You Should Have Left

Regia – David Koepp (2020)

L’elenco dei film che piacciono solo a me, e a qualche altro matto sparso in giro per il mondo, si allunga di un’altra unità con questo ritorno alla regia di Koepp dopo cinque anni di silenzio. Non che se ne sia stato senza far niente, sia chiaro: la sua principale attività, quella di sceneggiatore, è proseguita a gonfie vele, anche se la qualità dei film da lui scritti è stata, a voler essere gentili, altalenante. Ma, dopo il disastro di Mordecai, nel 2015, lui dietro la macchina da presa non era più tornato.
Ci pensa, tanto per cambiare, Jason Blum, e non solo ad affidargli la regia di un horror, ma anche a riunirlo con Kevin Bacon, già protagonista di Echi Mortali, opera migliore diretta da Koepp senza dubbi di sorta.
You Should Have Left è liberamente tratto da un romanzo dello scrittore tedesco Daniel Kehlmann, inedito in Italia. Non si può definire Kehlmann un autore di genere, quindi sappiamo già in partenza che questa non sarà la classica vicenda di case infestate. E qui sta, credo, il problema principale per cui il film non è stato apprezzato come dovrebbe.

You Should Have Left racconta di una coppia male assortita, formata da Kevin Bacon e Amanda Seyfred. I due sono sposati e hanno una figlia ancora piccola. Seyfred è nata nel 1985, Bacon nel 1958, quindi fatevi voi due conti sulla differenza di età che li divide. Lei fa l’attrice, lui è un ricco banchiere in pensione, gelosissimo della moglie e con una brutta magagna riguardante il suo passato, che lo condiziona e, in alcune circostanze, gli impedisce addirittura di usare il proprio nome. Per risolvere gli svariati problemi coniugali, decidono di approfittare di un imminente film che lei deve girare a Londra e si prendono un periodo di vacanza per tutta la famiglia, affittando una casa nella ridente campagna inglese, che come tutti ben sappiamo, non ha mai nulla da ridere.
La casa è splendida, modernissima ed enorme, forse un po’ fredda e impersonale, oltre a dover costare un occhio della testa in bollette dell’energia elettrica, dato che pare non si riescano a spegnere tutte le luci.
Fatti strambi cominciano ad accadere, il precario equilibrio della coppia va a rotoli e la vacanza si trasforma in un incubo. Tutto nella norma, quindi. Insomma, non proprio tutto.

Al sistema produttivo Blumhouse dovremmo ormai essere abituati: location quasi unica, pochi attori, budget ridotti; You Should Have Left rispetta i tre parametri rigorosamente. Ci sono tre ruoli principali, più un paio di comprimari che appaiono di rado e per una porzione di scene molto limitata; l’azione si svolge nella casa, con sporadiche sortite all’esterno e un breve prologo negli Stati Uniti; il budget ammonta alla cifra ridicola di quattro milioni di dollari.
E fin qui siamo in pieno stile Blumhouse, ma come è accaduto anche quando Jason Blum ha preso in scuderia Shyamalan, Koepp è restio a seguire quella che è la formula narrativa tipica Blumhouse per quanto riguarda l’horror soprannaturale, ovvero un jump scare ogni tot minuti, una trama classica e lineare, spaventi scanditi col cronometro e una generale prevedibilità.
You Should Have Left non segue questa struttura e se ne va per fatti suoi; appartiene più alla razza del thriller psicologico che dell’horror vero e proprio, ed è interessato non tanto a raccontare un’infestazione, ma il logoramento di un rapporto e il processo tramite cui il protagonista è costretto a venire a patti con le sue colpe.

Per una volta tanto, Jason Blum ha toppato la campagna pubblicitaria di un suo film. Il trailer è infatti ingannevole, suggerisce uno sviluppo alla Shining, punta tutto su quei quattro jump scare spalmati sull’ora e mezza di durata e te li mostra in anticipo, perché non ce ne sono altri, dando l’impressione sbagliata di trovarsi di fronte a un horror tutto apparizioni spettrali e botte alle coronarie.
E io vi capisco, lo giuro, se il film non vi è piaciuto: le aspettative sono state deluse, non era quello che volevate, eravate convinti che fosse diverso, più canonico, meno cervellotico, con tutt’altro tipo di andamento. Capisco le critiche relative al fatto che la parte horror sia minoritaria in paragone a quella psicologica, capisco che assistere ai battibecchi tra due persone che non dovrebbero stare insieme e ci stanno lo stesso può risultare indigesto, quando si vorrebbe, al contrario, vedere 90 minuti di giro sulla giostra della casa infestata. Ma purtroppo, You Should Have Left è proprio un altro film, e non è colpa di Koepp se ve lo hanno presentato male.

Invece mi dispiace molto che le trovate più interessanti del film siano state scambiate per dei difetti. Ambientare una vicenda di questo tipo in una casa ultra moderna è un pregio, non una mancanza. Sarebbe stato molto più semplice e familiare utilizzare una sinistra magione, magari un po’ diroccata con la muffa alle pareti, una cantina buia, una soffitta piena di polvere e ragnatele. E invece no: qui abbiamo una casa che, proprio per il suo design particolarissimo, toglie sin dall’inizio i punti di riferimento. Le stanze si spostano, le geometrie cambiano, i corridoi si allungano e non sai mai con esattezza cosa troverai dietro la porta successiva. Come una sorta di versione malefica del TARDIS, è più grande all’interno che all’esterno, e viaggia nel tempo, riflettendo così la mente scombussolata e non del tutto a fuoco del personaggio di Bacon. Ma è comunque immersa in una campagna con tutte le caratteristiche sinistre (nebbia, cielo plumbeo, pioggia) del gotico. E questo, credetemi, crea uno straordinario effetto straniante.

Altra lamentela che mi ha lasciato incredula e interdetta è quella relativa alle scelte di illuminazione: non è abbastanza buio, ho letto e sentito in giro, come se fosse un errore e non una cosa voluta. Dato che gli horror capaci di fare a meno dell’oscurità sono delle mosche bianche all’interno del genere, la scelta di far accadere tutto sotto una perenne e molto invasiva luce artificiale, è da premiare, perché molto efficace. Se l’intento della casa è quello di mettere a nudo i peccati del protagonista, non c’è niente di meglio che un’illuminazione violenta e asettica, quasi da ospedale in certe circostanze, per rendere al massimo questo concetto.
Forse è soltanto una mia impressione, ma qui sembra che, quando si sceglie di deviare in qualche modo dalla norma e tentare un esperimento, la tendenza sia quella di affossare a priori il tentativo, quasi perché dare addosso alla Blumhouse è diventato uno sport nazionale, e quando fa horror convenzionali non va bene perché è troppo convenzionale, quando cerca di forzare la sua stessa formula, non va bene lo stesso perché non è abbastanza convenzionale.

Non è mia intenzione convincervi che You Should Have Left sia un film perfetto: non lo penso neanche io. Ci sono delle cose che non mi hanno convinta, come la caratterizzazione di Amanda Seyfred, che funziona quando la sceneggiatura la mette in rotta di collisione con Bacon e porta a galla, anche con un certo umorismo beffardo, il conflitto generazionale tra i due, ma da sola non ha quasi senso di esistere, è priva di spessore e, a un certo punto, fa qualcosa senza motivazioni plausibili e soltanto perché Koepp la vuole fuori dalla casa per una notte.
Il terzo atto del film, inoltre, quello più smaccatamente horror, è anche il più debole; apprezzabile il ruolo della casa e l’idea, anche molto forte, che c’è dietro, un po’ meno l’esecuzione.
Ma, tutto sommato, è un buon horror psicologico che tenta qualche esperimento visivo e si prende il rischio di declinare il solito ritornello del “brutto posto” in una tonalità differente.
Io vi consiglierei di ignorare le recensioni negative che gli stanno piovendo addosso da più parti e provare a dargli un’occasione. Koepp ha fatto di meglio e Jason Blum ha prodotto roba superiore, ma l’odio che circonda questo film è inspiegabile e irrazionale.

12 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    pensa che io non ho nemmeno visto il trailer: ho letto i nomi delle persone coinvolte e sono subito andata a pesca 😀 purtroppo non sono ancora riuscita a vederlo, ma la tua recensione mi conferma che, pur non essendo un capolavoro (e chi se ne frega se non lo è), merita una visione. le critiche negative che esistono solo per affossare un prodotto le lascio volentieri a qualcun altro 😀 ti farò sapere!

    1. Poi magari sono troppo indulgente io, ma mi è piaciuta davvero la direzione data al film, e non mi pento di consigliarlo. Fammi sapere!

  2. Come ti dicevo altrove, non ne ho letto recensioni bellissime, ma d’altra parte, riflettendoci, sembra davvero un caso di aspettative disattese: ci sono troppi jump scare, non ci sono abbastanza jump scare, c’è troppa luce, non si vede abbastanza, spiegano troppo, spiegano troppo poco…
    Gli darò un’occhiata, e via.
    Grazie della recensione.

    1. Ma figurati. Io credo che sia lecito dire che certe scelte stilistiche non piacciono, ma le devi riconoscere come tali, non definirle errori perché non sono di tuo gusto.

  3. Due osservazioni grandi: eliminando la campagna inglese si elimina circa il 50% dei fenomeni paranormali del mondo e mi chiedo come mai nessuno si sia mai mosso in tal senso.
    L’altra è: come si fa ad essere cosí tonti da non apprezzare i cliché spezzati? L’orrore nel moderno e nella luce?

    1. Perché io sarei la prima a difendere la campagna inglese. Tutti abbiamo diritti a un bello spavento ogni tanto 😀
      Io credo sia un problema di assuefazione al cliché: una cosa ti è familiare, quindi ti piace.

      1. Sí ma anche io sono pro-campagna inglese, ma mi rendo conto che i vari governatori del mondo potrebbero volersi semplificare la vita.
        Strano che la familiarità non venga a noia, strano davvero.

        1. Non a tutti. Io mi rompo facilmente, altri non riescono proprio ad accettare il nuovo. Credo sia in parte colpa dell’epoca all’insegna della nostalgia che viviamo.

          1. Il classico lo apprezzo, per carità, ma voglio novità anche in quell’ambiente.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Una sorta di versione malefica del TARDIS, eh? Già solo per questo sei riuscita a vendermelo 😉

    1. Giuseppe · · Rispondi

      Tra l’altro l’uso inquietante della luce e di spazi interni sproporzionati, che non potrebbero né dovrebbero esistere, mi ha ricordato (nemmeno poi troppo alla lontana) uno dei momenti migliori della nostra televisione misteriosa/soprannaturale d’epoca, nello specifico la miniserie del 1979 “Il filo e il labirinto” con l’episodio finale “L’armadio”: i protagonisti Ivana Monti e Pino Colizzi interpretano qui una coppia in evidente crisi, alla quale l’acquisto del suddetto mobile non porterà niente di buono. Se non lo conosci già, magari dacci un’occhiata quando hai tempo 😉
      https://www.youtube.com/watch?v=mprItredI7k

  5. Sembra molto interessante il contrasto tra la modernità della casa e lo stile gotico del luogo in cui è immersa e anche il gioco di “luci” creato per far “spaventare”, diverso da quello solitamente visto negli horror di un certo tipo. Sembra quindi che qualcosa per cui valga la pena ci sia eccome. Lo vedrò sicuramente.

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