Last Night in Soho

Regia – Edgar Wright (2021)

Il cinema di Edgar Wright è sempre stato connotato al maschile: i suoi personaggi femminili hanno, fino a questo momento, avuto ruoli marginali, il più delle volte passivi o, perdonate il termine, ma cercate anche di capire cosa intendo, “decorativi”. Per questo, la prospettiva di un film con non una, ma ben due protagoniste, un pochino mi aveva messa in allarme, in particolare dopo un trailer che, al di là della bellezza oggettiva e indiscutibile delle immagini, dava l’impressione di essere alimentato a nostalgia per i bei vecchi tempi. Insomma, avevo da un lato un’aspettativa altissima, dall’altro ero pronta alla delusione cocente e alla fine di una relazione amorosa con la filmografia di Wright che dura dal 2004.
Per fortuna, anzi no, nessuna fortuna: grazie a Wright, la delusione non c’è stata, e non solo; è arrivato uno dei miei film preferiti dell’anno, che in questo momento sta combattendo una lotta ferocissima con altri suoi magnifici colleghi per il primato assoluto. Ho il sospetto che lo conquisterà addirittura.
Last Night in Soho è un capolavoro. O, almeno, è il capolavoro di Wright, il suo film più maturo, più profondo e sofferto, e anche quello esteticamente più compiuto. 

Difficile trovare un punto di partenza per parlare di Last Night in Soho: ci sono troppe cose da dire, così tante che non sono neppure certa di riuscire a dirle tutte, però proviamoci. Innanzitutto, non è un film nostalgico, ma è l’esatto opposto; mostra infatti quanto può essere tossica la nostalgia, così tossica da arrivare a ucciderti. È un film su un sogno nostalgico, quello della giovane Eloise (Thomasin McKenzie), arrivata da un paesino della Cornovaglia a Londra per studiare moda, che si trasforma in un incubo.
Per la prima ventina di minuti, Last Night in Soho somiglia (anche se si sente che non può essere solo quello) alla classica storia della fanciulla un po’ ingenua e un po’ sprovveduta che approda nella grande città dalla campagna e si trova fuori posto: Eloise, non appena mette piede a Londra, ha subito a che fare con un tassista maniaco; arriva al dormitorio studentesco dove ha preso alloggio e incontra delle sue compagne di corso che in confronto Mean Girls è un film su delle dame di carità; è sbalestrata e disorientata, e fa l’unica cosa possibile, per una come lei: si rifugia in un passato edulcorato e dorato, negli anni ’60 in cui tutto era più bello. E non lo fa in senso figurato, perché Eloise ha un dono soprannaturale. Quando va via dal dormitorio e prende un monolocale in affitto da Diana Rigg (cui il film è dedicato), Eloise entra, ogni notte, nella vita di Sandie (Anya Taylor-Joy, per l’occasione tramutata nella sosia bionda di Barbara Steele), che sogna di fare la cantante nella swinging London.

E sì, all’inizio è tutto meraviglioso. La prima scena in cui Eloise si trasferisce nel passato toglie letteralmente il respiro, è uno di quei momenti che ti riconciliano con l’atto stesso di andare al cinema, che ti fanno capire perché esiste, il cinema: è un trionfo di suoni, colori, musica, glamour, inquadrature “impossibili”, movimenti di macchina da cadere in ginocchio e ringraziare. È come ascoltare un’orchestra di centinaia di elementi che suona in perfetta armonia, è una sequenza che potrebbe essere usata come nuova definizione di bellezza assoluta. 
È giusto sia così, perché, dopotutto, quella è la percezione che, nella cultura pop, abbiamo di un determinato momento storico, ed è l’idea che di quel periodo ha Eloise: musica incredibile, feste eleganti, uomini aitanti e coraggiosi che difendono le signorine in pericolo, sogni che, da un giorno all’altro, diventano realtà, come sembra capiti anche a Sandie; incontra il principe azzurro (Matt Smith) che, guarda caso, è anche un manager importantissimo e immediatamente le procura un’audizione in un locale. Sandie ce l’ha fatta: nel giro di una notte, è arrivata dove è sempre voluta arrivare, ed Eloise, di riflesso, trae nuova linfa vitale dalla sicurezza e dalla forza di questa ragazza vissuta molti anni prima. 

Soltanto che è tutto falso, è una facciata, è una bella scenografia messa a coprire marciume e putridume, perché il passato è un abisso di dolore e morte, di donne abusate, ingannate, sfruttate e lasciate lì a farsi ammazzare, perché essere femmina è sempre stata una cosa maledettamente complicata, che mai ha potuto prescindere dal passare attraverso un potere detenuto in maniera salda e sleale dagli uomini. E questo Sandie lo capisce troppo tardi e ne paga un prezzo enorme.
Quando il destino di Sandie nelle mani del personaggio interpretato da Matt Smith comincia a compiersi, il film cambia, sparisce la magia, sparisce la patina luccicante sugli anni ’60, e l’atmosfera diventa quella di un Giallo italiano. Non un Giallo italiano generico, uno di Mario Bava, che diciamo le cose come stanno, una volta tanto, è lui ad aver influenzato tutti quanti, ed è lui che ora, da lassù, sta sorridendo, perché io lo so che lui Last Night in Soho, in qualche modo, lo ha visto. 
Il modello di riferimento principale è di sicuro Sei Donne per l’Assassino, non solo per l’ambientazione nel mondo della moda, ma per l’uso dei colori, magari nella prima parte del film non troppo evidente, ma da un certo punto in poi, inequivocabile. Però Last Night in Soho è un film profondamente cinefilo, senza essere mai ammiccante o citazionista. È frutto di una conoscenza profonda del cinema, di un amore altrettanto profondo nei confronti di una quantità innumerevole di registi, e tuttavia rielaborato in maniera originale, personale, riconoscibile. 
Wright è diventato adulto, continua a giocare stilisticamente col mezzo, perché ne possiede la totale padronanza, ma lo usa, appunto, come un mezzo, come un veicolo per raccontare una storia che deve sentire come particolarmente sua, nonostante la sceneggiatura sia opera di Krysty Wilson-Cairns. Segnatevelo, perché ci torniamo. 

Last Night in Soho è un film da cui è giusto lasciarsi sopraffare. È grande nel senso che è pensato su scala vastissima, concepito per creare un mondo in cui lo spettatore sia completamente immerso dall’inizio alla fine: non si esce da Last Night in Soho, come dice la mia socia in affari Marika nella sua recensione, è simile all’esperienza di una forte ubriacatura o, aggiungo io, di un trip allucinogeno. Comincia la prima sequenza e sei già dentro, sei ammaliato e incantato dalla maestria di questo regista che è stato capace di superare anche se stesso e uscire dalla zona, per lui molto comoda e confortevole, del puro divertimento per aspirare ad altro. Esteticamente, è un film dall’ambizione sconfinata, proprio perché non è così esplosivo come un Baby Driver, non procede a scoppi di fuochi artificiali, ma è una rete che ti si chiude intorno, e mostra anche una sensibilità che, nelle opere precedenti di Wright si poteva intuire, mentre qui è scoperta, sfacciata, esibita. Wright si è messo a nudo per la prima volta e non lo ha fatto in modo autoreferenziale, parlando di sé, ma mettendo al centro della scena due donne. 
Qui ci tocca mettere un bell’avviso di SPOILER prima di proseguire. Vi avevo avvisato: bisogna parlare della sceneggiatura, di Wilson-Cairns e del finale.

La soluzione del mistero al centro del film, ovvero un omicidio avvenuto più di mezzo secolo prima dell’arrivo di Eloise a Londra, è data al pubblico tramite un espediente classico del Giallo all’italiana: Eloise è stata testimone del delitto, ma la sua percezione dell’evento (e quindi la nostra) era errata: Sandie non è la vittima, è l’assassina. Fin qui è tutto normale, tutto in linea con il genere cui Wright si ispira. Abbiamo visto un’infinità delle volte questo ribaltamento della prospettiva nel Giallo, come fa anche parte del filone l’identità spesso femminile del killer. È qui che interviene la sceneggiatura a rovesciare ulteriormente il punto di vista e il senso ultimo di questa storia, e a far uscire il personaggio di Sandie dalla tipica dicotomia che vuole le donne vittime indifese o assassine spietate e mostruose che tramite l’atto estremo di togliere la vita, rinnegano la propria natura più intima e vanno, di conseguenza, eliminate per un rapido ripristino dell’ordine naturale delle cose. 
Altro cliché che viene messo sotto sopra è quello, derivante invece dal cinema gotico, per cui è compito del medium (in questo caso Eloise) “liberare” gli spiriti inquieti che hanno subito un torto con la cancellazione fisica di chi l’ha perpetrato. 

Ecco, ora prendete questo bagaglio che arriva da centinaia di film e gettatelo nella pattumiera, perché Wright e Wilson-Cairns (che ha scritto Penny Dreadful e con il mostruoso femminino ha già avuto a che fare con lo splendido personaggio di Lily) non ci stanno a perpetuarlo ancora a lungo. Sandie non è la cattiva per cui siamo disposti a provare un po’ di pietà prima della sua definitiva e possibilmente silenziosa dipartita, perché poverina, ne ha subite tante però in fondo non si fa questa cosa brutta di ammazzare quegli uomini laidi e schifosi, non è educato, non è da signorine per bene. 
Quando gli spettri chiedono a Eloise di uccidere Sandie, lei risponde no. E in quel no c’è tutta la differenza tra passato e presente, tra una cartolina, bellissima ma morta, creata dalla nostra immaginazione, e la realtà orribile fatta di sfruttamento e violenza, e tra un cinema antico, meraviglioso, che tuttavia bisogna mettere in discussione, e un cinema nuovo, che guarda con ammirazione a ciò che è stato fatto, ma sente che è arrivato il momento di superarlo. 
Ci sarebbero ancora tante cose da dire su Last Night in Soho: si potrebbe parlare per ore dell’uso della musica, sia quella originale scritta da Steven Price, sia i brani di repertorio, ognuno dei quali ha un significato particolare che si incastra alla perfezione con il momento del film che è chiamato a commentare; bisognerebbe scrivere un post a parte soltanto sulle interpretazioni delle due protagoniste, con parecchie parole dedicate all’ultimo ruolo di Diana Rigg, che io pensavo avesse poco spazio, ma è al contrario un personaggio chiave; chi la conosce meglio di me dovrebbe essere in grado di descrivere il rapporto simbiotico tra Wright e la città di Londra. Però non c’è lo spazio, non c’è il tempo e io ho cianciato anche troppo. 
Per favore, andate in sala, ché questo film si merita la vostra presenza e voi vi meritate di essere immersi nell’oceano di suoni, colori e sensazioni che Wright ha allestito per voi. 
A me restano solo tanta gratitudine e tanta gioia per vivere in un momento in cui la mia più grande passione, il cinema, è in una forma così straordinaria. Grazie, signor Wright, per questo ennesimo regalo. 

11 commenti

  1. L’ho visto ieri al cinema e sono d’accordo con ogni singola parola della tua bellissima analisi.
    Era il film che attendevo di più quest’anno, anche se negli ultimi mesi avevo letto diverse stroncature che mi avevano piuttosto preoccupato, in cui il film veniva accusato piuttosto pesantemente di misoginia. Inutile dire che non ho visto nulla di tutto ciò nel film, anzi secondo me affronta la tematica con una grande sensibilità, come scrivi anche tu.

    1. Infatti non capisco in che modo questo film possa essere etichettato come misogino. A me sembra talmente chiaro. Poi non so.

      1. Luca Bardovagni · · Rispondi

        Forse perchè nei film CORRETTI le donne “cattive” vanno “punite”. Non me lo spiego altrimenti.

        1. Io credo che molt3 si stiano lamentando per una rappresentazione poco positiva delle sex workers, è l’unica spiegazione che riesco a darmi. Ma tutta quella parte si svolge negli anni ’60, a la protagonista parte volendo fare la cantante e si ritrova prostituta, quindi c’è poco da stare allegri.
          Poi boh.

          1. A detta di molti, il colpo di scena finale vanificherebbe il discorso femminista fatto dal resto del film. Mentre invece a mio parere lo rafforza ancora di più…

          2. Ma anche secondo me:
            primo, perché in quel modo Sandie non è soltanto una vittima.
            secondo, perché non è lei il villain della storia, ma viene rivendicato più volte che ciò che ha fatto è stato giusto.

  2. Daniele Segalina · · Rispondi

    Sai quando si esce dal cinema con quel sorriso che non se ne vuole andare? Al momento sono così. Felice di aver visto e non ho paura di dirlo, un grandissimo film. Forse uno dei migliori degli ultimi anni. Sono contento! 😀

  3. Alessandro Silvio Tassone · · Rispondi

    Spero di riuscire ad andare a vederlo quanto prima, magari allo spettacolo di mezzanotte 🙂

  4. Ritenevo Wright troppo arguto e intelligente per cascare nella trappola di una riproposizione nostalgica o comunque all’acqua di rose della Swinging London, e me lo confermi con la tua recensione (anzi, ha fatto pure meglio di quanto già potessi sperare) 😉
    Del resto, è impossibile parlare di quei coloratissimi e dinamici anni omettendo la realtà di un lato terribilmente oscuro, consistente nel fetido e vasto sottobosco criminale (in cui tante, troppe Sandie finivano per rimanere invischiate) dominato da organizzazioni quali quelle dei Gemelli Kray e della Richardson Gang (con tanto di manager “protettori” alla Matt Smith nei loro libri paga)…

  5. L’ho visto finalmente ieri e devo dire che, fino alla scena nella quale i laidi individui chiedevano a rotazione a Sandy il suo nome, concordavo con il tuo giudizio entusiastico: un vorticoso, abbagliante capolavoro.
    Purtroppo invece mi devo associare a quanti lamentano una svolta finale insoddisfacente, un po’ perchè a un certo punto diventa meccanico e noioso vedere Eloise che scorge fantasmi dappertutto e sbrocca, un po’ perchè SPOILER SPOILER SPOILER il cambiamento prospettico che vede Sandy – alla maniera dei gialli di Dario Argento – come assassina seriale toglie a mio parere molta forza alla denuncia delle brutture sessiste dietro il glamour dei sixties, con la violenza che perde il suo valore catartico per diventare patologia. Intendiamoci, a me va anche bene concettualmente il ribaltamento vittima-villain indipendentemente dal sesso del soggetto, ma tale svolta a mio parere non giustifica il fatto che Eloise a un certo punto inizi a menare fendenti col coltello alla cieca, e oltretutto fa risaltare i difetti di scrittura dei personaggi secondari (la collega di corso stronza al 100% e il ragazzo innamorato perso che accetta la qualsiasi).FINE SPOILER SPOILER SPOILER.
    Alla fine mi è anche piaciuto il film, ma secondo me non esprime le potenzialità messe in atto nell’ottima prima parte.

    1. Guarda, per me è proprio quello a far fare al film lo scatto da ottimo thriller anni ’60 a capolavoro. 😀

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