Backrooms

Regia – Kane Parsons (2026)

Non so se anche voi la pensate così, ma rischiamo che i due horror migliori del 2026 siano diretti da un ragazzo di 25 e da uno di neanche 20 anni (all’epoca delle riprese). E non so se anche a voi questa notizia fa luccicare gli occhi di felicità. A me sì, credo sia molto interessante il modo in cui i giovanissimi si avvicinano all’horror e lo coltivano, con una consapevolezza e un polso della situazione che, per ovvi motivi, a noi vecchi di merda sfugge ogni giorno più di mano.
Ora, il fenomeno delle backrooms non ve lo devo certo spiegare io, come del resto non vi devo spiegare l’horror liminale, dato che qui ne parliamo da anni, e ne abbiamo fatti diversi esempi, alcuni di essi risalenti anche a periodi in cui il termine neppure si utilizzava.
Al cinema, la nozione di liminal horror ha cominciato a farsi strada con Skinamarink, e da allora ha preso sempre più piede; il mio problema con questa categoria di film è che, se hanno un fascino enorme da un punto di vista estetico e visivo, spesso crollano quando si tratta di tradurre tali suggestioni in strutture narrative coese.
I cortometraggi delle Backrooms, tutti firmati da Parsons, e che hanno attirato l’attenzione della A24, che alla fine gli ha prodotto il film in sala a partire da questa settimana, funzionano nella loro brevità e perché utilizzano un linguaggio estremamente specifico, riconoscibile dai fruitori di videogiochi e da chi passa tanto tempo online.
La domanda è: come li si può adattare alla forma del lungometraggio?

Partiamo dal dato di fatto che i cortometraggi di Parsons sono, a loro volta, delle traduzioni da un linguaggio, quello del creepypasta, a un altro, quello del video su YouTube. Portarli al cinema è il passo successivo, ma non si tratta solo di gonfiare il formato o di allungarlo alla durata standard di un film: si tratta di dare all’idea, terribilmente astratta e, allo stesso tempo, con un aspetto visivo già codificato nell’immaginario, il respiro e il ritmo giusti perché si adatti al cinema, e sia anche fruibile da tipi di spettatori diversi, che magari non hanno idea di cosa sia una backroom, non hanno mai sentito parlare di spazi liminali e non si interessano a un certo tipo di cose.
Backrooms è infatti il primo film davvero grosso a occuparsi della materia, con un budget di dieci milioni di dollari, una distribuzione capillare, un cast di peso (Chiwetel Ejiofor e la divina, splendida Renate Reinsve non sono proprio gli ultimi arrivati) e una produzione di prestigio alle spalle. Punta quinti in alto, non aspira a essere un minuscolo prodotto di nicchia, ma vuole sfondare la bolla, se mi passate il gergo. Vuole, soprattutto, inserirsi in un discorso che l’horror contemporaneo sta portando avanti da diversi anni sulla percezione del reale, anzi, addirittura sul senso stesso del reale. Un horror che è sempre meno strutturato e sempre più di pura atmosfera. Insomma, il momento è perfetto perché le backrooms facciano il loro ingresso trionfale nel mainstream.

Di solito, queste operazioni si rivelano delle catastrofi, perché si prende un’idea germogliata dal basso e non la si sa gestire, non se ne comprende a fondo la natura. La A24 ha avuto l’intelligenza di dare fiducia a Parsons, e lui se ne è uscito con un film incredibile, che chiunque può apprezzare, anche chi non ha mai sentito parlare di una backrooms in tutta la sua vita. È riuscito nell’impresa perché non ha snaturato il concetto di fondo dei suoi cortometraggi, ovvero quello di precipitare per caso in un interstizio della realtà che ci turba in quanto familiare ma del tutto svuotato del significato che gli attribuiamo quotidianamente; allo stesso tempo, tuttavia, è anche stato in grado di scrivere e dirigere un horror psicologico inquietante e stratificato, dando il giusto spazio ai due protagonisti e al loro paesaggio mentale, che diventa determinante nello sviluppo della backroom stessa. Ha, in altre parole, raccontato una buona storia, ambientandola all’interno degli spazi liminali, una vicenda interessante, il cui svolgimento appassiona e coinvolge dall’inizio alla fine.
La mia convinzione è che Parsons sia partito dalla consapevolezza che, in realtà, la backroom non è un’idea nuova, ma un concetto che possiamo far risalire a Lovecraft e ai suoi angoli impossibili, o anche a Hodgson e alla sua casa sull’abisso. A essere nuova, in quanto mutuata da forme d’arte giovani, è la rappresentazione della backroom, che parla direttamente a noi contemporanei perché poggia su terrori relativi a luoghi che siamo soliti attraversare, e in cui ci sentiamo intrappolati.

Si tratta sempre di uno squarcio che si apre nel tessuto della realtà, ma il paesaggio che ci si apre davanti agli occhi è cambiato: è la creazione di un’intelligenza non umana che tenta di imitare l’umano, sono gli infiniti livelli da superare in un videogioco, è la replica di luoghi noti che hanno perso la loro funzione, è il ripetersi idiota di corridoi tutti uguali. Il nostro mondo, quello che abbiamo costruito, che ci appare in tutta la sua mancanza di senso, perché svuotato dalla nostra presenza, tanto che, se per caso finiamo per cadere dentro a una backroom, ci sentiamo alieni, fuori posto. Niente costruzioni ciclopiche di divinità malvagie, che sarebbe troppa poesia: ci meritiamo le pareti gialline, la moquette, i complementi d’arredo a basso prezzo divorati dal pavimento.
Poche cose sono così tristi, squallide e definitive come una backroom.
Il film di Parsons eccelle proprio nel trasmettere questo sentimento, difficile da definire, che sta a cavallo tra il terrore e l’apatia, tra l’indifferenza e la disperazione. Se la visione dell’Altrove in Lovecraft portava alla follia, le backrooms non ti consentono questo lusso: si prendono un pezzo di te e lo riproducono, distorto, vagamente riconoscibile, la copia di una copia di una copia.
Soltanto un ventenne poteva portare al cinema con questa chiarezza una sensazione simile. E io non vi posso sentire quando affermate che non può averlo diretto tutto da solo: non esiste regista al mondo, che abbia venti o novant’anni, che diriga un film da solo.

Per quanto riguarda la messa in scena e lo stile, Backrooms passa con disinvoltura dal cinema tradizionale al found footage (o analog horror, se preferite, che in questo caso ci sta benissimo): se fa molta paura in tutte le sezioni found footage, sono quelle tradizionali a stupire per la gelida bellezza delle inquadrature, geometriche e, allo stesso tempo, estranee e ostili proprio come i corridoi in cui si muovono i protagonisti. Parsons fa un lavoro enorme sulle luci, insieme al direttore della fotografia di Oz Perkins, Jeremy Cox, e sul sonoro, per dare vita a questo labirinto di stanze che non portano da nessuna parte, porte che si aprono sul nulla, soffitti che si abbassano, oggetti che non dovrebbero trovarsi lì, residui di un’umanità al capolinea. Calibrato al millimetro anche il montaggio firmato da Greg Ng (sempre in prestito da Perkins, produttore esecutivo con James Wan), che ti fa passare senza che tu neanche te ne accorga, un’ora e cinquanta minuti con pochi dialoghi e all’interno di spazi che sono, per definizione, basati su un meccanismo ripetitivo. Sulle scenografie mostruose di Danny Vermette (un altro che arriva dalla troupe di Perkins) neanche mi sento di aggiungere qualcosa: sto parlando di loro dall’inizio dell’articolo. Backrooms è un film che potrebbe diventare più bello a ogni visione, e infatti ho voglia di guardarlo già una seconda volta.

Ma se vi devo confessare la cosa che ho più amato di questo film, è l’assenza, programmatica, voluta, e pure bella strafottente, di spiegazioni. Quella di voler chiarire a ogni costo la natura delle backrooms era una trappola in cui era molto facile cadere, l’ansia che raccontare l’esperienza di finire dentro a una backroom non fosse sufficiente, ma fosse necessario inventarsi qualcosa che le desse un senso, una forma razionale, un qualcosa cui aggrapparsi per non tornare a casa con la testa rotta.
E invece niente, Parsons non vi spiega niente, perché se l’horror è l’irrompere dell’ignoto e del non conoscibile nel nostro quotidiano, non ha bisogno di essere chiarito. È così e basta, e ce ne dovremo fare una ragione.
E ora che Barker e Parsons hanno tirato fuori questi due mastodonti, date più macchina da presa in mano ai ragazzini. Ci salveranno.

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