Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Regia – Jane Schoenbrun (2026)

Cerchiamo di ripristinare la programmazione dopo le vacanze, cominciando con il film più bello del 2026. Ora che l’ho detto, è tutta in discesa. Ovviamente, la mia è un’affermazione opinabile, nonché viziata dal fatto che Camp Miasma sembra stato scritto a mia misura, ma non sono la sola a pensarlo e credo sia un film di cui sentiremo parlare a lungo.
Ci sono almeno sei milioni di cose da dire sul terzo lungometraggio di Schoenburn, una regista che, lo sapete, ho sempre trovato troppo ostica e distante dalla mia idea di cinema. Fino a ora.
Di sicuro, Camp Miasma è il suo film più accessibile, il che non significa che non sia bizzarro, perché lo è, o che non sia una sofisticata ed estremamente cerebrale operazione d’autore, perché è pure questo.
Ciò che, a mio parere, lo distingue e lo eleva è il modo in cui il lato, chiamiamolo così, accademico, si amalgama alla perfezione con un tono leggero e, finalmente, con un’emotività tutta a fior di pelle.
Camp Miasma racconta della giovane regista Kris (Hannah Einbinder) alle prese con il reboot di una vecchia saga slasher, quella di Camp Miasma, appunto, una specie di ibrido tra Venerdì 13 e Sleepaway Camp. La sua idea è quella di riportare in scena la final girl del primo film, interpretata da Billy Presley (Gillian Anderson), che ora vive da reclusa proprio sul set del Camp Miasma originale. Kris si reca quindi a casa di Billy per convincerla a prendere parte al reboot, e poi vi dovete vedere il film, perché non aggiungerò altro, anzi, se non lo avete visto, fermatevi pure qui.

Credo che per parlare di Camp Miasma con un minimo di cognizione di causa sia necessario partire dal rinascimento dello slasher, genere virtualmente scomparso nel decennio elevated, quello degli anni ’10 di questo secolo, e tornato in auge con la trilogia di Fear Street prima, e con i legacy sequel di Scream poi. Non dico che gli slasher non esistessero o non venissero prodotti, ma erano fuori dal discorso collettivo. Nonostante film come It Follows, per esempio, ne riprendessero alcune caratteristiche, lo slasher tradizionale è stato per parecchio tempo relegato ai margini, e proprio quando l’horror stava iniziando il percorso che lo avrebbe poi portato a uscire dai margini. La mia ipotesi è che questo sia accaduto per due motivi: il primo è che l’horror ha valicato i confini dell’intrattenimento di bassa lega rifiutando la formula, e lo slasher è, per sua stessa natura, un genere a formula; il secondo risiede nella natura reazionaria (o presunta tale, ci torniamo) dello slasher, che in quel periodo storico non poteva trovare spazio. Una volta passati attraverso la stagione dell’elevated horror, senza rinnegarlo, ma capendo che, insomma, non è peccato divertirsi anche, ogni tanto, ecco che lo slasher è tornato a fare capolino, dapprima con una certa timidezza, e poi, a forza di sgomitare, venendo sempre più in primo piano. Lo so che sto semplificando, ma non sto qui a scrivere un trattato. Con Camp Miasma, facciamo il giro completo e ci riappropriamo del lato reazionario dello slasher, anzi, ce lo rivendichiamo, perché alla fine è nostro pure quello.

Trovo infatti molto interessante, e anche molto giusto, che Schoenbrun abbia scelto lo slasher, tra tutte le diramazioni dell’horror, per parlare di desiderio e sessualità queer. C’è una ragione di carattere meramente pratico, ovvero che, quando eravamo tutti piccolini e guardavamo un capitolo a caso di Venerdì 13 in VHS o in un passaggio televisivo, lo facevamo perché erano i film più semplici da reperire: lo slasher è popolare, è triviale, è sempre a portata di mano, è spesso il portone d’ingresso principale per chi si avvicina all’horror. Ma esiste anche una ragione più profonda, che Camp Miasma sintetizza alla perfezione quando Kris racconta a Billy le sue fantasie sessuali. Lo slasher ha sempre parlato di desiderio, e a un livello di ricezione più immediato rispetto, per esempio, al body horror. Desiderio represso, punito, il più delle volte considerato sbagliato, e quindi da schiacciare a colpi di machete. Ma pur sempre di desiderio. E, per una giovane persona queer in generale, e in particolare una persona trans nel caso di Schoenbrun, che guardava questi film in un’età impressionabile e ancora non capiva bene chi fosse, cosa volesse e cosa desiderasse, la brutale equazione tra sesso e morte, risuonava in profondità, era dirompente, dolorosa, certo, ma anche liberatoria e capace di farti vivere la duplice prospettiva di vittima e carnefice, quello sdoppiamento nello sguardo che è una delle chiavi di Camp Miasma.

Ci risiamo dunque: come in I Saw the Tv Glow, si parla ancora di quanto le opere audiovisive che abbiamo divorato da giovani abbiano plasmato la nostra mente e, nel caso di Camp Miasma, i nostri corpi, e quello che i nostri corpi sono arrivati a desiderare, vergognandosene.
Camp Miasma ribalta la prospettiva continuamente nel corso dei suoi cento minuti di durata, ma lo fa in maniera marcata tre volte: la prima, quando l’assassino della saga, Little Death (mai nome fu più significativo), emerge dal lago per uccidere gli adolescenti, come in ogni slasher che si rispetti, e passiamo dalla sua classica soggettiva, vista tante volte da Peeping Tom in poi, al vederlo agire in primo piano, con la macchina da presa fissa sul suo volto e gli schizzi di sangue e le scene di morte fuori fuoco sullo sfondo; la seconda, quando finalmente ci viene rivelato il retroscena della sequenza di Camp Miasma che tanto ossessiona la nostra protagonista Kris, e infine, quando sarà la stessa Kris a vivere questo sdoppiamento, a trovare la capacità di guardarsi dall’esterno e, di conseguenza, a liberarsi dal peso di quella vergogna, quella sensazione di sentirsi sbagliata, mostruosa, fino a quel momento mascherata dalla dissociazione e dal rifugiarsi in dissertazioni teoriche, quando alla fine lo slasher è solo questo: carne e sangue.
Sono momenti importantissimi nell’economia del film, perché riescono a collegare tra loro, come non ho mai visto fare prima d’ora, la gioia di poter finalmente abbandonarsi al piacere e quella di guardare un film dell’orrore.
Horror in generale, slasher in particolare, come un qualcosa che regala felicità, che, al di là del suo essere, in linea appunto teorica e accademica, un genere conservatore e terribilmente normativo, parla a chi non è mai stato normativo più che agli altri.

Vero che si nomina Psycho più volte, vero che Little Death è un aggiornamento di Angela di Sleepaway Camp, e vero che l’intera saga di Camp Miasma segue lo stesso iter di Venerdì 13, ma quando ho nominato qualche riga fa Peeping Tom è perché sono convinta che sia quello il punto di riferimento principale, il perno intorno al quale fare ruotare questa bellissima opera di rivendicazione degli aspetti considerati più deteriori, misogini, retrivi, a volte insultanti. Lo sdoppiamento dello sguardo che era stata invenzione del film di Powell, ma per suscitare orrore e sgomento, qui diventa un’arma di liberazione e di accettazione di sé, di ogni parte di sé, persino quelle che non confesseremmo mai a nessuno.
A quel punto, anche il concetto di final girl subisce il ribaltamento definitivo, e si arriva così alla sua assoluta identità col killer, con il mostro, con lo spauracchio, e quando i due soggetti sono indistinguibili, si entra in una gioiosa bolla di sangue e caos.
Ci sarebbe da chiedersi a quale genere appartenga Camp Miasma, perché in effetti, nonostante ci sia sangue a ettolitri, non è un horror molto canonico. Per quanto mi riguarda, è un bubble gum (anzi, un caramelle gommose) horror che riflette su quanto sia stato, e sia ancora, importante l’horror per una determinata categoria di persone, su quanto ci abbia trasformato, nonostante tutti i suoi aspetti problematici. Forse proprio a causa di essi, direi.

Da un punto di vista estetico, Camp Miasma è una meraviglia per gli occhi. Che Schoenbrun fosse brava e avesse uno sguardo molto fresco e autoriale lo sapevamo, ma questa volta lavora con un budget più alto (non altissimo, una decina di milioni) e con delle sequenze più elaborate ambiziose nella messa in scena. Il film ha una prima parte che procede con un ritmo abbastanza dilatato, e ci dà il tempo di conoscere le due protagoniste e di entrare nel loro mondo, e nel mondo del film, per poi cominciare ad accelerare e poi esplodere nella seconda parte. È coloratissimo e caldo, sembra quasi una cosa viva di cui è possibile sentire il respiro sulla pelle, è surreale come spesso è il cinema di Schoenbrun, ma possiede anche una concretezza fisica, una presenza tangibile che penetra lo sguardo dello spettatore. Incanta, commuove, emoziona e, nonostante sia un’opera esoterica, può essere vista e amata da chiunque, perché i temi che tratta, al di là della componente metacinematografica, sono universali. Il desiderio è universale. Non ha importanza se non si è a conoscenza di tutti i codici e i messaggi cifrati inseriti nel film. Non li conosco tutti nemmeno io, lesbica e cresciuta a pane e horror come la protagonista Kris.
Prima che questo diventi l’articolo più lungo della storia del blog, ci tenevo a celebrare la bravura, la classe e il coraggio di Gillian Anderson, disposta a mettersi in gioco in un ruolo niente affatto facile. Se potete, andate a vederlo in lingua originale, perché la sua voce vale il prezzo del biglietto. Ma, in ogni caso, non perdetelo, fatevi questo regalo.

4 commenti

  1. Avatar di alessio

    Io ho preferito di gran lunga I Saw the TV Glow ma solo perché per me è uno degli horror più belli degli ultimi anni, quest’ultimo è davvero un bel film ed è la conferma del talento di Schoenbrun; il film però l’ho vissuto prima di tutto come una bellissima lettera d’amore al cinema horror che forse alla fine pecca di troppo citazionismo e cerebralismo per quanto paradossalmente il messaggio sia chiaro e sbattuto in faccia in tutti i modi. La tua lettura è comunque molto interessante anche perché è il punto di vista che proponeva – non a caso – Cerise Howard in 1000 Women in Horror quando ci parla di identificazione dello spettatore sia nella vittima che nel carnefice ovvero di una fluidità di identificazione che supera i classici codici binari (in realtà c’erano davvero tante cose interessanti che diceva). Alla fine il proprio vissuto e la propria identità definiscono quello che noi vediamo dentro un’opera dunque ben venga ogni nuova lettura che, considerando poi la storia personale di Schoenbrun, in effetti mi sembra molto aderente alla sua personale urgenza. Mi sembra che rispetto al film precedente ci sia un senso di liberazione e riappacificazione con sé stessi che rendono questo Camp Miasma sicuramente meno ostico e più accessibile.

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · · Rispondi

    Dove si dimostra come, avendone la capacità, ci sia ancora qualcosa di nuovo da dire a proposito dello slasher… E qui credo che darò la precedenza alla versione in lingua originale (coniscendo e apprezzando il timbro vocale di Gillian Anderson).

    P.S. Bentornata tra noi 👍

  3. Avatar di bluefortunatelye1bb36701e
    bluefortunatelye1bb36701e · · Rispondi

    Ho visto questo e I Saw the TV Glow a pochi giorni di distanza: Schoenbrun riesce a fare film molto intellettuali e molto “de còre” allo stesso tempo. Trovo che abbia uno sguardo cinematografico molto contemporaneo, ci vedo oltre ai richiami ai film di genere, anche Lynch e Korine, forse il più assimilabile come sperimentazione senza limiti.

    Ho apprezzato anche le colonne sonore.

    1. Avatar di bluefortunatelye1bb36701e
      bluefortunatelye1bb36701e · · Rispondi

      Devo avere pasticciato con gli account, mi firmo qui: Elena.

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