L’Estranea

Regia – Paolo Strippoli (2026)

Arrivo tardi, perché ottobre, tra la challenge e la promozione del libro, mi ha fisicamente impedito di andare a vedere L’Estranea, ma per fortuna sta andando abbastanza bene, quindi ha resistito in programmazione più della media e sono riuscita ad andare al cinema. In caso contrario, non me lo sarei mai perdonata, perché ritengo un dovere civico sostenere l’unico regista italiano che si dedica all’horror contemporaneo e non viziato da una miserabile nostalgia. Strippoli è sempre stato così, e si vede da tutta la sua filmografia che conosce bene il genere, soprattutto nella sua evoluzione più recente. Non è rimasto aggrappato a un idilliaco passato, ma ha scelto di guardare avanti e di sfruttare tutte le potenzialità del cinema dell’orrore. Perché L’Estranea è un horror a tutti gli effetti, anche se cercando di farvelo passare come “thriller psicologico” per motivi che capisco pure, per carità. Siamo pur sempre in Italia. E che fai, mandi all’Academy a rappresentare il paese un horror? No, ci mandi un “thriller psicologico”, che in realtà è una miscela molto ben calibrata tra Final Destination e La Zampa di Scimmia.

La trama in breve, dato che mi hanno fatto notare, a ragione, che a volte me ne dimentico presa dall’entusiasmo: Anna (Jasmine Trinca) si presenta inattesa a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle che tutta la storia della loro famiglia è una gigantesca menzogna, e adesso è intenzionata a raccontarle la vera storia, il vero motivo per il quale una vita all’apparenza perfetta è degenerata in una spirale (che poi è il titolo internazionale del film) di lutti, tragedie e disastri vari.
La famiglia è sempre al centro del nostro cinema, e questa centralità è degenerata al punto tale da diventare la parodia di sé stessa. Famiglia tradizionale, ovviamente, che non esiste niente altro da considerare degno di interesse, e anche quando si cerca di fare un tentativo in direzioni differenti, si cade nel macchiettismo esasperato e insultante. Ma, e questo è un dato che mi preme sottolineare, la famiglia è anche centrale in tantissimo cinema dell’orrore, soprattutto americano, sia che si tratti di un nucleo da preservare contro una minaccia esterna (Poltergeist, The Conjuring), sia che sia essa stessa la fonte dell’orrore. In ogni caso, viene smembrata, posta sotto una pressione indicibile, fatta a brandelli e, se per caso resiste all’urto, ne esce stravolta e nulla sarà mai più come prima.
Strippoli mette un nucleo familiare al centro del racconto e lo passa al microscopio. Non un nucleo familiare ordinario, perché si tratta di persone molto ricche, che si cullano nell’illusione di essere protette dal male in virtù del loro stato sociale ed economico. Un’illusione che è direttamente collegata all’illusione del controllo.

Quando Alice si fa male e rischia di perdere una gamba, Anna è costretta a scegliere tra l’ammissione di non avere il controllo su nulla, e il classico patto faustiano che, come da tradizione, richiede sempre un sacrificio. È qui che entra in scena l’inquietante figura dell’Estranea (Valeria Bruni Tedeschi), una misteriosa donna che Anna incontra nella cappella dell’ospedale in cui è ricoverata Alice. L’Estranea le propone uno scambio: la bambina non perderà la gamba, ma succederà qualcos’altro. Anna acconsente, sempre perché deve mantenere l’illusione di cui sopra, una vita agiata, due figli stupendi e in salute, un marito ricco, una villa da sfoggiare a conoscenti invidiosi, la promessa di un futuro radioso. Ma tutto questo si sgretola in un battito di ciglia, perché l’estranea tornerà spesso a farle visita e, a ogni dramma che si abbatterà sulla sua famiglia, chiederà un prezzo sempre più alto.
Dicevo prima che L’Estranea è un film dell’orrore che si nasconde benissimo dietro l’etichetta di “thriller psicologico” per una questione di gerarchia nella rispettabilità dei generi. Eppure, più che a un thriller, io lo accosto al melodramma, che sappiamo tutti essere fratellastro dell’horror, se non altro per la caratteristica comune di affrontare situazioni estreme, sempre al limite.
Il cuore de L’Estranea è quello di un horror tra i più cupi e disperati degli anni ’20, perché racconta esattamente quello che il genere ci imprime in testa dalla sua nascita: non abbiamo il controllo su nulla e, allo stesso tempo, abbiamo la responsabilità di tutto. Più ci convinciamo di riuscire a tenere a bada il caos che governa l’esistenza, più ci avvolgiamo nella già menzionata spirale, un po’ come quei nodi che si stringono se cerchi di liberarti o se anche solo ti agiti.

Anna ricade più volte nella trappola dell’Estranea nello stesso modo in cui il protagonista di Pet Sematary torna nel cimitero a seppellire i cadaveri dei suoi cari, sempre illudendosi che andrà meglio e, di fatto, peggiorando una situazione già compromessa. Che l’Estranea sia una delle varie incarnazioni del diavolo o la coscienza lurida di Anna, poco cambia. Il soprannaturale, e anche questo è un concetto qui ribadito fino alla nausea (vostra) non è importante in sé, è importante per gli effetti che ha sulle persone. È il credere la discriminante, ancora, il concetto di illusione, o anche soltanto un comodo capro espiatorio per i propri errori e le proprie mancanze.
L’Estranea è l’irrazionale come scusa, un calcolo sbagliato che tuttavia riesce a far tornare i conti della nostra vita, un tentativo di dare un’ordine a cose che non lo hanno: la sua presenza fornisce una spiegazione e si può incolpare lei per tutte le volte in cui abbiamo sbagliato o la sorte ci ha preso a schiaffoni.
Fa paura perché, nonostante tutti i personaggi adulti del film siano filtrati attraverso una luce negativa, la parabola di Anna è terribilmente comprensibile, anche quando trasforma chiunque le stia intorno in una vittima.
Sono vittime i suoi figli, prima per come i genitori proiettano su di loro sogni e speranze che non li riguardano fino in fondo, poi perché diventano pedine e merce di scambio; è vittima il marito Walter (Adriano Giannini), persino nel suo essere un padre tutto sbagliato; sono vittime occasionali le persone sulle quali Anna riversa il proprio risentimento.

Tutto questo per dire che si può serenamente continuare a parlare di famiglia borghese senza scartavetrare i coglioni della gente, basta farlo spostando, anche di poco, il punto di vista, raccontandone la rottura dall’interno, il suo totale annientamento, portandone alla luce la perversione, la sua natura intrinsecamente reazionaria, per poi farla esplodere. L’horror, lo sappiamo tutti, distrugge, e L’Estranea è una forza distruttiva che opera da dentro, su questo tocca essere molto chiari: il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi non arriva da fuori, è parte integrante di quel mondo che contribuisce a far collassare. Anzi, ne è il cuore, il motore.
A tale proposito, la sua è un’interpretazione straordinaria, forse è la villain migliore del 2026: è ambigua, affascinante, divertita dalla sofferenza che arreca ad Anna e alla sua famiglia, giocosa nel suo andare a toccare tutti i nervi scoperti, le ipocrisie, l’ossessione per le apparenze, per il mantenimento fino all’ultimo istante di una facciata da persone per bene. In alcuni momenti fa addirittura ridere. Senza togliere niente al resto del cast (sono tutti eccezionali), Valeria Bruni Tedeschi è davvero una sorpresa. E anche qui abbiamo qualcosa da imparare: non è che in Italia mancano i bravi attori, mancano i ruoli interessanti, mancano le storie e mancano i personaggi. Chiunque vorrebbe fare la parte del demonio, almeno una volta nella sua carriera, se solo qualcuno gliene desse l’opportunità.

Strippoli, che è nato nel 1993, il che significa che può ancora migliorare, firma il suo film più maturo e consapevole. La messa in scena è impeccabile, con dei picchi di lirismo che di rado mi è capitato di vedere nel cinema italiano recente. La sequenza ambientata durante la finale dei mondiali del 2026 è una perla che non vedo l’ora di rivedere e di studiare al millimetro. Perfetta, dall’inizio alla fine. L’Estranea è un film complesso da realizzare, pieno di indizi visivi sparsi in giro, di piani temporali che si intrecciano, di flashback vissuti da prospettive diverse, di momenti di crudo realismo alternati ad altri in cui l’irrazionale e il fantastico irrompono nel quotidiano e lo squarciano.
Sono l’ultima arrivata a unirmi al coro di lodi per questo film, che sta anche spopolando all’estero. Non so se otterrà la nomination per concorrere al miglior film straniero, ma se dovesse accadere, altro che mondiali. Potrei improvvisamente riscoprirmi patriottica solo per Paolo Strippoli.
Andiamoci a prendere la statuetta, Paole’, ti voglio bene.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.