Ciclo Zia Tibia 2019: Brivido

Regia – Stephen King (1986)

Prima o poi sapevate tutti che vi sarebbe toccato in sorte, perché se esiste un film in grado di rappresentare l’essenza di Zia Tibia, quello è proprio Brivido, in tutta la sua gloriosa bruttezza. Prima e unica regia di King, che poi si sarebbe ben guardato dal ripetere l’esperienza, Maximum Overdrive è tratto da un racconto di quattro paginette scarse contenuto nella raccolta A Volte Ritornano e intitolato Camion.
Il racconto è brevissimo e brutale: un gruppo di persone asserragliate in una stazione di servizio e, all’esterno, dei camion senzienti che vogliono farli fuori. Non c’è molto contesto, come non c’è spazio per le spiegazioni: succede tutto in fretta e nessuno si mette lì a spiegarci cosa sia accaduto in che modo.
Ora, capite anche voi che per tirare fuori un horror da 100 minuti da una premessa così esile, bisogna essere o molto bravi o molto incoscienti.
King ammette candidamente di aver passato tutto il tempo delle riprese strafatto di cocaina, quindi propendiamo per l’ipotesi dell’incoscienza, perché, in quanto a bravura, lo scrittore non è mai stato un drago nelle trasposizioni delle sue opere; figuriamoci a metterle in scena da esordiente, senza capire un cazzo di quello che stava succedendo.

E infatti, Brivido è un pastrocchio di cui non c’è quasi nulla da salvare, se non un paio di sequenze iniziali, come la lunga pedalata di un bambino all’interno di un quartiere devastato dall’assalto delle macchine, che sembra quasi ben girata. Non c’è molto da aggiungere sulla qualità del film: è brutto, brutto davvero, una sorta di delirio di onnipotenza di un autore che, all’epoca, avrebbe potuto chiedere la luna ed era certo che sarebbe arrivato qualcuno a portargliela sul set.
Ha rischiato di far perdere un occhio al direttore della fotografia (non l’ultimo arrivato, eh, Armando Nannuzzi), perché non ha permesso che venissero tolte le lame da un tosaerba, tanto per dirne una, e l’impressione, guardando il film a distanza di anni, è proprio quella di riprese fuori controllo, con questo dittatore pazzo cocainomane che si divertiva come un bambino con le esplosioni e il sangue e tutti, intorno a lui, che scuotevano la testa incapaci di fermarlo. De Laurentiis per primo, lui che con King aveva collaborato svariate volte, e aveva acquistato i diritti di decine di suoi romanzi e racconti.

Cocaina a parte, credo che i risultati imbarazzati di Maximum Overdrive siano in parte riconducibili al fatto che, nell’immaginario kinghiano, cinema e serie B rappresentato un tutt’uno, e il primo non esiste senza il secondo.
Non che ci sia qualcosa di sbagliato in questo tipo di ragionamento, ma, unito all’inesperienza dello scrittore, alle sue condizioni psicologiche instabili e alla volontà di assecondarlo da parte di tutti, ci si ritrova di fronte a un prodotto molto sciocco, il sogno di un dodicenne incastrato nel corpo di un quarantenne a cui viene finalmente permesso di realizzare le sue fantasie.
Questo è Brivido: l’ingenuità da bifolco di King messa su grande schermo; camion grossi che investono persone, bancomat che ti danno dello stronzo, coltelli elettrici che ti aggrediscono, flipper che ti fulminano, distributori di bibite che ti uccidono tirandoti addosso le lattine (e il primo colpo è sempre nelle palle), e via così. Non c’è bisogno di una trama, non c’è bisogno di personaggi o di dialoghi efficaci; a stento c’è bisogno di attori, quando hai un mastodonte della strada con la faccia verde di un goblin a fare funzione di villain principale, o quando hai gli AC/DC che ti compongono la colonna sonora perché sono la tua band preferita.

E, in tutto questo, Brivido è un film che mai mi stanco di vedere. Sono quelle cose che ti porti dietro sin dall’infanzia e ti restano incollate addosso, in un misto di nostalgia e autoironia. Non si tratta neanche del famoso adagio per cui so bad it’s good, perché sono io la prima a essere consapevole del fatto che non ci sia nulla di anche lontanamente good in un film di questo calibro. E neppure mi metto lì a ridere di King, dei produttori, del povero Nannuzzi, di Emilio Estevez che, in pieno assedio, ha tutto il tempo di portarsi a letto Laura Harrington nel retro della stazione di servizio, ed esibirsi insieme a lei in una serie di scambi di battute agghiaccianti.
Ci sono affezionata, a Brivido, perché è, in un certo senso, il simbolo di momento e di un modo preciso di fare cinema horror che oramai sembra appartenere a un paio di ere geologiche addietro: il cinema horror di Zia Tibia, tanto per essere chiari, quando la serie B non ce la fa a diventare poesia, non si eleva, rimane a terra, non si erge a metafora; è l’epoca in cui De Laurentiis produce adattamenti da King a nastro, in cui King stesso può permettersi di promuovere Maximum Overdrive spalando merda su altri registi che, prima e meglio di lui, hanno portato al cinema le sue storie.
È un momento breve ma irripetibile, e King ci sguazza dentro, perché è il suo momento.

L’horror, in quegli anni, era un bambino dispettoso, il più delle volte innocuo, ma era impossibile non provare simpatia per lui, e di conseguenza è impossibile non provare simpatia per Brivido, che del bambino dispettoso ha ogni caratteristica, prima tra tutte l’inconsapevolezza: non sa di essere imbarazzante, non sa di essere inopportuno, non sa di essere eccessivo, e va avanti con l’acceleratore premuto a tavoletta, di assurdità in assurdità, perché non ha interesse nella coerenza, non sta raccontando una storia, sta facendo una grossa burla.
Ecco cos’è Brivido: una grossa burla. E in questo è perfettamente riuscito, quasi un capolavoro.

King, cresciuto con il cinema degli anni ’50, riporta questa sua passione in un film del 1986: è normale e ne abbiamo già parlato altre volte di come i registi di quella generazione non potessero fare a meno di replicare i film di mostri, i western e gli horror con cui avevano imparato ad amare il grande schermo, nelle loro opere. È una faccenda che riguarda Spielberg, Dante, Carpenter, Romero e tantissimi altri. Solo che quelli nominati sono tutti maestri del cinema, mentre King è un maestro della narrativa, e Brivido è anche una prova evidente di quanto le due cose di rado si equivalgano.
L’immaginario kinghiano, nel film, c’è tutto, ma è posticcio, artefatto, sembra di assistere alla parodia dei suoi lavori più riusciti, anche perché lo scrittore ha optato (non so con quanta cognizione) di dare al suo esordio un’impronta da horror comedy che con il suo stile di scrittura ha poco a che spartire, con l’effetto di anestetizzare qualunque senso di minaccia derivante dalle macchine assassine, se non in rarissime occasioni. Tutto il resto è semplicemente ridicolo e, anche qui, il dubbio su quanto sia volontario, questo senso del ridicolo, è lecito.
E tuttavia, Brivido è il filmaccio horror estivo per antonomasia e non penso, per come sono cambiati i tempi, per come si è modificato nel corso degli anni il sistema produttivo, che ci sarà mai un altro film in grado di eguagliarne le gesta.

 

11 commenti

  1. L’ho messo nella lista video di Prime da qualche giorno (tra l’altro, ma quanti begli horror ci sono nel catalogo di amazon?), questo articolo sarà la spinta decisiva per vederlo (finalmente). Grazie 😊

    1. Il catalogo horror di Prime è una delizia. Io passo le serate a spulciarlo con immensa gioia ❤

      1. Alberto · ·

        Mi avete messo una pulce nell’orecchio con gli horror di Amazon, sono andato a sfruculiare e così, al volo, consiglio una delizia anni ’50, Seppellisco i vivi.

        1. Uh, quello è un gioiellino vero e proprio. Lo avevo scoperto, anni fa, perché lo consigliava King in Danse Macabre!

  2. Gargaros · ·

    Sei quasi riuscita a farmelo apprezzare. Quasi. Film di una bruttezza e di una stupidità inenarrabile. Mi spiace, ma per me non è serie B, ma serie Z. Un trash involontario, quindi. Forse un domani diventerà di culto. Ma non per me.

    Comunque anche il racconto è una ciofeca narrativa.

    1. Ma sì, è un film brutto, nessuno penso abbia la faccia tosta di metterlo in discussione: è brutto da far rizzare tutti i capelli in testa.
      Però non so quanto sia davvero involontario, ecco. Mi resta il beneficio del dubbio su questo.

  3. E’ un film strapieno di difetti eppure mi ha sempre divertito anche se per qualche motivo sbagliato. Adoro King come scrittore ma per quanto rigarda il cinema è tutto un altro discorso.
    Comunque Brivido è un pastrocchio enorme che però riesce a divertirti e a farti sorridere.

    1. Sì, perché poi alla fine prevale un senso di tenerezza per questo bambinone dietro la macchina da presa 😀

  4. Ciao Lucia! Complimenti per il post…delirio di onnipotenza è l’espressione ideale per Brivido, in quanto è un miscuglio incoerente di tutto ciò che piace a Stephen King: i camion, gli AC DC, scene forti – come il bambino rullato – scene da splatter – come il cane morto – scene idiote, come “cara, questa macchina mi ha chiamato stronzo” ecc…. inoltre lo scrittore ha fatto schifo anche nel suo punto di forza, ovvero la minuziosa descrizione di ogni personaggio: normalmente in un film, a meno che non aggiungi tre ore di voce narrante, ti limiti a raccontare la storia del protagonista, ed è ciò che fa King; il problema è che la storia di Bill non è per nulla convincente e non gli permette di suscitare l’empatia che dovrebbe suscitare un movie hero.
    Nonostante tutto – saranno gli AC DC, sarà il fatto che degli anni 80 mi piace quasi tutto, sarà il camion con la faccia da Goblin, sarà quel che sarà del nostro amore che sarà – è un film che vedo volentieri.

    1. Giuseppe · ·

      A proposito delle macchine “intelligenti” per intervento esterno, chissà se nel guazzabuglio generale al King fanciullone era venuto in mente di omaggiare in qualche modo Killdozer (il film poi è quello che è, nessuno lo nega… Però, ecco, devo ammettere che Pat Hingle non aveva un brutto modo di “parcheggiare” i camion assassini) 😉

  5. Alberto · ·

    Tra i soldi peggio spesi nella mia vita di spettatore. Solo tu potevi farmi venire voglia di rivederlo.

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