
Regia – Michael Patrick Jann (1999)
Giorno 7, a tema bubble gum horror, filone di cui ho dato una definizione, per quanto approssimativa, qui. Senza dilungarmi ulteriormente, si intende per bubble gum horror un tipo di film molto colorato, quasi sempre (ma non è un requisito fondamentale) leggero e vicino alla commedia, con protagoniste femminili e giovani. È, in pratica, horror per signorine. Non per forza deve essere diretto o scritto da donne, ma se lo è, di solito, funziona meglio, perché mai come in questo caso, lo sguardo e la prospettiva sono importantissimi: Carrie non è un bubble gum horror, Carrie 2 The Rage sì. Si tratta di una categoria presente sin dagli anni ’40, tanto che le sue origini si fanno risalire a The Red Shoes, più per un discorso estetico che contenutistico. Da sempre, vengono additati come horror facili, sciocchi, appunto, da ragazzine un po’ sceme che se li guardano durante i pigiama party, roba da non prendere sul serio e schifata dai veri fan del genere. Negli ultimi anni, tanti film ignorati o trattati male all’epoca della loro uscita, hanno subito un processo di rivalutazione. Se il caso più eclatante è quello relativo a Jennifer’s Body, Drop Dead Gorgeous dovrebbe stargli subito dietro.
In Italia è arrivato con il titolo, devo dire appropriato, di Bella da Morire, ma è passato del tutto inosservato. Negli Stati Uniti la critica lo ha preso a pernacchie e, in sala, ha incassato una decina di milioni di dollari a fronte di un budget di quindici.
Drop Dead Gorgeous è un mockumentary e racconta di una troupe televisiva che deve seguire le prime fasi di un concorso di bellezza per adolescenti, Il Sarah Rose Cosmetics American Teen Princess Pageant, in una minuscola cittadina del Minnesota. La selezione locale è il primo passo per arrivare a competere in quella statale e, infine, in quella nazionale. Quasi tutte le ragazze del liceo di Mount Rose partecipano al concorso e la favorita è Becky Leeman (Denise Richards), rampolla della più ricca famiglia del paese e figlia della presidente del comitato organizzatore, interpretata da Kirstie Alley. A insidiare la sua quasi certa vittoria c’è però Amber Atkins (Kirsten Dunst) che, al contrario di Becky, vive in una roulotte, ha la madre alcolizzata e, per mantenersi, lavora nell’impresa di onoranze funebri di Mount Rose e trucca i cadaveri. Tra le due ci sarà una guerra senza esclusione di colpi, con parecchi morti ammazzati lungo il cammino.
Esiste questa diceria secondo la quale le donne non sarebbero capaci di far ridere, a meno che non siano l’oggetto dello scherno da parte degli uomini. Ai tempi in cui Drop Dead Gorgeous è uscito al cinema, era difficile trovare commedie, horror e non, con un cast quasi tutto al femminile, e perdonatemi se non inserisco nel novero le commedie romantiche che appartengono a un’altra razza. È stato il successo inaspettato di Legally Blonde a far cambiare idea ai produttori, anche se il film “da femmine”, ha continuato, e continua ancora oggi, a godere di scarsa considerazione, come qualsiasi opera indirizzata principalmente a un pubblico femminile.
Oltre alle tre regine già citate, credo che attrici come Ellen Barkin, Allison Janney, la compianta Brittany Muprhy e persino una giovanissima e quasi esordiente Amy Adams avrebbero parecchio da ridire sulla leggenda che “le donne non sono divertenti”, perché qui l’intero cast corale ti fa pisciare addosso dalle risate. Vederle tutte insieme è una specie di rivelazione mistica. Altro che gli Avengers.
Drop Dead Gorgeous investe in pieno almeno tre generazioni di spettatrici, e come spesso capita ai film con un destino ingrato, perché troppo avanti rispetto alla loro epoca, ha potuto godere di una recente riscoperta.
È un film che si può leggere in molti modi diversi, provvisto di parecchi strati e livelli. A un’occhiata superficiale è una commedia nera sulla rivalità tra donne, non connaturata, ma indotta da una società che ci valuta unicamente in base al nostro aspetto esteriore. Le ragazze protagoniste, e le loro madri, si accapigliano per essere incoronate le più belle in uno sputo di paese, ma si capisce sin dall’inizio che la povera Amber non ha alcuna possibilità: la scala gerarchica di Mount Rose è troppo rigida perché una come lei possa soffiare il posto di reginetta alla ricchissima Becky. Il concorso è chiaramente truccato, i giudici sono scelti in base ai loro legami con la famiglia Leeman, o in virtù dei loro più sordidi segreti. Eppure questo non è sufficiente, perché se c’è anche il minimo sospetto che qualcuna possa soffiare il posto che spetta per diritto di nascita a Becky, bisogna eliminarla fisicamente dall’equazione. Bisogna anche aggiungere che tutte le concorrenti accettano la cosa in maniera passiva, partecipando a una competizione che sanno essere già decisa in partenza, perché magari il secondo o il terzo posto possono garantire loro una borsa di studio per andarsene da lì, per scappare, per non essere costrette a diventare come le loro madri.
A un ulteriore livello di lettura, Drop Dead Gorgeous è una delle più meticolose e spietate decostruzioni del sogno americano basato sul merito, sul concetto, che sappiamo essere fallace, ma al quale continuiamo ad aggrapparci, del “se vuoi, puoi”. Ma non perché la gara dell’American Teen Princess abbia già una vincitrice ancora prima di cominciare. Il film è molto più intelligente di così. Per quanto Amber sia adorabile, nonché scritta apposta per attirare le simpatie del pubblico, non ha talento, non ha nulla di speciale, come le sue colleghe e rivali, non è “meritevole” di vincere. Ogni passo in avanti che Amber compie verso la conclusione del concorso è dovuto a un caso fortuito, e così fino all’ultima, terribilmente beffarda, sequenza del film. Sarebbe stato facile contrapporre la “cattiva” e inetta Becky con la “buona” e capace Amber. Invece la sceneggiatrice Lona Williams sceglie un’altra strada, che finisce per mettere in discussione i valori fondanti della società statunitense, mettendone a nudo il vuoto, la violenza e l’immobilità.
Il linguaggio del mockumentary non è una scelta casuale; al contrario, rappresenta uno sguardo esterno, freddo e privo di compassione puntato su tutti i personaggi presenti in scena. L’intento satirico diventa così molto più evidente che se si fosse trattato di un tipo di narrazione più tradizionale, più da commedia adolescenziale. Se il periodo a cavallo tra i due secoli è stato l’età d’oro delle teen comedies, sia di quelle cattive come Jawbreaker sia di quelle meno feroci come Mean Girls, Drop Dead Gorgeous è allo stesso tempo un capostipite e un caso isolato, perché si rifiuta in ogni istante di rassicurare o di essere un minimo accondiscendente. Dalla provincia profonda e dimenticata da Dio di Mount Rose, alla grande città dove dovrebbe svolgersi la finale nazionale del concorso, non esiste uno spazio che non sia permeato da un sistema di valori ingiusto, ma a cui è necessario adeguarsi per sopravvivere.
I sorrisi forzati delle reginette diventano ghigni di dolore e, tra vomito, cadaveri, esplosioni e mutilazioni varie, si arriva alla fine in debito di ossigeno, ma comunque pisciandosi addosso dalle risate.










