Pillole per sopravvivere a luglio

Bentornati a questa edizione estiva delle Pillole. Ne sentivate la mancanza, lo so, anche se con questo caldo infernale preferirei trovarmi altrove, a mollo da qualche parte, possibilmente. E invece no, invece mi tocca lavorare e, per sopravvivere all’ennesima estate apocalittica, mi viene in soccorso l’horror che riesce sempre a dare un minimo di refrigerio alla mia mente surriscaldata.
Ricordando che questa è comunque l’estate più fresca di tutte quelle che ci restano da vivere, e che se non la smettete di usare l’AI per ogni minima cazzata, vi vengo a prendere a casa, andiamo a incominciare la rassegna odierna, che comprende un quartetto di piccoli film molto interessanti e molto diversi gli uni dagli altri.

Si parte con un animal attack alquanto peculiare, dato che, se la memoria non mi inganna, agli ippopotami assassini ancora non ci aveva pensato nessuno. Visto e considerato che gli ippopotami sono animali veramente pericolosi, i mostri che il cinema ci ha convinto fossero gli squali, era pure ora che qualcuno li usasse come spauracchi per un film dell’orrore. Arriva quindi Hungry, diretto da quel bel manico che è James Nunn, sempre a suo agio nel mettere in scena la lotta per la sopravvivenza. Avevamo parlato, qualche tempo fa, di un suo film di squali di merda, Shark Bait, che aveva un’idea di fondo molto simile: un gruppo di persone bloccate in un determinato luogo alle prese con un predatore.
Hungry (che non è il titolo più felice del mondo, lo ammetto. Non è che l’ippopotamo si mangi le persone) racconta di due amiche in vacanza a New Orleans, che se ne vanno a fare un giro in barca con guida per le celeberrime paludi della Louisiana a guardare gli alligatori. Di alligatori non ne vedranno, ma al loro posto arriverà un ippopotamo bello incazzato. Un po’ come in Rogue, la barca si rovescia e, un po’ come in Black Water, i superstiti si devono arrampicare sugli alberi e restare lì, aspettando i soccorsi.
Devo dire che me lo aspettavo un po’ più folle e svergognato, questo Hungry, invece è un survival drammatico e relativamente sobrio. L’ippopotamo si vede poco, ma quando appare è realizzato bene ed è estremamente credibile. Il film soffre un po’ nella parte centrale che diventa ripetitiva, soprattutto per questioni di budget, ma si riprende alla grande negli ultimi quindici minuti. Breve, conciso e cattivello, avrebbe beneficiato di un pizzico di gore e di locura in più, ma ci accontentiamo.
Per chi non ne può più di squali e coccodrilli.

Restiamo in acqua, ma cambiamo zona: dalle paludi della Louisiana ai fiordi norvegesi, popolati da turisti, salmoni e calamari giganti, anche loro incazzati come l’ippopotamo di cui sopra.
Kraken è l’ultima fatica di Pål Øie, già regista del bellissimo Dark Woods (2003) e relativo sequel. È la storia di una ricercatrice mandata dal governo norvegese a investigare su una serie di strani fenomeni in un allevamento di salmoni su un fiordo: i pesci si comportano in maniera inusuale, le attrezzature vengono danneggiate o spariscono e, a proposito di sparire, qualche ragazzetto uscito in gita su una moto acquatica non è più tornato a casa. Indagando, la nostra eroica scienziata capisce che l’espansione dell’allevamento e i metodi sperimentali utilizzati per eliminare i parassiti che infestavano i pesci potrebbero aver disturbato un’antica creatura, il kraken del titolo.
L’horror dei paesi nordici possiede sempre dei tratti caratteristici, che si potrebbero riassumere, nel poco spazio a disposizione, in abbondanti dosi di crudeltà e in un’atmosfera cupa e pessimista. Non c’è mai nessuno davvero al sicuro in un horror scandinavo, neanche chi ci viene venduto sin dall’inizio come protagonista assoluto. Non c’è plot armor che tenga, non c’è pietà, non si può stare tranquilli un secondo, perché il mondo è un posto freddo e indifferente, che, se fai tanto di andare a ficcare il naso dove non dovresti, diventa anche molto ostile.
Kraken è un eco-horror in piena regola, dove il mostro è tale soltanto perché non gli abbiamo lasciato alternative e, nella nostra stolida corsa a dominare un ambiente che non ci appartiene, ne abbiamo causato il risveglio e una rabbia che ora non fa distinzioni tra buoni e cattivi.
C’è qualche effetto speciale discutibile e non sempre il ritmo è gestito a dovere, in particolare nel secondo atto, però io ve lo consiglio lo stesso: l’assedio nell’allevamento vale da solo i cento minuti spesi a guardarlo.
Per passare un’ora e mezza al fresco tra i fiordi.

La bizzarria del giorno ci viene gentilmente offerta dalla premiata ditta Justin Benson & Aaron Moorhead, produttori esecutivi di Touch Me, per la regia di Addison Heiman. In teoria Touch Me parla di un tentativo di invasione e colonizzazione del nostro pianeta da parte di un alieno. In pratica, l’alieno ha il volto e il corpo di Lou Taylor Pucci e l’atteggiamento di uno di quegli insopportabili guru narcisisti che vediamo quotidianamente sui social. Vive in una splendida villa nel deserto, dove invita e poi seduce Joey e Craig, amici di vecchia data, spiantati, senza una sola idea su cosa combinare delle loro vite e invischiati in un rapporto malsano di dipendenza reciproca.
La situazione diventa subito esplosiva, perché Brian l’alieno ha il potere di farti passare tristezza, rabbia e angoscia soltanto toccandoti con i suoi viscidi tentacoli. Peccato che poi ti faccia pure a pezzi, nel tentativo di trasformarti in un contenitore per le sue spore, ma sono dettagli.
Touch Me fa parte della schiera degli horror che sembrano frutto di un trip andato a male: psichedelico, colorato, a tratti volutamente ridicolo, ma con un’anima nera e il dito puntato contro la nostra incapacità di avere delle relazioni che non siano disfunzionali.
I tre interpreti principali sono tutti bravissimi, con una menzione speciale per Olivia Taylor Dudley, che imprime alla sua Joey una smania priva di direzione e una dolorosa consapevolezza del proprio essere inadeguata.
Ho iniziato a guardare Touch Me convinta di trovarmi di fronte a una horror-comedy, e invece, al di là di un paio di scene che strappano una risata, mi ha lasciato un senso di vuoto e un’amarezza che ancora mi accompagnano, quindi state in campana.
Per chi è stato in terapia a lavorare su se stesso.

Chiudiamo con un altro film a forte rischio di passare per una commedia, ma questa volta la colpa non è delle aspettative degli spettatori, ma di un trailer che indulge nell’equivoco con una disonestà da manuale. Sto parlando di Find Your Friends, esordio alla regia di Izabel Pakzad, con un cast tutto femminile di giovanissime protagoniste alle prese con una delle vacanze peggiori della loro vita. Sempre parlando di amicizie poco sane e basate sostanzialmente sul non sapere che direzione dare alla propria vita, Find Your Friends ci presenta un gruppo di amiche il cui principale obiettivo è stordirsi il più possibile per non pensare. A una di loro succede una cosa molto brutta durante una festa su uno yacht, ma le altre non ci fanno caso, perché devono partire per un fine settimana nel deserto e nulla potrà rovinare loro il divertimento.
Una volta lì, fatte come pigne e ubriache come distillerie, si trovano davanti una serie di esemplari poco raccomandabili di genere maschile che non le vogliono lasciare in pace un secondo. Le ragazze pensano siano fastidiosi sì, ma tutto sommato innocui. E sbagliano. Finirà malissimo.
Non c’è niente da ridere, in Find Your Friends, mai. Prima di tutto, è un film violentissimo, da un punto di vista psicologico per gran parte della sua durata, da un punto di vista fisico da un certo punto in poi. Non voglio fare spoiler, però so che si tratta di un argomento delicato, quindi ve lo dico lo stesso: è un rape & revenge puro, ma girato con uno stile allucinato che ricorda roba tipo Climax, tanto per farvi capire in che zona ci andiamo a situare.
È anche un film di una tristezza immane, e non diventa mai catartico, neanche quando ciò che accade, a tutto campo e con dovizia di particolari, sullo schermo dovrebbe indurre una qualche forma di catarsi.
Per quanto mi riguarda, si tratta di un film splendido, ma da maneggiare con molta cura perché vi morde fino a farvi sanguinare.
Per chi passeggia nel mondo inconsapevole della sua natura brutale.

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