King al Cinema: Ep 6 – Stand by Me

Regia – Rob Reiner (1986)

Mi tocca per forza Stand By Me perché, dopo Firestarter, escono L’Occhio del Gatto, Silver Bullet e addirittura Brivido, nello stesso anno del film di Reiner, ma qualche mese prima, e sono tutti titoli già trattati su queste pagine. Quindi non c’è niente da fare: mi tocca per forza Stand By Me, che è un argomento abbastanza complicato, nel 2020; complicato perché i cinque anni che ci siamo lasciati alle spalle, a volersi tenere molto stretti con la periodizzazione, sono stati caratterizzati da un elemento in particolare, la nostalgia, e Stand By Me rappresenta il modello di un certo tipo di immaginario, appunto, nostalgico, impiantato nei nostri cervelli con la forza di marchio indelebile. Tanto da rendere virtualmente impossibile distinguere tra veri ricordi e false memorie di un’infanzia mai vissuta dovute al cinema e alle serie tv. Ora, io dell’atteggiamento nostalgico penso tutto il male possibile, credo che la nostalgia sia l’anticamera del più becero e bieco conservatorismo. E dal conservatorismo in ambito artistico a quello in ambito politico, il passo è molto breve. Basta vedere i fan di Star Wars, una tipologia umana che, nella scala del ribrezzo, si situa appena un gradino sopra i neo-nazisti, per dimostrare la mia tesi. E Stand By Me, molto più della novella da cui è stato tratto, è il film nostalgico per eccellenza. Come la mettiamo?

La mettiamo prendendola alla larga: nel corso degli anni ’80, gli adattamenti delle opere di King appartengono quasi tutti alla macrocategoria dei film di serie B. La produzione De Laurentiis la fa da padrona, i budget sono bassi, spesso i diritti pagati a King rappresentano la fetta più cospicua del capitale a disposizione e, per farla il più breve possibile, si tratta quasi sempre di horror di basso profilo con l’unico scopo di fare cassetta ed essere dimenticati.
Stand By Me non è soltanto il primo film non dell’orrore a essere tratto da una storia di King, segna anche il momento in cui il nome dello scrittore torna in serie A, cosa che non accadeva dai tempi di Shining.
Lo sviluppo e la realizzazione di Stand By Me non furono, tuttavia, una passeggiata: da un lato c’era l’agente di King che premeva per ottenere una cifra oltraggiosa, dall’altro pochissimi studi erano pronti a scommettere su un progetto che, per forza di cose, non poteva contare su alcun nome di richiamo nel cast.
Rabbrividite quei due o tre minuti pensando che, all’inizio, a dirigere il film doveva essere Adrian Lyne, che per fortuna uscì dalle riprese di 9 Settimane e Mezzo molto provato e decise di prendersi una vacanza. E così, la sceneggiatura arriva sulla scrivania di Reiner, ai tempi autore di commedie e più famoso come attore che come regista.

E comunque si rischia di non farlo proprio, Stand By Me, perché la casa di produzione viene acquisita dalla Columbia, che cancella il film dal listino a pochi giorni dall’inizio delle riprese. Interviene uno dei produttori, mettendo i soldi di tasca propria e si comincia a girare senza neanche una distribuzione, che viene trovata soltanto alla fine, e soltanto dopo una serie impressionante di rifiuti. Indovinate? È proprio la Columbia, dopo aver visionato una copia del montato, a portare nelle sale il film, guadagnandoci sopra un’ira di Dio.
Perché Stand By Me è un successo clamoroso e del tutto inaspettato. di critica e di pubblico. Come dicevo prima, non è mai stato un film a colpo sicuro: non si può fare il paragone con roba come I Goonies, uscito l’anno prima; I Goonies è infatti un film per ragazzi, mentre Stand By Me è un film per adulti con dei ragazzi protagonisti. E non lo si può certo definire un film leggero, tutt’altro. Nonostante non sia un horror, possiede una forte vena macabra e, al netto dei vari alleggerimenti comici pur presenti, è profondamente tragico, pur se la sceneggiatura edulcora, e di parecchio, il finale.

Il punto è che Stand By Me funziona proprio in virtù del suo essere nostalgico: parla soprattutto a chi è stato un ragazzino, non a chi sta vivendo la fase della vita in esso narrata, vista attraverso la lente deformante del ricordo. La prospettiva è quella di un uomo che ha passato i quaranta e rievoca un’esperienza della sua tarda infanzia. È, da un punto di vista letterario, la prova generale di IT (Stagioni Diverse è del 1982), che non so voi, ma io più invecchio e più lo vedo come un grande romanzo della memoria.
Dicevamo prima che la novella The Body (Stand By Me venne deciso all’ultimo istante dalla produzione) è sì nostalgica, ma non quanto il film; è anche più dura e scabrosa, se vogliamo. Ferma restando la patina evocativa di un’infanzia perduta, ci sono dei luoghi oscuri, nel tessuto del racconto, che Reiner ha volutamente lasciato da parte. Persino la frase, citata innumerevoli volte sulle bacheche di innumerevoli quarantenni su Facebook, sugli amici, che come sono a 12 anni, signora mia, mai più nella vita, King la butta lì in mezzo al racconto, dopo uno scambio di battute tra i ragazzini; Reiner ci chiude il film, dandole quindi un peso enorme, caricandola di senso.

Con questo non voglio dire che Stand By Me sia un’operazione furba atta a solleticare il nostro lato più retrivo. Ma è di sicuro uno dei primissimi film a vendere la nostalgia come se fosse una merce. Ciò non toglie che rimanga un film splendido, dall’inizio alla fine, con un cast perfetto di giovanissimi attori, che visto oggi, 34 anni dopo, fa venire la pelle d’oca se si pensa non tanto alla triste fine di Phoenix, metabolizzata da parecchio tempo, quanto alla vita di Corey Feldman e a come venga facile confondere, oggi, l’attore e il personaggio, così somiglianti.
È fedele alla novella di King quasi alla lettera, la segue passo passo, riprendendo spesso intere linee di dialogo,e forse proprio per questo fa un certo effetto che Reiner e gli sceneggiatori abbiano stralciato le morti di Terry e Vern, che lasciavano Gordie unico superstite della spedizione alla ricerca del corpo del ragazzo travolto dal treno.

È interessante notare che una delle cose più kinghiane, quella per cui l’aggettivo kinghiano sembra appositamente coniato, mai scritte dal Re dell’horror, non sia un horror. Eppure, a voler scavare nella novella, le parti horror non mancano, come gli incubi di Gordie sul fratello morto, o la descrizione vivida del cadavere del ragazzo, con la grandine che entra nei suoi occhi sbarrati. Tutto questo, nel film, anche giustamente, non c’è: Stand By Me si limita a essere il racconto di una delle ultime giornate nell’infanzia dei personaggi, anzi, il momento in cui l’infanzia termina, ma la sensazione di definitivo presente nel testo scritto da King, qui è molto più stemperata. Se il rimpianto per ciò che si è perduto nel passato è ben reso in entrambe le opere, nel film è la voce fuori campo di Dreyfus ad aver perso l’innocenza dei dodici anni; King fa perdere direttamente i suoi dodicenni e il rimpianto è già nel passato, non è una faccenda legata all’età adulta, non soltanto, almeno.
Per questo l’effetto nostalgia è meno forte su carta che su schermo.

King, che ai tempi era molto diverso da oggi e non ci andava mai leggero con gli adattamenti dai suoi libri, rimase molto colpito da Stand By Me. Non è difficile immaginare perché: di tutti i film di cui abbiamo parlato fino a ora, questo è forse l’unico a meritarsi il famoso aggettivo kinghiano, ma nella sua versione più accessibile, o più socialmente accettabile, fate voi.
Oggi siamo abituati al fatto che un autore come Pablo Larrain diriga una serie tv tratta da King, ma nel 1986 lo scrittore non era ancora stato sdoganato ai piani alti, e infatti, a differenza dei B movie dove il suo nome appare in caratteri più grandi di quello del regista, qui a stento lo si vede in locandina. Conosco addirittura persone che non sapevano Stand By Me derivasse da King.
E infatti, questo film resta un’eccezione per anni, almeno fino a quando Reiner tornerà sul luogo del delitto e porterà King direttamente agli Oscar, con un horror puro, per di più.
Ma questa è un’altra storia.

11 commenti

  1. secondo me su pellicola la strage di bambini nn sarebbe stata accettata, soprattutto se caratterizzati così bene
    il film l’ho visto e mi è piaciuto molto, ma non ho grandi ricordi tranne di questa curiosità morbosa perke nn avevano altro di meglio da fare

    1. No, ma Terry e Verne muoiono da adulti, nella novella.

  2. valeria · · Rispondi

    credo sia stato il primo film che vidi tratto da un libro (o racconto in questo caso) di king. mi colpì tantissimo nonostante all’epoca della visione andassi alle medie e mi sfuggirono un sacco di dettagli e significati, che riuscii a cogliere solo crescendo. però mi feci un sacco di pianti già all’epoca, ed è ancora oggi il primo film che cito quando mi sento dire che king è bravo solo a scrivere horror. la tua recensione gli ha reso pienamente giustizia 😀

    1. Fammi pensare… il mio primo film tratto da King credo sia stato proprio Carrie, da piccolissima, ma questo è arrivato buon secondo!

  3. Penso che però faccia parte della cultura americana quella di celebrare la nostalgia di un lontano passato, di massa e individuale, basato su ricordi falsati e ripuliti. Forse King stesso è stao un po’ condizionato dai vari American Graffiti, Happy Days, tutto il filone di film in cui si riprendeva il periodo della grande depressione, e altro.
    Io non ho mai tollerato la nostalgia che la mia generazione ha per la sua infanzia. Tutti quei cieli azzurri, giornate di sole, cose bellissime, non le ricordo Nè le ho viste in altre vite. Tuttavia siamo anche la generazione in cui l’immaginario collettivo creato in serie dalla tv e dai media ha forgiato l’immaginario e i ricordi dei singoli eliminando quasi del tutto quelli reali. Particolare curioso nonostante non sia un nostalgico, sono abbastanza conservatore.
    Come sempre il tuo ppst è ottimo, pieno di informazioni interessanti. Mi hai fatto venir voglie di rivedere questo film ( lo metto con Un biglietto in due, nella lista dei film che mi piacerebbe veder su netflix o amazon).

    1. I conservatori sono una brutta razza😅

      1. hai ragione, ma a mio discapito posso dire che sono brutto anche da liberale. ❤

        1. Ma anche i liberarli sono una razzaccia 😀

  4. ^_^ assolutamente.

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Avere nostalgia si può, l’importante è NON vivere di nostalgia… esattamente la differenza che corre fra il ricordare con il giusto affetto il passato (infanzia, adolescenza e quant’altro) senza volerne negare merda e sofferenze assortite e, al contrario, manipolarne il ricordo per innalzarlo a una mitica età dell’oro ormai perduta dove tutto appariva sempre/comunque migliore rispetto al presente: nel primo caso si tratta di coltivare una sana e rispettosa memoria, nel secondo di scivolare nel bieco conservatorismo 😉
    Detto questo, Stand By Me è uno splendido adattamento kinghiano con un ottimo, giovanissimo cast che per di più riesce a venderci bene quella componente nostalgica da cui è pervaso, forse anche per il fatto di essere stato uno dei primi titoli a farlo (quando ancora la mitizzazione dei bei tempi andati era lontana dall’essere inflazionata come oggi)…

    1. Infatti non è la nostalgia in sé, quella è un sentimento normalissimo. Io per prima ho nostalgia di momenti della mia vita che, purtroppo, appartengono a un passato remotissimo.
      Il problema è, come dici tu, l’atteggiamento nostalgico, per cui ogni cosa è vista attraverso un filtro distorto e va a finire che tutto ciò che viene dal passato è forzatamente superiore al presente.

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