
Regia – Greg McLean (2007)
Ma arriverà, prima o poi, il momento di parlare di un bel film in questo ciclo Zia Tibia 2026? Eccolo, è arrivato: il secondo lungometraggio di Greg McLean esce un paio di anni dopo il botto di Wolf Creek ed è uno dei migliori animal attack del XXI secolo, forse pure qualcosina di più, perché, insomma, i coccodrilli sono anche più sfigati dei loro cuginetti squali, quando si parla di cinema di merda a essi dedicato. Cosa molto bizzarra, dato che sono infinitamente più spaventosi dei miei amati pesciolini cartilaginei. Ma non divaghiamo.
McLean scrive la sceneggiatura di Rogue nel 1995, ma non riesce a realizzarlo a causa dei costi molto elevati. È un progetto ambizioso, pieno di effetti speciali e sequenze d’azione lunghe ed elaborate. In poche parole, non ci sono i soldi, così il regista ripiega su un esordio più semplice e ci regala Wolf Creek, che è un discreto successo, così la sceneggiatura di Rogue torna a essere presa in considerazione e, finalmente, si va a girare nell’Australia del Nord. Il film è finanziato e distribuito dalla Dimension Film di voi sapete chi. Ovviamente, quando ti vai a fidare di certa gente, finisce tutto in vacca, ma ci arriviamo con calma. Prima parliamo un po’ di Australia. Sigla!
Wolf Creek non sarebbe il capolavoro che è, se McLean non avesse un rapporto così intenso e profondo con il territorio in cui è nato. Non è tanto un film su un serial killer che ce l’ha con i turisti (è anche quello, per carità), ma un film su come l’Australia ti inghiotte. Se sei fortunato, dopo averti masticato un po’ ti risputa tutto storto e rotto, se ti dice male, nessuno avrà mai più notizie di te.
Non è un caso se il punto di vista principale di Wolf Creek è quello delle due ragazze americane in vacanza: l’estraneità dei luoghi diventa in questo modo parte integrante del racconto.
Rogue ha una struttura grossomodo simile: c’è un giornalista che deve scrivere un articolo sull’Australia del Nord e si imbarca, insieme a un gruppo di turisti di varia provenienza, in un tour lungo il fiume del Parco Nazionale di Kakadu, allo scopo di osservare i coccodrilli estuarini (o coccodrilli d’acqua salata) nel loro ambiente naturale. C’è un incidente, la barca guidata da Radha Mitchell finisce incagliata, e i nostri si ritrovano su un isolotto che sta sprofondando, causa marea, mentre un gigantesco coccodrillo ha deciso di sgranocchiare turisti per cena.
Insomma, come in Wolf Creek, si tratta sempre di essere umani poco preparati e poco equipaggiati alle prese con una forza della natura particolarmente ostile. Sì, Mick Taylor è, a tutti gli effetti, una forza della natura, proprio come il coccodrillo di Rogue.
Orrore e bellezza non sono incompatibili, altrimenti non staremmo qui da quindici anni, e McLean è molto consapevole della loro capacità di coesistere in un unico fotogramma. Si potrebbe dire che ci ha costruito una carriera. Il paesaggio australiano, in particolare quello dei territori del Nord, è il vero protagonista della prima parte di Rogue: sì, ci sono i personaggi sulla barca, più un altro paio che passano di lì per disturbarli (a disturbare troviamo un giovane Sam Worthington, mentre a bordo ci sono Mia Wasikowska per la prima volta su grande schermo e John Jarratt in un ruolo che non implica ammazzare il prossimo); McLean, però, dirige il nostro sguardo appositamente su ciò che circonda i personaggi umani, anzi, sarebbe meglio dire, su ciò che li sovrasta e li rende minuscoli, insignificanti nelle loro piccole beghe quotidiane. Ospiti non del tutto graditi, e sempre più nervosi di fronte all’antica indifferenza di rocce e paludi, perché, a un livello non del tutto razionale e non del tutto consapevole, percepiscono che quei luoghi sono esistiti prima di loro e continueranno a esistere quando loro saranno cenere. L’arrivo del coccodrillo accelera soltanto questo processo, perché l’Australia, e le varie cose che la abitano, non è addomesticabile, non è riducibile in forma umana, è esattamente il posto in cui orrore e bellezza si fondono.
Disquisizioni a parte, Rogue è un film tesissimo: dal momento in cui il nostro bel rettilone fa la sua comparsa, per i poveracci sull’isolotto di fango non c’è un solo minuto di sollievo. La bestiaccia li tiene inchiodati lì, neanche li attacca, come se sapesse che è solo questione di tempo, che la marea glieli consegnerà senza troppi sforzi da parte sua. Infatti Rogue non si basa sulla violenza o successione delle morti, ha anche un body count abbastanza basso, e l’unica cosa davvero orrenda che succede è la morte del cane (giustizia per Ben): è un horror tutto di attese e di tentativi di uscire vivi da una situazione che di possibilità di tornare a casa ne offre davvero poche.
La cosa che riesce sempre a sbalordirmi, di Rogue, è quanto sia contenuto, quanto, dopo averci portato a spasso per spazi e orizzonti sconfinati, si riduca tutto a un pezzo di terra sempre più piccolo e alla salvezza sull’altra sponda di una pozza minuscola, una distanza percorribile in una manciata di secondi, che qui però assume proporzioni oceaniche. Un raro esempio di claustrofobia all’aperto, dove al posto delle pareti di una stanza che si restringono, hai l’acqua che ti toglie gradualmente il terreno da sotto i piedi. E un coccodrillo enorme che si gode lo spettacolo.
Non mi dimenticherò mai, per esempio, l’attraversamento con la corda sospesa, che lo sai si spezzerà, è li per spezzarsi e per far precipitare tutti in acqua, ma prima che accada, ti fa dimenticare come si respira per diversi minuti di agonia. McLean è bravissimo a gestire queste scene di tensione pura, ed è altrettanto bravo a farle deflagrare nel caos quando il coccodrillo decide di fare capolino. Che poi, come insegna il cinema acquatico da Jaws in poi, l’animale si vede davvero pochissimo, se non nella parte finale del film, ove appare in tutto il suo splendore e ti spinge a domandarti cosa sia accaduto ai VFX contemporanei se, con appena 25 milioni di budget, nel 2007 si era in grado di animare un coccodrillo in questo modo, mentre adesso pare sempre tutto finto e posticcio.
Il confronto finale nella grotta è un altro esempio da manuale di tensione e rilascio, tensione e rilascio, a ciclo continuo, fino ad arrivare allo scontro frontale e diretto. Funziona tutto, fila tutto come un treno sui binari, e io che di animal attack ne vedo a pacchi, resto sempre estasiata da quanto questo piccolo B movie australiano sfiori la perfezione.
E allora perché è così poco conosciuto? La colpa è tutta dei produttori: qualche mese prima di Rogue, esce nelle sale americane Primeval, un altro film sui coccodrilli (che è carino, per carità, se volete ne parliamo la prossima settimana), sempre sotto l’egida della Dimension Film. Il problema è che Primeval incassa pochissimo, quindi i due che non si possono nominare si cagano sotto e decidono che Rogue in sala non ci deve andare. Rogue va dritto sul mercato DVD, nella collana da poco inaugurata della Dimension Extreme, e non se lo caga nessuno.
Doveva essere il film che avrebbe consacrato McLean, e invece il regista non è tornato dietro la macchina da presa fino al 2014, quando ha diretto Wolf Creek 2. In seguito, non ha avuto la più brillante delle carriere. Se vi chiedete perché, sapete a chi andare a citofonare con una mazza chiodata.
McLean lavora soprattutto in tv da parecchi anni ormai. Sulla sua pagina di IMDb ha in pre-produzione due film, entrambi horror, ma io non mi fido più di tanto. Intanto aspettiamo Wolf Creek 3, di cui è soltanto produttore, e ringraziamo l’Australia di esistere, sperando non cambi mai.











Questo film l’ho “cagato” eccome all’epoca! Molto fico!😁
Mi è venuta voglia di granita, popcorn e una serata coccodrillosa con Rogue + Lake Placid.🐊🍧🍿
Quasi quasi…
Bellissimo,ma solo in tempi recenti,sono riuscito a guardare ROGUE in italiano…in digitale,però appunto,non capisco se è stato doppiato di recente per il mercato digitale,oppure no. Non sono riuscito a trovare alcuna traccia di un dvd con audio italiano,non è che tu Lucia sapresti rispondere al mio quesito?