Faces of Death

Regia – Daniel Goldhaber (2026)

Quando è cominciata a girare la notizia che qualcuno stava mettendo mano a una sorta di remake di The Faces of Death, il falso documentario del 1978 che per anni è stato considerato una prova di coraggio per chi voleva autodefinirsi “vero appassionato” di horror, un po’ ho storto il nasino. Poi il nome del regista ha dato la prima spallata ai miei pregiudizi in merito: Goldhaber ha diretto Cam nel 2018 (il suo esordio) e How to Blow a Pipeline nel 2022, quindi non solo ha dimostrato di essere uno in gamba, ma anche uno che ha il polso della situazione e comprende bene il momento storico in cui muove e dirige i suoi film.
Non sono una fan di The Faces of Death, anche se ne riconosco la portata di puro veicolo di shock per quando è uscito, quasi mezzo secolo fa. Era, in ogni caso, già un’imitazione in partenza, dato che i cosiddetti mondo movie esistono dagli anni ’60 (e sì, è colpa nostra, come spesso accade), ma Faces of Death era interessante soprattutto perché era quasi tutta opera di finzione, la simulazione di uno snuff. Poi sì, c’erano anche alcune immagini reali (in particolare, quelle di violenza sugli animali, anche se non tutte: la foca, la scimmia, i cani erano messe in scena), ma di fatto, si parla di uno dei primi esempi di mockumentary della storia.

Il concetto di snuff movie ha sempre esercitato una certa fascinazione sugli spettatori, e non soltanto su quelli avvezzi a ingozzarsi di film violenti ed estremi, anzi. Forse è anche più vero il contrario: è il motivo per cui, se appiccichi a un film l’etichetta di “tratto da una storia vera”, riesci a richiamare un numero maggiore di persone; è il motivo per cui il true riscuote così tanto successo.
Dai mondo movie degli anni ’60, passando per le loro versioni un po’ più estreme a cavallo tra i ’70 e gli ’80, per poi arrivare ai found footage underground di fine anni ’90, e approdare finalmente a internet, con Rotten (tanto per dirne uno), il confine tra semplice attrazione per il macabro e voyerismo, curiosità morbosa e sadico piacere, è sempre stato sfumato. Ma c’era comunque una questione dirimente in ballo: certe immagini sceglievi di vederle, spesso te le andavi a cercare, altre volte ti sfidavano a cercartele.
Oggi non è più così e, appena apriamo un social qualunque, ci ritroviamo sommersi dagli snuff. Pure se siamo in grado di addestrare bene l’algoritmo, prima o poi, capita a chiunque di inciampare in un video o in una foto che non si aveva alcuna intenzione di vedere. La violenza è un sottofondo fisso al nostro scrollare, mentre distinguere la verità dalla finzione sta diventando una faccenda seriamente complessa.

Ha quindi senso rifare Faces of Death oggi?
Sì, se si sceglie l’approccio giusto, e a me pare che Goldhaber e la sua collaboratrice fissa Isa Mazzei, ci siano riusciti. Il nuovo Faces of Death non è un remake, ma un meta-sequel nel cui universo narrativo il film del 1978 non solo esiste, ma è anche oggetto di un remake poco ortodosso.
La protagonista Margot (Barbie Ferreira) di mestiere modera i contenuti per una app chiamata Kino (praticamente è Tik Tok, ma sotto mentite spoglie per ovvi motivi); il suo lavoro consiste nel guardare i video caricati dagli utenti e decidere se vanno rimossi o no. Un giorno si imbatte nel filmato di una pubblica esecuzione, che lei ritiene essere fasullo, ma poi lo stesso user carica anche altri video, e Margot inizia a sospettare che possano essere reali.
Certo che lo sono, e non è uno spoiler, perché è evidente e chiarissimo sin dal trailer che c’è un giro un serial killer (Dacre Montgomery) con ambizioni da filmmaker, che ha deciso di diventare virale rimettendo in scena i momenti più memorabili di Faces of Death, ma questa volta ammazzando davvero la gente e facendo milioni di visualizzazioni.

L’horror, perdonatemi se mi ripeto, è in forma smagliante, quindi quello che sto per dire potrebbe apparire contraddittorio con ciò che vado affermando con convinzione da una decina d’anni: è un genere che ha smarrito una delle sue ragioni d’essere, ovvero, quella di abbattere i tabù. Non è “colpa” della qualità, sempre più alta, dei film, per carità. È che non esistono più tabù da abbattere, nel momento in cui anche l’ultimo di essi, la morte violenta, ci viene elargito a colazione pranzo e cena sullo schermo del nostro telefono.
A scandalizzarsi per un film dell’orrore è rimasto giusto qualche critico ottuagenario di Cannes, insomma. Quella fase è tramontata e ce la siamo lasciata alle spalle più o meno intorno al 2011 o giù di lì. Da un lato, non è neanche una cosa così tragica come potrebbe apparire, perché diventa stancante, dopo un po’, essere circondata da film bro che ti fanno pressione perché tu guardi August Underground, altrimenti non ti danno il distintivo da esporre sul petto.
La situazione è semplice e brutale: qualunque cosa verrà in mente a un regista di mettere in scena, anche la più feroce e disgustosa, non potrà mai rivaleggiare con il bombardamento di morte e violenza cui siamo sottoposti nella nostra vita quotidiana, perché la finzione perde sempre il suo confronto con la realtà.
Ma la realtà, anzi, i frammenti di realtà che riceviamo passivamente, non può riflettere su se stessa, ed è anche difficile che, nel bel mezzo del nostro doom scrolling, abbiamo la volontà di soffermarci su qualcosa, o che questo qualcosa abbia un impatto emotivo su di noi.

Questo il film lo spiega benissimo nel momento in cui Margot si trova a litigare con una sua collega (interpretata da Charli XCX) completamente desensibilizzata di fronte ai contenuti più a rischio presenti su Kino.Quale genere meglio dell’horror può affrontare la questione della perdita di sensibilità nei confronti della morte violenta? Alla fine, l’argomento principale dell’horror è la morte, e il suo impatto sulla nostra vita. Cosa succede quando essa smette di avere un impatto perché ci si fa l’abitudine e si passa oltre?
Il nuovo Faces of Death riflette su questo punto; lungi dall’essere uno stantio e fuori tempo atto d’accusa verso i social, ci parla di come ci relazioniamo alla violenza e alla morte nell’epoca dei social, e come questo rapporto sicuramente malato e distorto, non sia del tutto nostra responsabilità, ma sia in qualche modo pilotato dalle varie piattaforme di cui usufruiamo, al fine di aumentare il traffico.
Non è una novità: l’orrore è sempre stato una gigantesca forza di attrazione, ma appunto, nel 2026 non si tratta più di domandarsi perché, si tratta di stabilire se abbiamo ancora la capacità e la possibilità di scegliere cosa guardare, e se abbiamo gli strumenti per discernere tra realtà e finzione. E se la cosa ancora ci interessa, che non è affatto scontato. E anche questo disinteresse, alla fine, quanto è attribuibile a delle nostre scelte consapevoli?

Non c’è una facile demonizzazione del mezzo (Goldhaber, per fortuna, è giovane), quanto la presa d’atto che il mezzo non ci appartiene, che qualcuno decide al posto nostro quello che guardiamo ogni giorno, ed è disposto a tutto per farci continuare a guardare.
Se, ai tempi del vecchio Faces of Death, la censura, inserendolo tra i famigerati video nasties, voleva impedirci di assistere a un’ora a mezza di smembramenti e morti atroci (finte), oggi chi modera i contenuti segue delle direttive bizantine e spesso grottesche, ma allo stesso tempo, deve fare in modo che noi gli occhi dallo schermo li stacchiamo il meno possibile. E la violenza rimane il metodo più efficace.
Faces of Death è un film bellissimo perché incastra tutte queste riflessioni all’interno di una confezione che è puro intrattenimento. La struttura narrativa è quella di uno slasher contemporaneo, con un pizzico di spazio lasciato alle indagini condotte online da Margot, sangue a tonnellate e un serial killer che difficilmente dimenticherete.
Finisce dritto tra gli horror più interessanti del 2026. Ci consegna un ottimo regista, una nuova scream queen (Barbie Ferreira di horror ne ha fatti pochi, dovrebbe farne di più) e un attore che dovrebbe interpretare solo assassini psicopatici. 

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