Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 9: Bedevilled

Regia – Cheol-soo Jang (2010)

Prima visione della vostra affezionatissima per la giornata dedicata a Isole, porti e spiagge. Avrei potuto scegliere una cosa leggera e un po’ vacanziera, avrei potuto, che so io, guardarmi il nuovo film di Christopher Smith con gli influencer intrappolati su in’isola infestata dai ragni, e invece no. Ho scelto la Corea, ho scelto il dolore.
Volevo colmare questa lacuna da un sacco di tempo, in realtà, perché ne ho lette di cotte e di crude su Bedevilled, tra chi lo definisce il film più “disturbante” (parola da bandire dal circuito cinefilo, grazie) di sempre, chi ne loda la costruzione narrativa e il climax che ti frantuma le ossa una a una, e chi lo ritiene un oggetto spregevole e infimo, in quanto mette in scena, per quasi due ore, abusi e violenze atroci ai danni della sua protagonista. Che poi, da un punto di vista di mera nomenclatura, neppure è la protagonista, ma ci arriviamo con calma.
Sappiamo bene che il rape & revenge è un genere controverso e delicato, e non sarò certo io a giudicare chi non riesce a sopportarne la visione: ogni donna ha il diritto di sentirsi a disagio di fronte a storie che parlano di stupri. Quello che, tuttavia, non mi va giù e mai lo farà, è il concetto che queste storie debbano obbligatoriamente essere catartiche o, peggio mi sento, e sempre per usare un termine che non mi piace, “empowering”.

È il motivo che ha portato certa critica femminista a scagliarsi contro Promising Young Woman perché, a detta loro, la protagonista non ne esce trionfante. Ora, a me le fantasie di vendetta piacciono un sacco, ma non tutto può essere una fantasia di vendetta. Molto spesso, certe storie finiscono malissimo, molto spesso la vendetta stessa è una faccenda sporca e disperata che porta a percorrere strade senza uscita, molto spesso il dolore e la violenza non generano altro se non dolore e violenza a loro volta. A maggior ragione se si svolgono in un contesto sociale fortemente misogino, in cui le donne sono isolate e non ricevono il sostegno di altre donne, non perché cattive, ma perché talmente avvelenate e imbottite sin dalla nascita di cultura patriarcale da averla assimilata e fatta propria, anche e soprattutto come strategia di sopravvivenza in un mondo che le odia e le mette in pericolo a ogni passo.
Bedevilled parla di questo. Non potrebbe mai essere “empowering”.

Il film è la storia di una giovane donna, Hae-won (Ji Seong-won), impiegata in una banca di Seoul, che torna per una vacanza nell’isola dove suo nonno è nato e cresciuto e dove trascorreva l’estate quando era adolescente. Lì ritrova un’amica d’infanzia, Kim Bok-nam (Seo Young-hee), che nel frattempo si è sposata e ha avuto una figlia. L’isola è inospitale, abitata da una piccolissima comunità di agricoltori e pescatori, e Bok-nam soffre le pene dell’inferno a causa di suo marito, del di lui fratello, e in generale di ogni maschio presente sul suolo insulare. Le anziane non la proteggono e non la aiutano, anzi, la umiliano in continuazione, e la sua unica speranza sembra essere rappresentata proprio dall’arrivo di Hae-won, la donna di città che ha fatto carriera e che, forse, potrebbe portarla con sé a Seoul, insieme alla bambina, farla fuggire da lì, darle una nuova vita.
Non andrà così, perché Hae-won non è il tipo di persona disposta a mettersi in pericolo per dare una mano al prossimo, come vediamo nelle prime scene ambientate a Seoul. Caratterizzata da una profonda ignavia, chiude gli occhi e abbassa la testa davanti a tutto ciò che è costretta a sopportare l’amica, fino all’inevitabile punto di rottura.

Io non voglio sempre mettere in mezzo Fulci, ma non posso fare a meno di pensare a Bedevilled come una versione aggiornata e, per certi versi, ancora più crudele di Non si Sevizia un Paperino, un rape & revenge antropologico, in cui non ha importanza il contesto, non ha importanza la posizione sociale occupata, le donne non sono mai al sicuro, e per esserlo, o per avere se non altro l’illusione di esserlo, bisogna costruirsi intorno uno schermo così spesso da diventare crudeli; la crudeltà nei confronti di chi non può difendersi è la cifra della vita sull’isola, ma è anche quella di una città come Seoul, dove nella prima sequenza del film assistiamo a uno stupro in mezzo alla strada nell’indifferenza generale, e Hae-won, presente sulla scena del crimine, alza il finestrino della macchina e si allontana, ignorando le grida disperate della vittima. Gli uomini possono agire nella più totale impunità perché hanno costruito una scala gerarchica della violenza e del terrore, e chi non si rassegna o non vi partecipa, viene fatta a pezzi.
La purezza dell’affetto (con sfumature queer palesi) di Bok-nam nei confronti dell’amica ci strazia il cuore, perché sappiamo che mai potrà essere ricambiato, che Hae-won non la porterà mai a Seoul, che per lei quella è soltanto una breve parentesi, anche forzata, e che per tutte le Bok-nam di questo mondo (e le loro figlie) non c’è salvezza.

Per questi motivi, la vendetta della donna, che copre gli ultimi venti minuti di film, non può essere catartica, ma soltanto disperata nella sua ferocia. Certo, un minimo di soddisfazione c’è nell’assistere a quell’esplosione di gore e violenza dopo tutto quello che, passivamente, Bok-nam ha subito, ci viene concessa. Ma si tratta di un sollievo momentaneo. Il suo destino è segnato.
È l’annosa questione che ogni rape & revenge lascia aperta quando cominciano a scorrere i titoli di coda: cosa succede dopo? Il dopo raramente viene contemplato nelle pure fantasie di vendetta, poiché è l’atto stesso del vendicarsi il senso ultimo. È così che si scatena la catarsi nello spettatore e, ribadisco, va benissimo, è estremamente soddisfacente e ti lascia alla fine con un senso di esaltazione che fa bene all’anima. Bedevilled non è un film di questo tipo. È desolante, triste, con un finale che è l’equivalente cinematografico di una roncolata in faccia, ma non ha intenzioni spregevoli come ho letto da più parti. Ti mette di fronte allo stato delle cose, che non si può modificare o tantomeno ribaltare in solitaria. Anzi, l’unico brandello di speranza è dato dalla presa di coscienza di Hae-won, anche se è impossibile stabilire se sia definitiva, se l’esperienza vissuta sull’isola non l’abbia rotta per sempre.

Bedevilled è un film durissimo, inasprito ulteriormente dalla sua ambientazione su un’isola remota e inospitale, ma non così diversa dalla “civilizzata” Seoul. Si tratta di un dettaglio importantissimo per comprendere le intenzioni del regista e dello sceneggiatore, la sostanziale equivalenza tra zone rurali e città, quando si tratta di violenza sulle donne, e di prevaricazione dei forti sui deboli in generale.
Nichilista? Un po’ sì, perché non salva niente e nessuno. Ma con uno sguardo sulla sua protagonista, che non è, come crediamo all’inizio, Hae-won, ma Bok-nam, estremamente partecipe e compassionevole.
Non lo consiglio a cuor leggero perché ha zanne affilate e morde, eppure, se volete vedere un rape & revenge diverso dal solito, più complesso e meno compiaciuto rispetto al solito, potete anche decidere di sottoporvi al martirio.
P.S. non ci sarò per tutto il fine settimana, quindi vi lascio qui le categorie e i titoli che ho scelto per sabato 10 e domenica 11. Per il day 10, dedicato a David Dastmalchian, proverò a dare una seconda occasione a The Last Voyage of the Demeter, mentre per il day 11, che ci fa per sempre passare la voglia di andare in campeggio, andrò col norvegese Lake Bodom del 2016.

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