ha sempre caratterizzato questa saga è la sua dimensione contenuta: una famiglia, una casa, telecamere amatoriali e di sorveglianza. Ovvio che, ai tempi del primo film, mantenersi il più possibile all’interno di un ambiente circoscritto, con pochi personaggi e dei mezzi limitati fosse una necessità: Oren Peli gira a bassissimo costo e in una sola settimana. E tuttavia, questa cifra così angusta diventerà una scelta stilistica nei film successivi, anche quando si avrà la possibilità di spendere più soldi in effetti speciali e nella costruzione di sequenze un po’ più elaborate; Paranormal Activity è una serie di film minuscoli, dai confini ristretti e obbligati a spaventare col niente. 
Ecco, Next of Kin non è così: le riprese sono professionali, l’attrezzatura è all’avanguardia, il personaggio di Chris, che è quello con in mano la telecamera per più tempo, è un operatore di mestiere, quindi si ha sempre una certa pulizia visiva, anche nelle scene più concitate. Per fare l’esempio più scontato possibile, Next of Kin somiglia parecchio a Rec, come impostazione visiva generale, e molto poco all’idea di found footage proposta da Oren Peli. 

Come se tutto ciò non fosse sufficiente, viene anche a mancare il contenimento fisico: Next of Kin è un film su larga scala. Siamo sempre all’interno di uno spazio chiuso, perché la comunità che lo abita è chiusa, ma siamo anche in mezzo alla natura, dispersi tra boschi vastissimi e montagne innevate, luoghi spesso sorvolati da un drone, in riprese aeree che espandono l’ambientazione a un livello mai visto prima nel corso dell’intera saga. Non si tratta neppure di una questione tecnica, o di scelta sul dove far svolgere la storia: le implicazioni di Next of Kin sono più vaste, non si parla più di una sola famiglia, ma la maledizione ha il potere di coinvolgere un numero molto ampio di persone, alzando quindi la posta in gioco. Ci sono anche altri elementi, altri dettagli, altre scelte narrative ed estetiche che rendono Next of Kin un caso a parte nella longeva storia produttiva di Paranormal Activity. 
L’uso dello slow motion, per esempio, giustificato dal tipo di telecamera che Chris utilizza durante le riprese del documentario e che, in una scena in particolare, avrà un ruolo da brividi;  gli sporadici momenti di gore, da sempre i grandi assenti nell’universo di Paranormal Activity, ma qui abbastanza dirompenti; la fisicità tangibile del nemico, su cui tuttavia non posso dire altro; infine, c’è da registrare anche l’abbandono, in un paio di circostanze, del linguaggio found footage per passare a una narrazione di tipo tradizionale. E so che qui agli appassionati del filone mi abbandoneranno sdegnati, e pure a ragione, dato che Eubank cambia il linguaggio senza alcun motivo. Eppure, che vi devo dire, funziona e fa effetto. 

Eubank è il regista del tanto bistrattato (e bellissimo) Underwater, e sono davvero contenta che, dopo il flop al botteghino del suo film precedente, Jason Blum lo abbia preso in scuderia e gli abbia offerto l’occasione di mettersi in mostra, perché Next of Kin è un film che si guarda principalmente per la bellezza e la pulizia delle immagini e per rendersi conto di come un found footage non debba per forza essere sinonimo di regia piatta e priva di inventiva.
Ora, il problema principale di questo film è che, in un certo senso, rinnega la sua stessa natura, e quella della serie a cui millanta di appartenere. Non so, forse avrebbe avuto dei riscontri più positivi (e centrati) se non si fosse appiccicato addosso il marchio di Paranormal Activity e si fosse presentato come un prodotto autonomo. Ma, a tale proposito, c’è una cosa secondo me molto importante da aggiungere: Paranormal Activity ha sempre fatto i conti con la tecnologia disponibile nell’epoca in cui i vari film sono stati realizzati (o ambientati). Il terzo capitolo, per esempio, sfrutta a suo vantaggio le limitazioni del formato in VHS inventandosi il giochino della telecamera attaccata al perno di un ventilatore; nel quarto, che risale al 2012, abbiamo per la prima volta nella saga la presenza delle videochat al computer e, andando a ritroso nella storia della serie, vediamo che ogni film ha le sue peculiarità legate al tipo di attrezzatura disponibile. 
In fin dei conti, Eubank qui fa la stessa cosa: oggi anche un filmaker indipendente ha a disposizione degli strumenti che gli permettono di effettuare delle riprese dal taglio professionale, e con l’avvento dei droni, si può permettere di ampliare il suo raggio d’azione. Se si considera Paranormal Activity come la saga che, più di tutte le altre, ci mostra ogni volta lo stato dell’arte del found footage, Next of Kin non risulta poi così fuori posto rispetto ai suoi predecessori. 
Insomma, questo spin-off riserva qualche piacevole sorpresa e un paio di spaventi da manuale, è magnifico da vedere, non ha nulla di dilettantesco e ha persino un gran bel ritmo, cosa che, pur avendoli rivalutati a posteriori, non posso dire degli altri Paranormal Activity, perché il punto era proprio la ripetitiva staticità delle situazioni. Magari se siete fan duri e puri della saga, Next of Kin vi farà ribrezzo, oppure vi piacerà assistere a un qualcosa di completamente diverso. 
Per quanto mi riguarda, ne vale la pena. 

5 commenti

  1. Nel mio commento vorrei parlare più che altro del regista William Eubank,un regista davvero molto in gamba,il primo film suo che vidi “The Signal” era davvero bello,un piccolo film di fantascienza ben ideato che nel suo colpo di scena finale,io ci ho visto una aperto omaggio al capolavoro di Alex Proyas del 1998,anni dopo vidi quello che potrei considerare il canto del cigno della FOX prima dell’aquisizione da parte della Disney,quella meraviglia assoluta di “Underwater”,di qui ho dovuto aquistare un blu ray tedesco(fortunatamente con l’audio italiano)per poterlo avere nella mia videoteca personale,un film che mi esaltò a livelli inconcepibili e dove la mia passione per i mostri ma soprattutto per la fantascienza sottomarina vennero ripagati alla grandissima! Il suo flop per me fù particolarmente doloroso,perchè poteva essere l’occasione di Eubank per lanciarsi verso le grandi produzioni sci-fi e invece niente! Il mio problema quando venne annunciato il suo nuovo lavoro con Jason Blum,era che nonostante fossi contento per lui che avesse ancora la possibilità di dirigere,al tempo stesso sono rimasto molto amareggiato per questo ritorno quasi forzato dalle circostante a produzioni molto piccole,ed in franchise come quello di Paranormal Activity,che a mio parere non sono in grado di lanciare il regista che lo ha diretto,tant’è che a parte il regista del primo film,non mi pare che gli altri film abbiano messo sotto i riflettori i registi che vi hanno lavorato,il franchise conta molto di più dei suoi registi,ed io non posso fare a meno di immaginare cosa sarebbe potuta essere la carriera di Eubank se “Underwater” fosse stato un successo! MI scuso con te Lucia per il mio dilungarmi,ma sentivo di doverlo dire,in ogni caso auguro a William Eubank buona fortuna,nella speranza che non tutto sia perduto e di rivederlo nuovamente a bordo della mia amata fantascienza possibilmente ben supportata da un budget adeguato che possa far volare la sua immaginazione! Ciao Ciao!

    1. In effetti, questo film funziona perché lo ha diretto Eubank, non per altro. Non ha una grande sceneggiatura, la storia fa un po’ acqua. Si guarda perché è uno dei found footage esteticamente più belli mai realizzati.

  2. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Beh…a me Next Of Kin è piaciuto assai e come dici tu è un found footage anomalo… ammetto che ho fatto diversi salti e quando picchia,picchia duro..da vedere e grazie come sempre 😊👍

  3. E se Blum avesse l’intenzione di rilanciare la saga con degli spin-off ambientati nel medesimo universo narrativo del filone principale, senza però collegamenti diretti -o tutt’al più ridotti al minimo indispensabile- con quest’ultimo? Caratterizzati da un impianto generale meno ripetitivo e statico, il che giustificherebbe il diverso uso del found footage visto qui? Se è vero che ogni capitolo di Paranormal Activity ne rappresenta lo stato dell’arte in quel preciso momento, è pur vero che lo stacco di Next of Kin rispetto ai predecessori sembra piuttosto netto: molto probabile, stando così le cose, la perdita per strada di tantissimi fra i fan duri e puri della saga ma, forse, Blum d’ora in poi ha intenzione di rivolgersi a un pubblico differente…
    Eubank è un regista molto in gamba, sì, e anch’io come Fabio spero di poterlo veder rilanciato verso fantascientifici lidi ad alto budget 👍

    1. Ma infatti io, per una serie di spin off, firmo anche domattina. Ora vediamo i riscontri di questo, anche se è uscito soltanto in streaming. Magari ricominciano a farne uscire uno ogni paio d’anni

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