Passenger

Regia – André Øvredal (2026)

Non è sempre caviale, diceva il mio amico Davide (mi manchi), e anche se lui parlava davvero di cucina, è una citazione che si può applicare a qualsiasi ambito dello scibile umano, e soprattutto all’horror contemporaneo, che si sa, diventa ogni giorno più complesso e stratificato, persino una volta esaurita la fase “elevated”. Anzi, forse è ancora più ricco di livelli di lettura una volta che questa fase si è esaurita, ma vi giuro che non esco fuori tema.
Però, appunto, non è sempre caviale, non può esserlo, e credo che neppure vogliamo che lo sia, perché a mangiare il caviale tutti i giorni finisce che ci si annoia.
Øvredal ha dato il caviale ai suoi spettatori in due circostanze, quando ha esordito in patria, e quando lo ha fatto negli Stati Uniti. Poi si è limitato a farli divertire, e chi siamo noi per rifiutare un sano divertimento, offerto da un regista che ha classe da vendere?
Nessuno. Noi ci sediamo in sala, strilliamo e saltiamo sulla poltrona per 90 minuti, ci alziamo e ringraziamo.

Sin dal trailer, Passenger promette di essere un giro sulla sempiterna giostra della paura. Credo che il successo di un film vada anche misurato in base a ciò che promette, e se riesce a mantenerlo: Passenger non infrange alcuna delle sue promesse, fa esattamente ciò che ci aspettiamo da lui. Certo, il contraltare è che non sorprende mai ed è prevedibile in ogni sviluppo narrativo, ma anche i racconti attorno al fuoco sono prevedibili, e Passenger è esattamente questo: un racconto attorno al fuoco, con il signor Øvredal che ti siede vicino e inizia parlarti di quella leggenda messa in giro da camionisti e camperisti, di un’entità che si aggira per le strade isolate, e tu non devi mai e poi mai fermarti o scendere dalla macchina, perché verresti marchiato e poi perseguitato, fino alla tua dipartita.
Dopo un prologo che già conoscete, perché è stato inserito quasi nella sua interezza nei trailer, passiamo a conoscere i veri protagonisti della vicenda, la coppia formata da Maddie (Lou Llobell) e Tyler (Jacob Scipio); i due sono in procinto di lasciare il loro appartamento e New York e di iniziare una nuova vita su un van arancione che diventerà la loro casa lungo la strada. Tyler è entusiasta, Maddie un po’ meno, ma è disposta se non altro a fare un tentativo.
Passano sei settimane in viaggio e, una notte, si fermano per soccorrere un ragazzo vittima di un incidente. Mal gliene incoglie, perché il Passeggero del titolo li marchia con tre graffi sulla carrozzeria del van, e inizia a dar loro il tormento.

Il film è davvero tutto qui: due tipi su un camper, un essere soprannaturale che li vuole morti, svariati tentativi di cercare una soluzione per liberarsene. Potrebbe essere un episodio di The Twilight Zone o di Tales from the Crypt per quanto è lineare e contenuto, e per come fa economia narrativa su tutto. Øvredal sa che il tempo, al cinema, è prezioso, soprattutto quando non ha poi tantissimo materiale su cui lavorare, e non ne spreca neanche un istante: è preciso, rapido, fila come un diretto ed è sempre attento a fornire le informazioni necessarie senza tuttavia annoiare con spiegoni non richiesti. Anche perché, le leggende, anche quelle urbane, non devono essere spiegate.
Al di là della sua dimensione on the road, Passenger ha tutti gli elementi di un folk horror: i due protagonisti entrano a far parte di una comunità ristretta e molto caratterizzata (quella dei camperisti nomadi), ma non conoscono le regole che hanno permesso a questa comunità di sopravvivere nel corso degli anni; di conseguenza, sono le vittime perfette per il Passeggero: sono impreparati, novellini, e Maddie in particolare, non capisce e non si sente parte del mondo dal quale il suo fidanzato è così attratto.
Tra i due, la scettica è lei, e sempre lei sarà quella obbligata dalle circostanze a credere.

C’è una dinamica interessante tra Maddie e Tyler, che Øvredal si gioca molto bene, e la usa senza mai appesantire il racconto: in un film scritto peggio, Tyler sarebbe uno stronzo egoista che si porta dietro la fidanzata tipo pacco postale, mentre lui si diverte a cazzeggiare con i suoi nuovi amichetti camperisti; dall’altro lato, Maddie sarebbe ritratta come una rompicoglioni guastafeste e, nel momento in cui la si vedrebbe sperimentare i primi fenomeni soprannaturali, Tyler non le crederebbe. Seguirebbero battibecchi, litigate, urla e pianti, e finalmente, Tyler verrebbe messo di fronte all’ineluttabile evidenza di ciò che sta accadendo.
In Passenger c’è sicuramente un attrito tra i due protagonisti, ma entrambi hanno le loro ragioni, ed entrambi lavorano per tenere in piedi la loro relazione, senza remarsi contro a vicenda, ma anzi, cercando in ogni modo di venirsi incontro. Forse vogliono cose diverse dalla vita, ma la colpa non è di nessuno.
Quando Maddie è, per il secondo atto del film, l’unica ad avere un’esperienza diretta dell’esistenza del Passeggero, Tyler ha un istante di perplessità, ma le crede quasi subito, senza mai mettere in dubbio quello che Maddie dice di aver visto. Insomma, al di là delle divergenze, è rinfrescante vedere, per una volta tanto, una coppia che non è disfunzionale e una relazione che non è radioattiva. Bravo Øvredal.

Non guasta affatto che Passenger sia girato in maniera impeccabile, e che, al di là dei jump scare, su cui torniamo, si avvalga molto spesso della macchina da presa e dei suoi movimenti per fare paura: c’è una sequenza in un parcheggio che andrebbe messa all’interno di un manuale, e potrebbe anche benissimo essere estrapolata dal film per diventare un corto a sé stante. Abbiamo Maddie, da sola, che esce da una palestra e si dirige verso il van: è notte, il parcheggio è quasi deserto se non per un’automobile con tre persone a bordo, e il van è dall’altra parte del grande piazzale. Quello che fa Øvredal con la sua camera è impressionante e terribilmente efficace per metterci nei panni di Maddie, ogni secondo più disorientata e priva di punti di riferimento. Lo spazio si modifica, la disposizione degli oggetti si sposta, e tutto avviene senza neanche uno stacco di montaggio.
Un’altra sequenza molto ben messa in scena coinvolge un proiettore, un telo appeso tra gli alberi in mezzo al bosco, e Vacanze Romane. Non vi dico niente, perché dovete vederla con i vostri occhi.
Sarà pure un film lineare, privo di sorprese, e di puro e semplice intrattenimento senza ambizioni, ma diamine se Øvredal non è un regista tecnicamente preparatissimo.

Poi, c’è un indulgere un po’ troppo pigro sui jump scare, che fa incazzare ancora di più proprio a causa della capacità del regista di creare situazioni di terrore assoluto senza farne uso, e bisogna dire che l’ultimo quarto d’ora è abbastanza moscio, e la soluzione del mistero non all’altezza di quanto visto prima. Un po’ come Whistle, con il quale condivide parecchie caratteristiche, o anche Primate (che però è più intenso), difficile che a fine anno qualcuno lo annovererà tra gli horror migliori del 2026, ma è un film onesto e molto ben gestito, come i suoi colleghi: prodotti medi che vengono accusati di essere brutti perché ogni horror pare debba essere chissà quale rivelazione, reinvenzione, rivoluzione. Non è così. Di Obsession ne escono, se siamo fortunati, un paio l’anno, e non è corretto sminuire film che hanno altri intenti e altri obiettivi, e sono comunque riusciti.

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