Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 31: Ms .45

Regia – Abel Ferrara (1981)

Ultimo giorno della challenge, in cui, come da tradizione, si guarda un film ambientato la notte di Halloween. Caso vuole che Ms .45 si concluda proprio nel corso di una festa in maschera il 31 ottobre, ed è quindi pertinente alla categoria odierna.
Ci sono un paio di ragioni che hanno fatto ricadere la mia scelta su Ms .45: il primo, molto scontato e autoreferenziale (e vi chiedo scusa per questo) è che, nella pletora di rape & revenge usciti a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, è quello che ha più tratti in comune con Tutte le mie amiche sono morte, perché sì, racconta di una ragazza che subisce una violenza sessuale e si vendica, ma poi funziona proprio come uno slasher al contrario (approfondiamo dopo); il secondo è che oggi esce il saggio della mia amica Margherita Gull, intitolato Riscrivere il Rape & Revenge ed edito da Shatter. Ho avuto l’onore di leggerlo in anteprima e posso assicurarvi che è un ottimo excursus sulla storia di un genere spesso poco compreso o tacciato delle peggiori nefandezze. Uno dei capitoli che ho più apprezzato è proprio quello su Ms .45. Mi ha fatto venire voglia di rivederlo per la millesima volta, accorgendomi con sgomento di non averne mai parlato qui.

La trama del film dovreste conoscerla tutti, ma io ve la rinfresco in poche righe, tanto la si riassume facilmente: Thana (Zoë Lund) è una sarta muta che un giorno, tornando a casa dal lavoro, viene aggredita due volte. Prima in mezzo alla strada e poi proprio nel suo appartamento. Riesce a uccidere il secondo stupratore spaccandogli la testa con un ferro da stiro, si impadronisce della sua pistola, una calibro 45, appunto, e poi elabora il trauma a modo suo, ovvero andandosene in giro a crivellare di colpi tutti i predatori di New York. In italiano, il film si chiama L’Angelo della Vendetta e, per quanto io lo abbia trovato sempre un titolo pessimo, su una cosa è perfetto: Thana è un angelo e non ha mai fatto nulla di sbagliato in tutta la sua vita.
Dicevo prima che il film ha parecchie cose in comune con la storia che ho scritto. È vero innanzitutto perché si tratta di un caso abbastanza sporadico di rape & revenge in cui ciò che la protagonista subisce non resta confinato in una dimensione di vendetta individuale, ma assume una connotazione collettiva. In altre parole, Thana diventa una vigilante in piena regola. La struttura narrativa del film è più vicina a Death Wish che a I Spit on Your Grave. Thana sfila per le strade notturne della metropoli, a caccia di maschi violenti, o anche solo presunti tali, con la feroce determinazione di una giustiziera. Anche per lei, non è proprio vendetta: è prevenzione.

A partire da quando uccide il suo assalitore nel piccolo appartamento in cui vive, Thana comincia una metamorfosi che la fa diventare quasi una sorella di Micheal Myers, un’ombra minacciosa che si muove per le strade notturne di una New York mai così livida, una minaccia quasi evanescente, impalpabile, una vibrazione di pericolo nell’aria che, e in questo senso ha delle dinamiche molto simili allo slasher, ma rovesciandone la prospettiva, riguarda soltanto i maschi. C’è una sequenza in cui Thana pedina un ragazzo che sta tornando a casa e lo segue fino al portone d’ingresso. Lui pasticcia un po’ con le chiavi e riesce a entrare prima che lei gli si avventi addosso, salvandosi per miracolo. Si tratta di una situazione che abbiamo visto non si sa quante volte in non si sa quanti tra slasher e gialli all’italiana del periodo, solo che qui funziona a parti invertite: il killer silenzioso è una donna, tra l’altro dall’aspetto fragile e delicato come quello di Lund, e la potenziale vittima un uomo. Si ripete di continuo questa inversione di ruoli, con Thana che diventa ogni istante più consapevole del proprio potere, fino ad abbracciare la propria parte mostruosa nella scena culminante, quella della festa in maschera.

C’è un termine meraviglioso con il quale ci si riferisce spesso al cinema exploitation di fine anni ’70 e primi ’80: “sleaze”, che in italiano suona come un qualcosa di lurido, abietto, sconcio, immorale e anche squallido. Ms .45 è tutte queste cose, e tutte intese non in senso negativo. È il secondo lungometraggio di Ferrara, che arriva da un altro sleazy d’epoca, ovvero The Driller Killer, e il suo cinema da guerriglia urbana, realizzato andandosi a infilare nei più mefitici pertugi di New York, ritrae un’umanità che è principalmente sporca, e che con questa sporcizia contagia tutto ciò che la circonda. Se è vero che le due scene in cui assistiamo agli stupri subiti da Thana sono difficili da sopportare, ma sempre girate senza dare alla violenza alcuna connotazione erotica, ci sono tanti piccoli momenti che segnalano uno stato di pericolo costante per chiunque abiti un corpo femminile. Thana e le sue colleghe escono dal lavoro e percorrono un tratto di strada insieme e sono circondate da uomini che le chiamano, rivolgono a loro battute sconce e “complimenti” di ogni tipo. La sensazione è quella di un assedio, ma anche di una corda così tesa che, ne siamo certi, potrebbe spezzarsi da un secondo all’altro. Thana è esattamente questo: una corda che si spezza, e che però non vuole riaggiustare o ricomporre la frattura, ma vuole portarla allo scoperto e smascherarla di fronte al mondo.

Per questo, nonostante passi spesso per tale, Ms .45 non è affatto un film tacciabile di misoginia, tutt’altro. È catartico fino agli ultimi trenta secondi o giù di lì, non mette mai sotto una lente di giudizio la sua protagonista, pone dei dilemmi morali che, ancora oggi, quarantacinque anni dopo, non hanno ancora trovato risposta o soluzione, ed è di conseguenza di un’attualità sconcertante. Se, soprattutto a partire dalla fine del decennio scorso, abbiamo assistito a protagoniste femminili vittime di violenza che si trasformavano in vendicatrici prima e in vigilanti poi, Ferrara è stato uno dei primi a comprendere e a mettere in scena con uno sguardo lucido e tagliente questo passaggio. La storia di una donna non termina nel momento in cui si è liberata, volontariamente o accidentalmente, del proprio aggressore, ma prosegue, e può prendere strade inaspettate. Non è un caso se l’unica e ultima parola pronunciata da Thana è “sister”.
Poi sempre di exploitation parliamo, ma l’exploitation, lo abbiamo detto centinaia di volte qui, è bellissima se la si maneggia con un minimo di serietà e consapevolezza, e tutto si può dire del cinema di Ferrara, tranne che non fosse consapevole di quello che faceva.

Per concludere, fatemi dire due parole su Zoë Lund, morta a soli trentasette anni nel 1999, e dotata di una presenza scenica che risucchia e trafigge lo sguardo dello spettatore. Il suo travestimento da suora alla festa di Halloween, oltre a giustificare l’inserimento di Ms .45 nella challenge, è forse una delle icone più eversive di tutto il cinema degli anni ’80. La sua è un’interpretazione che ha più a che spartire col mimo che con una recitazione classica. Non la sentiamo parlare per tutta la durata del film e comunica ogni tipo di emozione tramite sguardo e gestualità. Arriviamo alla fine e ci troviamo di fronte a un nucleo di furore incandescente in abito talare, e io non ho mai visto nulla i più bello in tutta la mia sciagurata esistenza.
Appurato ciò, passate un magnifico Halloween, da soli o in compagnia, in giro o davanti allo schermo a fare una maratona di film dell’orrore. Come ogni anno, è sempre un piacere giocare con voi e scambiarci consigli, e come ogni anno, non siate troppo tristi: qui la spooky season dura per sempre.

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