Tanti Auguri: 40 Anni di Scanners

Regia – David Cronenberg (1981)

Altro anno, altro giro di compleanni eccellenti, e il 2021 sarà pieno zeppo di magnifici quarantenni da celebrare adeguatamente. Il primo della lista è Scanners, che ha fatto la sua comparsa nei cinema statunitensi il 14 gennaio del 1981 e in quelli canadesi due giorni dopo.
Si tratta del film che chiude la primissima fase della carriera di Cronenberg, quella dei “b movie luridi”, come piace definirla a me, nonché la mia preferita, quando a nessuno sulla faccia della terra sarebbe mai venuto in mente di chiamare il suo un cinema d’autore, anzi.
La storia produttiva di Scanners è infatti indicativa del circuito in cui si muoveva il regista all’epoca: nasce da due soggetti originali di Cronenberg, intitolati The Sensitives e Telepathy 2000Telepathy 2000scritti allo scopo di essere proposti a Roger Corman.
Perché c’entra sempre, Roger Corman, anche se purtroppo alla fine i due non hanno lavorato insieme.

Il film, nella forma che tutti noi conosciamo, viene realizzato grazie al tax credit canadese, quel sistema di fondi statali che ha dato vita alla canuxploitation, di cui Cronenberg (lo ricordo a uso e consumo dei fan del grande autore radicale) è stato un esponente di spicco, almeno quando pubblico e critici non volevano picchiarlo per aver speso denaro pubblico per fare Shivers.
La produzione del film, onde ricevere i quattrini per tempo, obbliga il regista a girare in fretta e furia, tanto che lo stesso Cronenberg ricorda quella delle riprese di Scanners come un’esperienza piuttosto penosa: arrivava sul set e neanche aveva una sceneggiatura pronta, il più delle volte.
Non a caso, seguirono ben nove mesi di post-produzione, mentre la seconda unità era impegnata a portare a casa le scene di raccordo per dare un senso compiuto al tutto. Tanto ormai i fondi erano stati intascati e ci si poteva rilassare.
È un mezzo miracolo che Scanners sia uscito fuori così compatto.

Scanners è stato un grande successo di pubblico, il primo per Cronenberg, ed è un film paradossale, perché riesce a essere l’opera più accessibile del regista fino a quel momento e contemporaneamente a rappresentare un contenitore d’eccezione di tutti i temi principali sviluppati nel corso della già citata prima parte della sua carriera.
C’è, intorno a Scanners, un annoso dibattito, quello relativo alla sua appartenenza all’horror o alla sf. Posto che, da un punto di vista accademico, la questione è di lana caprina, in realtà ci torna utile per riuscire a collocarlo, questo strambo oggetto di nome Scanners, e non all’interno di un genere particolare, ma all’interno della filmografia di un regista che, per quanto io non sia mai riuscita ad amarlo fino in fondo, è tra i principali responsabili della reinvenzione del cinema di genere a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Dico questo perché Scanners ha l’impianto classico di un thriller fantascientifico come ai tempi se ne facevano tanti: era un periodo di innamoramento diffuso per i poteri mentali, per gli esper vari, per quelli capaci di farti saltare la testa o causare immani catastrofi con la forza del pensiero, un filone che abbiamo trattato diffusamente da queste parti; un B movie con al centro un ristretto gruppo di individui dotati di facoltà extrasensoriali era un incasso sicuro, insomma.
Ma se la struttura narrativa del film è lo standard di certe produzioni d’epoca, la sua anima profonda è quella del body horror targato Cronenberg, che non riguarda solo le mutazioni e le deformazioni del corpo umano rese mai così realistiche grazie alla schiuma di lattice (che Dio la benedica) e ai progressi del make-up, ma ha più a che spartire con il collegamento tra mente e corpo, che poi dà vita alla cosiddetta nuova carne: il mostriciattolo di Shivers, i piccoli assassini extrauterini di Brood e via così, ma anche la preveggenza del povero John Smith nel successivo La Zona Morta.

C’è un po’ di X-Men e un po’ di Frankenstein negli scanner di Cronenberg: sono incidenti di percorso rinnegati dal loro stesso creatore, e sono mutanti emarginati dal resto della società; l’ambientazione è sul crinale della distopia futurista, anche se nelle intenzioni iniziali doveva proprio essere il futuro (Telepathy 2000ricordate?), ma poi Cronenberg si è dovuto accontentare di Montreal in inverno perché non c’erano abbastanza soldi per mettere in scena altro; per alcuni punti di vista, sembra anche un film profetico, o almeno è difficile non pensare che anche Cronenberg fosse dotato di qualche strana capacità ESP guardando la scena in cui il protagonista si collega alla rete telefonica per manomettere un computer.
Anche perché il concetto stesso di telepatia, in Scanners è originale in partenza: non la comunicazione tra due menti, ma un legame che si sviluppa tra due sistemi nervosi separati, ribadendo ancora una volta quella connessione imprescindibile tra la carne e il pensiero, che in questo film porta a distruggere il corpo degli altri scanner in una delle sequenze più famose della storia del cinema dell’orrore, o nel duello finale, dove le barriere tra la dimensione fisica e quella mentale crollano definitivamente.
The Shape of Rage, direbbe il dottor Haglan.

Dove tuttavia il film, a quarant’anni di distanza, mostra un po’ la corda è nel comparto attori:  Michael Ironside è uno dei rari doni di Dio a questa umanità smarrita, straripante di classe e carisma, e il suo Darryl Revok è il personaggio migliore del lotto, ma lo scanner buono interpretato da Stephen Lack, che in teoria dovrebbe essere il protagonista, e quello con cui passiamo gran parte del minutaggio, è di una mediocrità che rasenta l’imbarazzo. Ora, essendo gran parte dei momenti fondamentali di Scanners basati su gare di sguardi intensi (la fiera dello stare contest), è difficile restare agganciati al film se ci dobbiamo sorbire diversi minuti di primo piano di un ciocco di legno; aggiungete la proverbiale mancanza di empatia di Cronenberg alle prese con una vicenda che dovrebbe coinvolgere dal punto di vista emotivo per la sorte di questi reietti, e avrete un’opera che, per quanto importantissima, rischia di essere un po’ claudicante, soprattutto quando in campo non c’è Revok, la cui presenza è così potente che quasi del resto dei personaggi poco te ne frega, e speri fino all’ultimo che frigga il cervello a tutti.
Anche perché, dopotutto, ha ragione da vendere.

Ma di fronte al film che ha, di fatto, lanciato Cronenberg a livello internazionale, gli ha permesso di lavorare con budget più alti e, di conseguenza, di girare Videodrome, sono anche considerazioni di scarsa importanza. Ciò che conta è l’imporsi di una visione unica al mondo anche all’interno di una forma di racconto, per così dire, tradizionale come quella di Scanners.
E quindi, tantissimi auguri alle peggiori emicranie del cinema fanta-horror, tanti auguri alle teste che esplodono, alle emorragie e alla fusione di corpo e mente. Conclusione scontatissima, ma sempre lunga vita alla Nuova Carne.

Un commento

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Diciamo pure che Stephen Lack il meglio di sé riesce a darlo nello scontro definitivo, dove gli effetti prostetici sopperiscono alla sua non grandissima gamma espressiva. Specialmente rivedendolo oggi, poi, come esper “buono” non riesce a coinvolgerci più di tanto (quasi stesse a simboleggiare di persona la cronenberghiana mancanza di empatia) e, nonostante la buona volontà e le buone intenzioni, alla fine il vero successo del proprio personaggio lo deve proprio a Michael Ironside 😉
    Comunque, per quanti oggi possano osannare l’autore degli anni recenti, io è di Cronenberg “poeta” del body horror che sento sempre più la mancanza (Scanners, Videodrome, La Mosca…) col passare del tempo…

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