Zia Tibia 2026: Ghost Ship

Regia – Steve Beck (2002)

Inizia giugno, torna la vostra amica non morta a prendere il controllo del blog e a parlare soprattutto di roba fetida. Per questa estate, Zia Tibia resterà a gravitare, senza un ordine preciso e senza un vero scopo, intorno agli horror dei primi anni del secolo; andrà a scavare nei meandri del peggiore torture porn e a ripescare (scusate) pellicole con una media così bassa sui vari aggregatori di recensioni, che dubiterete seriamente del suo buon gusto e della sua capacità critica. Ma a lei non interessa, a lei importa soltanto divertirsi e prendere in giro se stessa e i cialtroni e debosciati che hanno speso i loro anni a guardare questa robaccia.
Se c’è un film che, per anni, nessuno ha voluto neanche toccare con la canna da pesca, questo è Ghost Ship, opera seconda (e ultima) di Beck, che giunge qui da I 13 Spettri, forte del suo contratto con la Dark Castle di Silver e Zemeckis.
La Dark Castle comincia la sua storia con due remake di film di William Castle (d’altronde, il nome avrebbe dovuto farci sospettare qualcosa): il già citato I 13 Spettri e il bellissimo House on Haunted Hill. Passa a produrre materiale originale proprio con Ghost Ship, che la critica maltratta parecchio, ma si porta lo stesso a casa una settantina di milioni di dollari, a fronte di un budget di appena venti.

Ghost Ship, per chi non se lo ricordasse, racconta di un equipaggio che si occupa di recuperare relitti e imbarcazioni alla deriva, alle prese con una nave da crociera scomparsa senza lasciare traccia dal 1962, l’italiana Antonia Graza. A condurre sulle tracce del transatlantico il capitano Murphy (Grabriel Byrne) e la sua ciurma di uomini di mare un po’ pazzerelli e senza paura (più la quota femminile incarnata da Julianna Margulies), è il misterioso e un po’ losco signor Ferriman (Desmond Harrington). Una volta saliti a bordo, i nostri scopriranno con grande sgomento che la nave è infestata e che andarsene via sarà un’impresa abbastanza complicata. Il motivo per cui la Antonia Graza è infestata, la fine che hanno fatto i suoi passeggeri e il suo equipaggio e, a dire la verità, l’intera struttura narrativa portante del film, sono un filino traballanti, e non è che si capiscano granché, non perché la sceneggiatura non provi a spiegarceli; ce li spiega più volte, con tanti dialoghi e un lungo flashback, ma gran parte della faccenda rimane oscura perché, boh, alla fine è una stronzata. Lotta tra bene e male, inferno e paradiso, ladri di anime e bla bla bla. Un pastone abbastanza normale nell’horror soprannaturale di fine secolo o inizio millennio, prima che sbucassero sulla scena i vari Wrong Turn a rimettere tutto in prospettiva.

Noi, però, non guardiamo Ghost Ship per il racconto sfilacciato o per capire i meccanismi di un’infestazione della quale ci interessa il giusto. Lo guardiamo (a parte perché non abbiamo di meglio da fare) per la sua sequenza d’apertura, perché ha un’ambientazione molto suggestiva, e per le dimensioni ragguardevoli di un cinema di serie B che oggi ha smesso di esistere.
L’horror contemporaneo è piccolino, splendido splendente, ma piccolino. Racconta storie piccole, usa ambientazioni piccole anche quando, come nel caso di Backrooms, sono infinite. L’horror contemporaneo esiste nella scala della vita quotidiana, non è più larger than life.
Ghost Ship, nonostante sia un film di serie B, altrimenti non staremmo qui a discuterne, ti dà la sensazione di essere una roba grossa, costosa, di lusso, e non soltanto per un cast di volti che, ai tempi, erano familiari come se fossero tuoi parenti; per girare gli esterni, la produzione si è ovviamente avvalsa di effetti speciali digitali, ma la nave che vediamo galleggiare a mollo nel mare di Bering è vera, è un modellino in scala lungo dieci metri, mentre il ponte esterno della Antonia Graza è stato interamente ricostruito nei Village Roadshow Studios, nel Queensland, insieme a tutti gli interni, che sono forse la cosa più spettacolare dell’intero film.

Se il cinema degli abissi degli anni ’80 si svolge principalmente svariati chilometri sotto la superficie dell’oceano, quello a cavallo tra i due secoli preferisce le imbarcazioni abbandonate: Deep Rising, Virus, Ghost Ship, partono più o meno tutti dalla stessa identica premessa, ovvero quella di un mastodonte perso tra le onde, e di un equipaggio che sale a esplorarlo, trovando pessime sorprese a bordo. Poi, tutti e tre i film hanno uno sviluppo autonomo, lovecraftiano Deep Rising, fantascientifico Virus, e gotico Ghost Ship, dato che alla fine parla di anime prigioniere in un luogo chiuso dal quale non possono uscire.
Non so bene a cosa far risalire la tendenza a vedere le navi come ricettacoli di ogni male, forse si tratta soltanto dell’ombra lunga di Titanic che si estende negli anni a venire, ma tra gli anni ’90 e i primi 2000, la minaccia non arrivava più dai fondali, veniva ospitata a bordo di relitti perduti in mezzo al mare, e di solito, era l’avidità il fattore scatenante dei guai. Lo è anche nel caso di Ghost Ship, nel passato come nel presente: un carico di lingotti d’oro, che segna la rovina di ogni personaggio.
E questa avidità si esprime al meglio in un non-luogo come una nave da crociera, una specie di zona franca dove ogni azione, anche la più abietta, diventa possibile.
Il che ci porta ai primi cinque minuti del film.

Beck non è mai stato un grande regista, e tuttavia, ha avuto le sue intuizioni, nei due film che gli è capitato di dirigere: ne I 13 Spettri si è inventato il complesso meccanismo che tiene i fantasmi rinchiusi, ed è una gioia per gli occhi ancora oggi; in Ghost Ship, ha confezionato una sequenza magnifica, che non penso abbia eguali nell’intera storia del genere. Forse soltanto la trebbiatrice che scende dal soffitto della discoteca in The Collection può essere paragonabile al cavo di Ghost Ship, con la differenza che quella manca di eleganza, è volgare e grossolana, mentre Beck imposta tutta la scena come una specie di sogno a occhi aperti: la canzone di Gino Paoli suonata dal vivo, il ballo, i camerieri in livrea, una giovanissima Emily Browning tra le braccia del capitano. E poi esplode il gore e tu neanche hai avuto il tempo di realizzare quello che stava succedendo, e ti ritrovi con la gente tagliata in due, una tipa a terra che cerca di afferrare la sua metà inferiore, sangue dappertutto, torsi che si dibattono a terra come pesci presi all’amo, e questa bambina, rimasta l’unica in vita, ad affrontare tutto l’orrore da sola. È una bomba, parola di Zia Tibia, e se no vi va di sottoporvi all’intera visione del film, che non è affatto all’altezza dei suoi primi minuti, la trovate nella sua gloriosa interezza su YouTube.

Non sarò di certo io a negare che il resto di Ghost Ship è moscio, per carità, ma c’è qualcosa, in questo film, nascosta tra le paratie arrugginite, i macchinari per pompare l’acqua, le fiamme ossidriche e le eliche incrostate dalle conchiglie, che me lo fa amare, al netto della sua confusione e del suo girare a vuoto.
È un sentimento difficile da spiegare, e magari a che fare con la scarsità di horror che gli somigliano, soprattutto recenti. Mi viene in mente giusto il tanto vituperato The Haunting of the Queen Mary, che infatti non è piaciuto a nessuno, e a questo punto, credo che il pallino per le navi infestate sia soltanto una roba mia, e la mia sete di horror in crociera non sarà mai soddisfatta.
Vorrà dire che continuerò a rivedermi Ghost Ship una volta l’anno, in attesa di tempi migliori.
Zia Tibia vi augura una buona estate di film di merda, ed è al vostro umile servizio da oggi fino alla fine di agosto.

Un commento

  1. Avatar di Fabio

    Ha me piace tanto questo film,fiero possessore del DVD.Gli appassionati di questi film esistono,ma pochi hanno il coraggio di dirlo. Sempre sia lodata la Dark Castle di inizio millennio.

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