
Regia – Robbie Banfitch (2025)
Non è facilissimo stabilire una connessione con il cinema di Banfitch, perché è ostico e radicale, non spiega niente, se non capite quello che succede è un problema vostro e, come se non bastasse, non si disturba neanche più di tanto a introdurre i personaggi. Sulla carta, sia il suo esordio, The Outwaters, sia questa sua opera seconda, si basano su dei presupposti che gli amanti del found footage e affini hanno imparato a conoscere bene: nel primo caso, gruppo di amici in gita nel deserto alla prese con strani eventi soprannaturali; nel secondo, un ragazzo che indaga sulla scomparsa della sorella minore. Situazioni viste centinaia di volte, che tuttavia Banfitch declina in un modo tutto suo, sfiorando in alcuni frangenti la video arte. Tinsman Road è appena più accessibile rispetto a The Outwaters, ma soltanto perché ha un’ancora emotiva più stabile rispetto alla confusione del suo film precedente, che a me era piaciuto moltissimo, ma comprendo che potesse risultare irritante. Se però vi piace Skinamarink e non The Outwaters, non possiamo proprio essere amici.
Il giovane regista Rob torna a casa per girare un documentario investigativo sulla misteriosa sparizione di sua sorella Noelle, avvenuta parecchi anni prima. Va a stare dalla madre (che è interpretata dalla vera mamma di Banfitch), rimasta da sola e convinta che il fantasma di Noelle infesti in qualche modo la casa dove lei e il fratello sono cresciuti.
Rob non svela a sua madre il suo vero intento, che è scoprire cosa sia accaduto a Noelle. Le dice soltanto di voler girare dei filmati che testimonino la presenza dello spirito della sorella. Contemporaneamente, se ne va in giro a fare domande agli abitanti della piccola cittadina del New Jersey, soprattutto a quelli che abitano lungo la Tinsman Road del titolo, ultimo posto in cui Noelle è stata avvistata, una strada circondata dai boschi, con quattro casupole sparse e un’atmosfera di abbandono, occasioni perse e provincia miserabile. Passano i mesi, senza venire a capo di niente, e Rob decide di prendere sacco e pelo e tenda e andarsene da solo in mezzo ai boschi, ripercorrendo quello che, ai tempi delle indagini, si pensava fosse il percorso compiuto da Noelle, prima di sparire nel nulla. La speranza è quella di trovare almeno le sue ossa e così provare a darsi pace e a dare un po’ di pace anche alla madre.
La verità verrà a galla, ma sarà dolorosa.
Di Tinsman Road ho letto una recensione su Letterboxd che lo definiva il figlio adottivo di Lake Mungo e The Blair Witch Project. Pur non essendo una definizione, a mio avviso, esaustiva, ci serve come punto di partenza. Il film è diviso nettamente in due parti: la prima, quasi tutta ambientata nella casa di famiglia di Rob, ricorda abbastanza Lake Mungo per come gioca con l’illusione che i morti ci stiano ancora accanto; la seconda, quella all’esterno, nei boschi, in cerca delle tracce della sorella perduta, ha qualche debito nei confronti di TBWP, però poi se ne va in una direzione tutta diversa e anche parecchio inaspettata.
Se siete fan della shacky cam e del senso di atavico terrore che regala ritrovarsi da soli in mezzo a una natura ostile, magari con una presenza soprannaturale che vi sta alle costole, preferirete la seconda parte; se, al contrario, vi piace un tipo di horror più psicologico, dai ritmi lenti, e se apprezzate la malinconia, la prima parte di Tinsman Road vi potrebbe piacere anche di più, sempre che abbiate la pazienza di sorbirvi quasi due ore di mini dv in bassa definizione e in perenne soggettiva spesso su stanze vuote, pareti spoglie, dettagli tipo una vecchia cassetta registrata o un carrillon che di notte si mette a suonare da solo.
“Sorrow is terror” recita la tagline del film sulla locandina. Sono tre parole che racchiudono il senso del film intero. Il dolore e il lutto, quando devi trovare una ragione per la loro irruzione nella tua vita, possono diventare una forma di terrore, e a volte quella paura che ti prende quando in una stanza buia avverti qualcosa che non quadra, una presenza, un movimento strano, un suono che non riesci a identificare, è quasi consolatoria, come succede alla mamma di Rob, che interpreta ogni più piccolo segnale, sia anche un lieve sfarfallio delle luci, come prova inconfutabile che sua figlia sia lì con lei.
Il terrore di Rob è invece più concreto: lui teme che sua madre stia perdendo il lume della ragione e crede che soltanto mettendola di fronte alla verità sul destino di Noelle, la donna potrà rinsavire. È la paura di un figlio lontano da casa per molti anni che, al suo ritorno, non riconosce più la persona che lo ha cresciuto, la asseconda per non ferire i suoi sentimenti e, allo stesso tempo, la inganna sul suo reale obiettivo.
Banfitch dimostra una grande sensibilità nel mettere in scena il rapporto tra Rob e sua madre, senza mai lasciare in ombra di dettagli sgradevoli, le incomprensioni, i litigi. Tiene la linea soprannaturale del suo film sullo sfondo, ma indirizza il nostro sguardo sempre in quella direzione: il mistero dietro alla scomparsa di Noelle non è terreno, c’è qualcosa nella casa che tenta di comunicare con i suoi abitanti e c’è qualcosa nei boschi che, al contrario, non ha affatto delle buone intenzioni.
Quando, con il cuore appesantito dall’angoscia, andiamo finalmente a percorrere Tinsman Road, siamo sicuri di quello che ci aspetta, ed è lì che Banfitch sterza bruscamente e ci porta in un territorio inesplorato, dentro a un abisso al quale avremmo preferito non dare neanche una sbirciata. Il modo in cui lo fa, senza rivelare niente del colpo di scena, è interessante, perché sembra davvero di trovarsi dentro a un rifacimento di TBWP, anche se su scala ridotta perché il nostro protagonista è da solo e perché i boschi in cui finisce per perdere l’orientamento sono dietro casa, fanno semplicemente parte del paesaggio in cui Rob è cresciuto.
Come fa da sempre parte del paesaggio la ragione per cui Noelle è scomparsa.
È proprio questa sensazione di familiarità che gradualmente cede il passo a qualcosa di oscuro e sempre più alieno a rendere Tinsman Road efficace: è un viaggio che si svolge in uno spazio limitatissimo, eppure ci sembra essere finiti in un’altra dimensione. Tinsman Road è il classico film “da cortile” che però è talmente ambizioso e sfacciato da risvegliare in noi un senso di orrore quasi cosmico.
Non lo consiglierei a chiunque, per carità: bisogna essere irriducibili del found footage (anche un po’ sperimentale) per apprezzare un film con questi ritmi e con questa voluta mancanza di eventi chiave, se non negli ultimi dieci o quindici minuti. È pure molto lungo, come ho già detto, e a tratti è snervante e sembra giri a vuoto e ti voglia inchiodare in una reiterazione di roba senza senso. Fa un lavoro magnifico sui filmati di repertorio e soprattutto sugli oggetti lasciati indietro da chi non c’è più, ma pure questa caratteristica, che a me è piaciuta parecchio, potrebbe risultare, per usare un termine aulico, una gran rottura di coglioni. Dipende molto dalla disposizione d’animo con cui lo affrontate: se sapete in anticipo a cosa andate incontro, magari lo sopportate meglio. Resta un ottimo tentativo di riportare il found footage alle sue origini, quando ancora non si trattava soltanto di influencer e dirette live, incamerando comunque la lezione dell’horror liminale più recente.










