Resident Evil

Regia – Zach Cregger (2026)

Scusate tanto per la programmazione ballerina delle ultime settimane, ma sto facendo i numeri da circo al lavoro e non riesco mai a trovare il tempo per mettermi tranquilla e scrivere. Spero di tornare a dei ritmi più o meno normali a breve e, nel frattempo, mi barcameno come posso.
In tutto questo, sabato sono riuscita ad andare a vedere Resident Evil, dopo tutte le polemichette da cortile che hanno circondato l’uscita del nuovo film di Cregger, perché al mondo non esiste operazione più pericolosa che adattare un videogioco di una certa popolarità. Ora, io non sono una giocatrice regolare, e lo ripeto ogni volta in cui mi capita di parlare di operazioni simili, ma non penso sia rilevante: anche mia madre conosce Resident Evil, e io stessa le mie belle partite me le sono fatte. Detto ciò, Resident Evil è un horror talmente bello, talmente divertente che non ha alcuna importanza aver giocato al videogame da cui è tratto per goderselo. Allo stesso tempo, è anche una trasposizione perfetta, pur non prendendo alcun elemento della trama dai giochi. Anzi, forse questo Resident Evil è l’esempio perfetto di come ci si dovrebbe sempre avvicinare a un media che è solo all’apparenza più vicino al cinema di quanto non lo siano i libri o i fumetti. Ma, appunto, di apparenza si tratta, anzi, di illusione.

La cosa che Cregger ha capito è che, per restituire l’esperienza di giocare a un Resident Evil (o a un qualsiasi altro gioco), bisogna mettere lo spettatore nei panni di un personaggio ignaro e incompetente. Perché è vero che, di solito, i protagonisti di questa serie sono altamente competenti, ma non lo sono mai i giocatori. Quando si comincia a giocare, non si ha la più pallida idea di ciò a cui si andrà incontro, non si conoscono bene i comandi, la mira non è mai precisa e, dopo un breve tutorial, ci si ritrova scaraventati nel caos.
Fino a oggi, e parlo sia dei film di Anderson sia di quello di Roberts (che pure io adoro, quindi non è una critica), si è sempre puntato sul mettere in scena i personaggi dei vari giochi, o ispirati a quelli dei giochi, già in grado di ammazzare, per esempio, duecento zombie con una sventagliata di mitragliatrice, di fare acrobazie ai limiti delle possibilità umane, di sconfiggere a mani nude qualsiasi mutazione si presentasse loro di fronte.
Cregger inverte questa tendenza e ci presenta Bryan (un sempre più bravo Austin Abrams), che non è altro se non un ragazzotto normale, pure un po’ imbranato. Per campare, fa il corriere medico, ovvero trasporta organi e altro materiale sanitario e lo consegna ai vari ospedali. Lo incontriamo che sta effettuando l’ultimo transito della giornata, mentre è alle prese con la notizia, non tanto gradita, che la sua ragazza aspetta un bambino. Sta per tornare a casa, quando gli viene offerto un ultimo lavoro: portare un pacco ad alta priorità a Raccoon City. Bryan accetta, un po’ per soldi, un po’ perché è una scusa per non confrontarsi con la fidanzata incinta e dover prendere una decisione, e finisce all’inferno.

Non è Resident Evil, perché non c’è tutta la pletora di personaggi che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, e non c’è neanche, fino a oltre metà film, Raccon City. Ma è Resident Evil più di qualsiasi altro film tratto da Resident Evil, perché sembra di trovarsi nel mezzo di un enorme casino, armati prima di una semplice pistola, e poi di armi più sofisticate (che comunque non si sanno utilizzare), e doversi fare strada per arrivare da un punto A a un punto B, nel panico più totale, nell’ignoranza assoluta sul perché stiano accadendo tutte queste cose orribili, e con l’urgenza e l’angoscia di poter morire da un istante all’altro.
Il film è pieno foderato di citazioni dal gioco che faranno impazzire gli appassionati e i conoscitori della saga. Si vede che Cregger conosce la materia e si diverte a inserire tutti questi piccoli regali per i giocatori, ma ogni cosa è funzionale alla vicenda umana di Bryan, ogni cosa ha un suo scopo preciso all’interno dell’azione e non risulta mai artificiosa o ridondante.
Anche perché non c’è tempo per le ridondanze: Resident Evil dura una novantina di minuti e, dal momento in cui entra in scena la prima mutazione, è tutta una corsa attraverso vari ambienti senza un solo istante di pausa. Questo non significa che Cregger non si prenda lo spazio per far respirare il suo protagonista e dargli spessore, anzi. Ci sono un paio di momenti in cui ci si commuove quasi. È che tutto avviene sotto una costante pressione, tutto è integrato dentro a un’azione che non si ferma mai. Ho letto in giro che Resident Evil avrebbe una sceneggiatura debole o troppo lineare, ma non è così: Resident Evil ha una scrittura affilatissima, proprio perché tutti gli appuntamenti emotivi sono inseriti in maniera armonica all’interno di un balletto caotico orchestrato alla perfezione.

Essendo alle prese con un marchio famosissimo, forse qui Cregger è un po’ meno autore del solito. È una cosa scontata da dire: non è un progetto originale, ma anche in circostanze più restrittive, la sua personalità e i suoi marchi di fabbrica emergono lo stesso alla grande. Di più: è riuscito a trasformare Resident Evil in uno dei suoi horror che grondano senso dell’umorismo macabro e gusto per lo slapstick e le situazioni paradossali. Ci sono gli stacchi di montaggio che stravolgono del tutto la prospettiva, ci sono i piani sequenza da infarto, le esagerazioni grottesche, i personaggi di contorno surreali, le morti fulminee e violentissime, le esplosioni improvvise di gore e quella sensazione, magnifica, di trovarsi nelle mani di un folle che sta guidando contromano in autostrada a 300 all’ora.
Poi è tutto leggermente più sotto controllo del solito, eppure, in alcune sequenze, quella del tunnel e quella del reparto maternità su tutte, si capisce che siamo sempre alle prese con un regista dall’animo anarchico e con una padronanza dei mezzi e una sicurezza di sé che mi fanno anche un po’ di invidia, anche perché è appena al suo terzo film e ha ancora dei margini di miglioramento enormi.

Resident Evil è un horror molto intelligente, anche se potrebbe apparire soltanto come una messa in fila di situazioni sempre più estreme e sempre più pericolose (si avanza nel gioco e le difficoltà aumentano); è intelligente nella relazione con il videogioco a cui è ispirato, e ne abbiamo già discusso, ed è intelligente per come mette in scena e racconta il suo protagonista. Potrebbe quasi essere inserito nel fortunato e recente filone degli horror sui posti di lavoro e su che incubo sia lavorare. Bryan, anche se non trasporta beni di consumo superflui, è un povero corriere come ce ne sono tanti, Gli dicono di consegnare un pacco in un determinato posto e lui ci va, anche in condizioni meteo proibitive, anche quando si rende conto di essere inseguito da creature mutanti di cui ignora origini e provenienza. Non vorrei metterla giù con la solita metafora del capitalismo, ma non credo di essere troppo lontana dalla realtà. Solo che, in una saga come Resident Evil, quelli come Bryan sono NPC. Magari li vediamo cadaveri lungo il nostro cammino, gli lanciamo uno sguardo distratto e proseguiamo oltre. Cregger ha invece deciso di raccontare la sua storia, che è una storia spietata e crudele, come tutte quelle di brave persone in circostanze estreme. Dopotutto, Spielberg su questa roba ci ha costruito una brillante carriera. E dopotutto, noi siamo tutti NPC, nella vita reale.

E infatti, dopo le reticenze e le sterili discussioni che hanno anticipato l’uscita del film, mi pare che questo Resident Evil stia mettendo d’accordo un po’ tutti, persino i puristi del gioco, cosa niente affatto facile. Quelli pronti a lamentarsi di qualsiasi cosa li troveremo sempre, ma di rado ho visto tanti consensi piovere addosso all’adattamento di un videogioco, e credo che questo significhi che Cregger ha centrato il bersaglio, ha realizzato quello che si cerca di fare da quasi una trentina d’anni, ovvero tradurre per il grande schermo un linguaggio differente, lasciando intatta l’identità cinematografica della sua opera (sarebbe un gran film anche se non si chiamasse Resident Evil) e, allo stesso tempo, senza snaturare il media da cui ha preso spunto.
Ma, al di là di tutte le pippe mentali che mi sono fatta per scrivere questo articolo, Resident Evil è, più di ogni altra cosa, un film divertentissimo, che ti scappa via in un battito di ciglia e ti lascia col desiderio di vederne ancora appena partono i titoli di coda.
Una delle esperienze in sala migliori del 2026.

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