The Retreat

Regia – Pat Mills (2021)

Con il Pride Month che comincia domani, è interessante vedere come ogni anno il cinema horror queer si arricchisce di nuovi titoli, e lo diventa ancora di più quando siamo noi della comunità a prendere in mano le redini della narrazione per raccontare le nostre storie, senza che debba pensarci qualcun altro al posto nostro.
The Retreat è un survival horror canadese diretto da un uomo gay, scritto da una donna lesbica e con due protagoniste, anche loro lesbiche, interpretate da attrici queer. E no, questo non significa che sia automaticamente un buon film, come non significa che noi SJW vogliamo togliere ai poveri maschi etero la possibilità di dirigere o scrivere film con protagonisti appartenenti a qualche tipo di minoranza a caso. Significa solo che fa molto piacere rendersi conto che, finalmente, stiamo cominciando anche noi a trovare una nostra voce all’interno dell’horror, il genere queer per eccellenza, a mio modesto parere, ma che ha spesso brillato per una rappresentazione poco informata, del tutto negativa, o semplicemente fatta coi piedi e per il puro gusto di aggiungere shock value al film in questione. Ciò non toglie che gli appassionati di horror appartenenti alla comunità LGBTQ+ sono numerosissimi e hanno difeso sempre il genere a oltranza. E quindi, all’alba del 2021, un po’ di film fatti da noi e per noi, ce li meritiamo, credo.

Valerie (Sarah Allen) e Renee (Tommie-Amber Pirie) sono una coppia che sta insieme da poco; ancora non hanno definito la natura della loro relazione e, mentre Valerie sembra pronta a far progredire il rapporto, Renee pare riluttante, evita di parlarne, quando Valerie prova a ad affrontare l’argomento, lei si chiude o la butta in farsa. Due vecchi amici di Valerie le invitano per un fine settimana in un B&B nel bosco, per celebrare il loro imminente matrimonio, ma quando arrivano lì, le due donne trovano la casa deserta e sottosopra e nessuna traccia dei festeggiati. Non passa molto tempo e qualcuno mette fuori uso la loro macchina, le attacca e le rapisce. Renee si risveglia legata e imbavagliata in uno scantinato senza sapere che fine ha fatto Valerie.
A parecchi chilometri dalla civiltà, disarmate e senza una via di fuga, Valerie e Renee saranno costrette a fare i conti con l’esistenza di persone che le odiano soltanto perché esistono e, per uscirne tutte intere, potranno fare solo affidamento l’una sull’altra e testare i limiti del sentimento che le lega.

Uno degli elementi del film che risuona in maniera più forte con l’esperienza di chiunque faccia parte di una minoranza, è la falsa percezione di sicurezza: il luogo dove si recano i due amici di Valerie e Renee è un B&B gestito da gay e per i gay; dovrebbe quindi essere un posto sicuro, il classico “safe space” dove rilassarsi e non essere obbligati a nascondersi. Il problema è che, come anche ci insegnano svariati fatti di cronaca, recenti e non, non esiste alcun luogo davvero sicuro. In altre parole, anche in culo ai boschi del Canada, c’è il forte rischio di trovare qualcuno che si sente oltraggiato dalla tua presenza sulla faccia della terra, e che per questo ti ci vuole cancellare, dalla faccia della terra. È una ragione sufficiente per vivere in uno stato di costante tensione, con picchi di terrore assoluto in certe circostanze che non sto qui a descrivere, anche perché non mi va di rivangare esperienze negative. Ma, a volte, capita di dimenticarsi di questa tensione, perché il pensiero di vivere nel XXI secolo ed essere “tollerati” prende il sopravvento sull’istinto di conservazione. O anche perché, ogni tanto, vuoi solo stare tranquilla e non avere sempre paura.

E così, Val e Renee finiscono prede di una rete di bifolchi che ammazzano gay per sport, per denaro e per la creazione di adorabili snuff movie da mandare online per il sollazzo di gente della loro stessa risma, una situazione di partenza che suona molto simile a un torture porn dei primi anni ’00. E invece no, perché Mills lascia gran parte delle morti fuori campo. Persino io, che di solito mi vanto di essere particolarmente attenta a un certo tipo di scelte, all’inizio ho imputato la cosa a due fattori: budget esiguo e una certa pavidità nel mostrare la violenza da parte di un regista alle prese con un horror per la prima volta in carriera. Poi però si passa alla parte di film in cui le vittime vanno al contrattacco, e lì il sangue inizia a scorrere a fiumi, non si lesina affatto sul gore o sui particolari raccapriccianti e si ammirano con gioia anche dei pregevolissimi effetti speciali. E allora ho capito che, da brava ventenne quando il torture porn ha fatto il suo ingresso nel mondo dell’horror, ero assuefatta a quel tipo di linguaggio e non ho compreso, non immediatamente, quello che il regista voleva fare: rovesciare la prospettiva del torture porn da quello dei carnefici a quello delle vittime, non fare exploitation sulla pelle e sul dolore delle minoranze, operare, infine, un vero e proprio atto di sovversione all’interno del genere.

The Retreat ha dei problemi, li ha perché è pur sempre una produzione a basso costo, perché la recitazione, protagoniste escluse è, a voler essere generosi, approssimativa, perché nelle scene notturne la fotografia è così buia che a volte si hanno grosse difficoltà a capire cosa sta accadendo sullo schermo. E si tratta di un film girato per un bion 70% in piena notte, in esterni e senza illuminazione artificiale, quindi capirete che va bene il buio, ma vorrei anche avere la possibilità di percepire l’azione. Lo stesso espediente dello snuff da mandare in streaming è trito, lo sappiamo, ma se non altro non ci viene presentato come se fosse un colpo di scena: essendo un survival molto tradizionale nella struttura, in The Retreat conta soprattutto la lotta per la sopravvivenza in condizioni di assoluta inferiorità. In questo il film funziona, dandoci all’inizio dei brevissimi cenni sulle capacità delle nostre due eroine che in seguito torneranno utili: una è una scienziata, l’altra è cresciuta in una famiglia di cacciatori, per esempio. Se la seconda caratteristica non ha bisogno di spiegazioni, la prima ci riserva forse la sequenza più intelligente del film.

Ecco, The Retreat è un film scritto con intelligenza: sfrutta i tropi del survival e, in parte, anche dello slasher per creare tutta una serie di piccoli momenti inattesi che faranno la gioia degli spettatori (convinti di essere) più smaliziati; costruisce e prepara molto bene le due protagoniste, e non soltanto dando loro in anticipo dei “punti sopravvivenza” da sfruttare nel corso del film: le cura, le coccola, passa con loro il tempo necessario prima che le cose precipitino per permetterci di volere bene a queste due donne ritratte in un momento decisivo della loro vita, quando una relazione può interrompersi oppure diventare un qualcosa di veramente importante. Vogliamo vederle vincere, vogliamo vederle trionfare sugli orridi (e l’orrida) bifolchi che hanno deciso del loro destino.
E quindi sì, la locandina è pessima, la fotografia troppo scura, i comprimari abbaiano e l’estetica è quella un po’ sciatta dell’horror indipendente girato nel cortile di casa. Ma in tutta sincerità, a me interessano poco queste cose, a fronte della brillante sovversione portata avanti da The Retreat. Spero che in futuro ne avremo altre di storie simili, più riuscite e collaudate, ma da qualche parte bisogna pur partire, no?

7 commenti

  1. Aspettavo un tuo post su The retreat!
    Anche secondo è un film importante, più che bello, per i dettagli che sottolinei. Però si guarda alla grande.
    C’è un altro dettaglio che ti sembrerà di poco conto, ma per me non lo è. Io vengo da un ambiente sociale super religioso (un paese veneto, che comunque in piccolo è quello che in grande è tutta l’Italia) e ho capito di essere ateo mentre ero dentro l’Azione Cattolica (dove, tra l’altro, gay e lesbiche non esistono:-). Secondo te come l’hanno presa dalle mie parti? Ecco, vedere un’atea che fa il culo a tutti non ha prezzo:-)

    1. Sì, hai ragione: l’ateismo di Renee è fondamentale, e la gioia di vederla rompere il culo a tutti i bifolchi è immensa anche per questo.
      SPOILER

      Lo schermo in testa alla tipa è il momento più alto del film

  2. Una bellissima recensione! Mi piace molto come viene trattato questa tematica e apprezzo che si provi quel senso di pericolo e insicurezza. Sicuramente è un film che vedrò con molto piacere!

    1. POi fammi sapere che ne pensi 😉

  3. Molto interessante… grazie mille 😍

    1. Bisogna trovarli questi gioiellini queer, ma poi ripagano delle affannose ricerche 😀

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Appunto, è il saper sovvertire quello che qui conta davvero. E The Retreat mi pare proprio riuscire nell’intento… i difettucci tecnico/artistici sono trascurabili nel quadro generale, e penso che nemmeno io ci farò caso più di tanto 😉

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