Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 12: Il Signore del Male

Regia – John Carpenter (1987)

Scusate il ritardo, sono settimane complicate. La categoria di oggi è Colonna sonora di John Carpenter, che non comprende soltanto i film diretti dal Maestro, ma anche un gruppetto di opere molto recenti, in particolare gli Halloween di Gordon Green. Di quelli abbiamo già discusso, e moriremo in loro difesa. Io ho approfittato dell’occasione per rivedere un film dopo circa una ventina d’anni, un Carpenter “povero”, uscito dall’ennesimo tonfo della sua carriera, ovvero Grosso Guaio a Chinatown. Se il regista era riuscito a riprendersi dopo La Cosa, grazie a Christine, nella seconda metà degli anni ’80 fa tanta fatica a trovare dei progetti di alto profilo, e così, esattamente come il suo collega Craven, che navigava in acqua simili, firma un contratto con la Alive Pictures, che gli offre un budget di tre milioni di dollari a film, a fronte della totale libertà creativa.
A vederlo quasi quarant’anni dopo la sua uscita nelle sale, non sembra affatto che Prince of Darkness sia costato così poco. È un gioiello, ed è il film più genuinamente spaventoso che Carpenter abbia mai diretto, non al netto di una sceneggiatura abbastanza confusa, ma proprio grazie a essa.

Ho sempre trovato molto curioso che due tra i registi che più rispetto sulla faccia della terra siano accomunati dall’aver realizzato la propria trilogia non ufficiale. La trilogia della morte di Fulci e quella dell’apocalisse di Carpenter. Non sono strutturate come trilogie, non credo neppure siano state pensate come tali, eppure eccoci qui. Per quanto riguarda Carpenter, Il Signore del Male è il secondo tassello; gli altri sono La Cosa e Il Seme della Follia, che rimangono tra i suoi film più apprezzati e noti. Prince of Darkness, al contrario, è una faccenda quasi privata, un film che è rimasto nel cuore dei fan duri e puri, è piccolo, è confinato in uno spazio molto ristretto, è un film d’assedio come Distretto 13 ed è chiaramente un B movie, nel senso produttivo del termine. Non è quindi tenuto in alta considerazione come gli altri film, anche perché è bizzarro, fuori dal tempo. Si presenta come film satanico, e molti cadono nell’equivoco che lo sia davvero, quando è tutt’altra bestia, e anzi, annienta il concetto stesso di film satanico così siamo abituati a concepirlo da L’Esorcista in poi. Satana, per quanto venga spesso nominato, c’entra poco o nulla e, nonostante si svolga per quasi tutta la sua durata tra le mura di una chiesa, anche Dio c’entra poco o nulla.

Per capire bene cosa sia Prince of Darkness, dobbiamo parlare dello pseudonimo usato da Carpenter sceneggiatore. Si firma infatti Martin Quatermass, che è un omaggio chiaro ed evidente a Nigel Kneale. Carpenter e Kneale hanno lavorato insieme una volta, quando il secondo ha scritto Halloween III, prodotto dal primo, ma Carpenter è sempre stato un estimatore del lavoro di Kneale, e Il Signore del Male ha molto a che vedere con Quatermass, in particolare con quel capolavoro assoluto che è Quatermass and the Pit, del 1967.
Oltre alla serie Quatermass, Prince of Darkness prende diversi spunti da The Road (1963) e The Stone Tape (1972). Se non fosse abbastanza chiaro, l’istituto dove insegna il professor Birack (Victor Wong) si chiama Kneale University.
Ma, a parte questi riferimenti da nerd, Il Signore del Male parla di una forza malevola e antichissima che si risveglia e fa tremare la struttura stessa della realtà, stravolgendo completamente ogni certezza acquisita dalla specie umana. I vari tentativi di analizzarla prima e fermarla poi, sono contrassegnati da una mancanza totale di comprensione. Il liquido verde tenuto nascosto nei sotterranei del monastero di Saint Goddard, a Los Angeles, è alieno nel senso più estremo e assoluto del termine. Gli strumenti che abbiamo a disposizione, siano essi la fede, la scienza, la tecnologia, sono inadeguati, perché è la nostra prospettiva a esserlo.

Il cinema demoniaco si basa, semplificando al massimo, sullo scontro tra bene e male, e sul prevalere o di uno o dell’altro. La distinzione è netta e le armi in campo in questa guerra chiare e accessibili, perché persino il maligno è costretto ad adeguarsi alle leggi che governano il mondo. Ma in Prince of Darkness sono proprio le leggi date per acquisite a fallire, e quindi ci ritroviamo soli e sperduti davanti a una forza dalla portata cosmica che ha come solo scopo quello di corromperci e distruggerci. C’è qualcosa di antico e cattivo nell’universo, qualcosa che ci odia e se ne sta acquattato negli angoli in cui non andiamo mai a guardare. Un po’ perché non vogliamo, ma soprattutto perché non possiamo, perché il nostro è uno sguardo limitato.
Carpenter deve, per forza di cose e restrizioni di budget, dare un corpo e una forma a questa malvagità, e sceglie un liquido verde proprio perché non possiede una forma vera e propria, ma prende in prestito quella dei suoi contenitori. Prima il cilindro, poi le persone che infetta e trasforma nel corso del film.
È sicuramente un certo tipo di possessione, quella che coinvolge i membri della squadra di ricerca chiamata a investigare il liquido dal prete interpretato da Donal Pleasance, ma non è reversibile, non c’è rito e non c’è preghiera che possa liberare i corpi dall’entità che li ha scelti come momentanei veicoli.

È molto più simile a un contagio che a una possessione, e infatti alcuni critici all’epoca interpretarono il film come una metafora dell’AIDS e del gay panic. Non so quanto sia nelle corde di Carpenter un ragionamento simile. A me pare, in tutta sincerità, che in maniera molto simile a La Cosa, il discorso del regista sia più relativo alla paranoia, all’isolamento, al sentirsi, appunto, sotto assedio anche dalle persone che credi di conoscere. La componente del body horror e del gore è relegata a una sola scena e a un solo personaggio, perché si tratta del contenitore scelto dal male per incarnarsi e far attraversare a suo padre lo specchio affinché arrivi in questa dimensione, e si sa che noi umani ci deterioriamo in fretta quando accogliamo un’entità più antica del mondo nelle nostre spoglie normali. Il Signore del Male è un film pulitissimo, quasi ascetico, privo di eccessi, molto parlato e ragionato. Poi i ragionamenti finiscono nel vuoto, diventano balbettii e poi grida di terrore. La fede crolla, la razionalità collassa: tutto quello che pensavamo di sapere fino a oggi è falso, è una menzogna e, per quanto pietosa, resta pur sempre una menzogna di cui ci hanno nutrito, sulla quale abbiamo edificato intere civiltà.

La colonna sonora non è soltanto di John Carpenter, ma è stata scritta insieme ad Alan Howarth, che già aveva collaborato con Carpenter in svariate circostanze. È uno score terribilmente sinistro e martellante, quasi ossessivo nella ripetizione del tema. Trasmette un senso di minaccia costante e, allo stesso tempo, di smarrimento, com’è giusto che sia quando si deve musicare un horror cosmico.
Perché Prince of Darkness non è cinema demoniaco, è puro orrore cosmico che si traveste da cinema demoniaco per toglierci il terreno da sotto i piedi dopo averci convinto di muoverci in un territorio che crediamo familiare. È Carpenter a uno dei livelli di astrazione più alti mai raggiunti nella sua filmografia, cerebrale e, allo stesso tempo, concreto come soltanto il cinema classico riesce a essere.
Un film così poteva esistere soltanto nel contesto libero della Alive, nessun grande studio lo avrebbe mai finanziato. Curiosamente, è stato un buon successo commerciale, arrivando a incassare 14 milioni di dollari soltanto sul mercato americano.
E niente, il Maestro ha vinto ancora.

Un commento

  1. Avatar di Frank La Strega

    Solo per dire: che emozione, che film, che colonna sonora!😍

    Mi piacerebbe molto che tu coprissi tutto Carpenter (so che molto c’è già), anche riprendendolo e attualizzando le riflessioni. Ogni volta che lo riprendo (ci sono 13 film suoi che fanno parte dei miei preferiti e che riguardo quando ne sento il bisogno), pur essendo sempre più lontano nel tempo e sempre più in compagnia di meravigliosi film “di genere”, mi ritrovo ogni volta a divertirmi, entusiasmarmi e riflettere. Non copre tutto lo “spettro” delle mie assonanze narrative ed emozionali, ma ogni volta mi lascia qualcosa. E questo, anche se non ne ero consapevole, fin da piccolo, qusndo non potevo perdermi mai un passaggio televisivo di Christine o di Grosso Guaio.🙂

    Vado. Poi torno…

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