In difesa di Lizzie

Io lo so che ci odiate, ma mi sembra che vi sentiate in dovere di ribadirlo e dimostrarlo ogni giorno con una violenza quasi inaudita.
Facciamo un piccolo passo indietro, altrimenti parto arrabbiata sin dalle prime righe, ed è una cosa che mi piacerebbe evitare. La serie antologica Monster, ideata da Ian Brennan e Ryan Muprhy, è arrivata alla sua quarta stagione, ma soltanto adesso ha puntato i riflettori su un personaggio femminile, cosa che già dovrebbe dirci tante cose sulle quali è meglio sorvolare.
Da non appassionata, e anzi, aperta detrattrice, del true crime, ho provato a guarda la prima stagione e ho mollato il colpo dopo un paio di episodi; sono riuscita a terminare la seconda, quella sui fratelli Menendez, perché quando Ryan Murphy si mette a fare il camp lo trovo irresistibile e, per quanto comunque a rischio, mi ha persino divertita. Nel momento in cui è toccato a Ed Gein, mi è venuto da vomitare il pranzo della prima comunione alla puntata numero uno.
Il fatto, incontrovertibile, è che Ryan Murphy è un autore di pura exploitation, cosa di per sé assolutamente lecita, quando non auspicabile (l’exploitation è bellissima), che tuttavia finisce per situarsi in una zona grigia se si parla di morti ammazzati reali, di serial killer, di vittime i cui parenti sono tutt’ora in giro. Non sto dicendo che guardare una stagione di Monster sia riprovevole da un punto di vista morale; sto dicendo che io subisco in maniera negativa un certo tipo di narrazioni, è una questione personale.
La nostra Lizzie Borden è morta nel 1927, un secolo fa. I fatti che la vedono coinvolta, nebulosi, mai del tutto chiariti e da sempre oggetto di teorie e speculazioni, sono dunque molto distanti. Se per i personaggi delle stagioni precedenti c’erano prove, filmati, testimonianze, per Borden ci troviamo più nell’ambito della leggenda che del true crime propriamente detto.
Già questo dovrebbe farci capire che ci troviamo di fronte a una stagione un po’ anomala della serie.

Ma in realtà neanche troppo: Monster ha sempre parlato di come gli assassini più famosi della storia vengano trasformati in icone, in divi quasi. Non è tanto una serie true crime, quanto una serie sul true crime, e infatti si avvale spesso di meccanismi meta linguistici, di anacronismi vari, di distorsione della verità storica a beneficio della spettacolarizzazione. Tutto questo non ha mai turbato gli animi, almeno fino a ora.
Con l’uscita su Netflix della stagione dedicata a Lizzie sono arrivati i paladini dell’approccio filologico, del realismo a ogni costo, dell’attenersi scrupolosamente ai fatti così come sono avvenuti, e soprattutto del (tutto maiuscolo) NON POSSIAMO SAPERE SE LIZZIE ERA LESBICA. Che io lo so che è questo che vi fa saltare la mosca al naso.
Da un lato c’è una questione legata a Ryan Murphy, che pare essere allo stesso tempo, per uno strano paradosso tipico dei tempi in cui viviamo, troppo woke e non abbastanza woke. Il risultato è che lo attaccano un po’ tutti, e lui se ne infischia, perché i suoi lavori continuano ad attirare milioni di spettatori. Dall’altro, c’è quell’irrilevante problemino della misoginia, che quando si parla di lesbiche aumenta fino a raggiungere livelli incontrollabili e fuori dalla grazia di Dio.
La faccenda della relazione tra Lizzie e la cameriera di famiglia Bridget/Maggie non se l’è inventata Ryan Murphy. Esiste un bellissimo film del 2018, intitolato appunto Lizzie, che racconta la storia dei Borden con modalità molto simili a quelle usate da Murphy nella serie, strage delle colombe compresa, che vi piazzo qui come TW per violenza atroce sugli animali. Certo, quello era un piccolo film indipendente, mentre questa è una serie prodotta da Netflix, quindi è automatico che faccia più rumore.

Come dicevamo prima, Murphy non si limita a cambiare i (presunti) fatti storici, dando per scontata la colpevolezza di Lizzie Borden e per acquisito il suo orientamento sessuale. Lui ne fa uno spettacolo di grand guignol, un’epopea di liberazione femminile che attraversa varie epoche, dal ‘500 della contessa Bathory fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso con Aileen Wuornos. E no, né la contessa sanguinaria né l’assassina di stupratori poi condannata a morte hanno nulla a che vedere con Lizzie Borden. No, Aileen Wuornos non era ossessionata dalla figura di Lizzie Borden. Lo sappiamo, e non è rilevante. Non lo è perché l’intento di Muprhy è talmente chiaro che a me pare assurdo anche stare qui a discuterne. Il filo conduttore è l’oppressione che generà mostruosità. Perché non puoi trattare la mostruosità femminile dalla stessa angolazione di quella maschile, devi darle per forza di cose un taglio differente. Che sia giusto o sbagliato quello scelto da Murphy per Lizzie Borden non sta a me giudicarlo. È exploitation, è di cattivo gusto, è terribilmente kitsch in alcuni momenti, e di sicuro è problematico. Ne ho adorato ogni minuto, proprio perché non anestetizzato né ripulito. Se accettiamo il presupposto che Monster non sia e non abbia alcuna intenzione di essere una serie di stampo realistico, dobbiamo accettare anche tutto il resto: i momenti surreali, gli intrecci tra passato e presente, le invenzioni di sana pianta. Non vi deve piacere, ma incazzarvi perché Ryan Murphy modifica gli eventi a uso fiction significa non aver mai capito come lavora. O forse andava bene fintanto che potevate ammirare il culo di Charlie Hunnam, chi lo sa.

Secondo me, sull’accoglienza quantomeno controversa ricevuta da Lizzie Borden, c’è da fare un discorso che riguarda la messa in scena della queerness nei prodotti mediatici di massa. Si tende sempre a relegare le lesbiche all’interno di una nicchia, perché è l’unico orientamento sessuale che marginalizza e decentra il maschio, e noi a questo non siamo abituati, lo respingiamo. Succede ogni volta che una serie popolare cerca di mettere sotto i riflettori una relazione tra due donne, non come “quota arcobaleno” o come linea narrativa di contorno, ma come perno di tutta la vicenda.
Torniamo dunque alla frase di apertura: che ci odiate lo sappiamo, dimostrarcelo ogni santa volta sta diventando di cattivo gusto. Perché, se inventarsi l’incesto nel caso dei fratelli Menendez va bene, ma ipotizzare una storia d’amore tra Lizzie e Maggie no, è forse il caso che vi facciate mezzo esamino di coscienza.
Difficilmente mi è capitato di vedere una serie così popolare in cui l’elemento maschile se ne stava relegato sullo sfondo, spogliato da tutto il peso che di solito gli viene dato, se non per ricordare quanto ci hanno sempre rotto i coglioni dall’alba dei tempi ai giorni nostri. No, neanche in serie scritte e dirette da donne. Forse soltanto Yellowjackets, ma si tratta comunque di un’operazione differente e con un pubblico di riferimento meno ampio. Murphy è stato coraggioso perché ha, in un certo senso, “rotto” il format e ha presentato un qualcosa di molto diverso rispetto alle stagioni precedenti, generando scompiglio, ma anche incantando spettatrici come me, che Monster l’hanno sempre guardata con un certo sospetto.

Anche perché mi sembra che Lizzie Borden sia superiore, da un punto di vista estetico, alle serie che l’hanno preceduta. C’è una ricercatezza visiva, soprattutto nella ricostruzione degli interni, nella scelta dei costumi e delle acconciature, che mi ha lasciata senza fiato. Emotivamente, è una montagna russa di stati d’animo, è pacchiana, ma anche dolcissima, sgradevole e gore quando deve esserlo, a tratti disgustosa (la seconda puntata da annali dello schifo, e va benissimo così), erotica, feroce, piena di rabbia e di tenerezza. Tutti gli interpreti sono in stato di grazia, a partire da Ella Beatty che interpreta Lizzie e che, ne sono certa, farà cose enormi in futuro, passando per Vicky Krieps che ormai è una garanzia e qui si carica addosso il doppio rulo di Bridget/Maggie e della contessa Bathory, arrivando poi a un’inedita Rebecca Hall nel ruolo della perfida matrigna. C’è poi la solita Sarah Paulson, alle prese con una metamorfosi fisica per calarsi nei panni di Aileen, e che quando entra in scena cannibalizza completamente l’attenzione.
È una stagione che esplode di creatività a ogni episodio, che la propria natura di opera di finzione la dichiara apertamente, non pretende di raccontare la verità storica, ma costruisce un caleidoscopio di suggestioni in grado di parlare a tutte noi. E, sinceramente, a me basta questo. Mi basta vedere Lizzie e Aileen che ballano sulle note di Smalltown Boy per essere appagata e felice.
Insomma, lasciateci sognare con le nostre lesbiche assassine e non rompeteci i coglioni. È pieno in giro di roba per voi; per una volta che esiste qualcosa rivolta a noi, statevi buoni. Grazie.

Un commento

  1. Avatar di alessio

    Scusa se te lo dico ma se anche è un piacere leggerti a volte pecchi di un approccio troppo ideologico e di bias di conferma e negatività (ti è mai venuto in mente che noti certi commenti perché sono quelli che più ti feriscono e non perché sono la maggioranza o che i quattro sfigati che scrivono certe cose sono appunto quattro perché la maggioranza che semplicemente non la pensa così magari non commenta, si gode il film o la serie e basta?). Dopotutto anche la seconda stagione di Monster è stata criticata per la poca verosimiglianza e accuratezza ergo cadrebbe l’orientamento sessuale della protagonista di questa nuova stagione come motivazione di critica per la altrettanto scarsa accuratezza di questa. Per quanto riguarda il tema queer io faccio parte (e sono convinto di non essere il solo) di quel gruppo probabilmente nutrito che non sopporta invece proprio le sceneggiature con le relazioni tra donne come “quota arcobaleno” mentre mi piacciono proprio quelle che fanno da “perno” alla storia (ne avevo accennato commentando Whistle). Tra l’altro pur non essendo un grande consumatore di serie ne ho viste diverse dove l’elemento maschile è “relegato sullo sfondo” (penso a Blue Lights, Scott & Bailey, No Offence, Happy Valley: un caso che siano tutte britanniche, non so) e, non solo sono tra le migliori che ho visto ma non credo di essere neanche il solo a pensarla così. Spero di non essere risultato sgradevole, non era questo l’intento.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.