
Regia – Yeon Sang-ho (2026)
Io lo sapevo che la carriera di Yeon bisognava continuare a seguirla, nonostante dopo Train to Busan non avesse fatto niente di lontanamente paragonabile al film che aveva dimostrato la vitalità (scusate) di un genere dato per morto (scusate ancora). Peninsula era un’opera godibile, ma lungi dall’essere memorabile. Si lasciava guardare, come del resto gli altri lavori del regista, sia le serie per Netflix sia i lungometraggi. Lo sguardo c’era, il manico pure, mancava la zampata del genio, quella miscela esplosiva che aveva reso Train to Busan uno degli horror migliori degli anni ’10 di questo secolo.
Colony giunge a noi esattamente dieci anni dopo Train to Busan. Non è un sequel, è un ritorno a casa, e arriva proprio quando pensavamo che gli zombie non avessero più nulla da dire, di nuovo. D’altronde, si tratta di un filone terribilmente inflazionato, declinato in centinaia di modalità differenti, banalizzato dalle sue diramazioni televisive e, casi eccezionali a parte, quasi incapace di scuotere ancora gli spettatori assuefatti.
Yeon non si inventa nulla di rivoluzionario, sempre per il vecchio adagio della ruota, qui ripetuto milioni di volte; porta, tuttavia, alle estreme conseguenze il percorso che lo zombie cinematografico ha compiuto dal 1968 a oggi, da un lato spingendosi molto oltre nel dare a questo mostro un’autocoscienza, dall’altro quasi facendolo regredire a quella forza cupa e brutale che Romero ha messo in scena in una Notte di tanti anni fa. Gli zombie, che poi tecnicamente zombie non sono, di Colony sono intelligenti sì, ma la loro è un’intelligenza collettiva, una mente condivisa e in continua evoluzione, in grado di apprendere dall’esperienza, di elaborare strategie, di reagire al nostro comportamento. In questo modo, lo zombie diventa una minaccia quasi impossibile da sconfiggere, in quanto opposto speculare della nostra specie.
Colony comincia con una telefonata alla polizia che minaccia un attentato terroristico a un edificio multifunzionale in una grande città della Corea del Sud, dove sta per svolgersi la presentazione di una grande compagnia di bio ingegneria. Alla presentazione è stata invitata la dottoressa Kwon Se-jeong (Jun Ji-hyun), una scienziata disoccupata e con un caratteraccio che le è costato la carriera. Conosciamo altri personaggi sparsi in giro per l’edificio: una guardia di sicurezza del centro commerciale e sua sorella disabile, un gruppo di adolescenti in libera uscita, un poliziotto e un uomo d’affari, la tipica varia umanità di uno scenario apocalittico in divenire.
L’attacco terroristico si verifica: un uomo si introduce nell’edificio e inietta un qualcosa nel CEO della compagnia. Da lì, l’infezione si propaga, l’intera struttura se ne va in quarantena, e chi è rimasto dentro deve a tutti i costi trovare un modo per uscire, cosa molto difficile, dato che un’orda di infetti dà loro la caccia, e questa orda è guidata da una mente alveare che ha come unico scopo la sopravvivenza e la propagazione di quella che è, a tutti gli effetti, una nuova specie.
È questo, credo, il colpo di genio di un film come Colony: se noi esseri umani facciamo una gran fatica a ragionare e muoverci come un gruppo coeso, senza conflitti interni e senza che i nostri egoismi individuali prevalgano sul bene comune, per gli infetti il problema non si pone neanche, perché sono un unico organismo senziente, e possono comunicare senza fraintendersi. La dottoressa Kwon li paragona infatti alle formiche, e tanta fantascienza degli anni ’70 ci ha insegnato che contro le formiche non ci sarebbe storia, qualora decidessero di spazzarci via dalla faccia della terra.
Se Train to Busan era un film tutto giocato sui sentimenti e sulle relazioni, Colony procede in maniera molto più distaccata ed è più cattivo, quasi spietato nei confronti dei suoi protagonisti (ancora) umani. Adottando come punto di vista principale quello di Kwon, e di un’altra scienziata che si trova fuori dall’edificio e cerca di porre rimedio al disastro dall’esterno, è ovvio che Yeon abbia tutte le intenzioni di pilotare le nostre simpatie in una direzione precisa. Il responsabile dell’attacco poi è un personaggio talmente patetico e disgustoso che lo si odia con gioia dal minuto numero uno. Ma è anche vero che le nostre simpatie faticheranno lungo tutta la durata del film, perché i punti di riferimento vengono a mancare uno dietro l’altro e, alla fine, tutto si riduce alla lotta di due donne per salvare un genere umano che dimostra a ogni scena che forse non ne vale poi tanto la pena. Ogni aspetto della vita sociale fallisce, i pilastri cadono uno dietro l’altro: la polizia, il governo, qualunque forma di autorità, e rimane soltanto la caparbia ostinazione di Kwon e della sua collega Gong come ultimo baluardo di un mondo in procinto di soccombere.
Dopotutto, l’alternativa è quasi allettante, se ci pensate bene, e viene ripetuto più volte nel corso del film. Al di là della paura, potersi abbandonare a questa coscienza collettiva possiede un che di liberatorio, pur nella sua mostruosità.
Sto notando che la fantascienza e l’horror più recenti stanno indagando in maniera sempre più profonda su questo dilemma, sul mettere da parte la propria individualità, il proprio io percepito come unico e irripetibile, e lasciarsi travolgere dall’annullamento.
Ovviamente, per quanto presenti, le implicazioni filosofiche di Colony restano sullo sfondo, e non è per forza necessario arrovellarsi a coglierle. Colony è, prima di tutto, un horror pieno di azione, un grosso giocattolo commerciale fatto per intrattenere e avvinghiarsi alla poltrona. Funziona come un meccanismo a orologeria, è implacabile, dura più di due ore e neanche te ne accorgi per la rapidità con cui si svolge ogni sequenza, per la quantità di cose che accadono, per l’enorme numero di idee visive e narrative che Yeon mette in campo, per la presenza di personaggi scritti con cognizione di causa, che non saranno destinati a rimanerti per sempre nel cuore come quelli d Train to Busan, ma nel contesto più da blockbuster di Colony, fanno il loro lavoro e somministrano le loro belle mazzate. C’è commozione, c’è rabbia, c’è paura, ci sono i sentimenti, c’è quella componente melodrammatica tipica di tanto cinema dell’Estremo Oriente, che a noi pare fare schifo e invece funziona benissimo, ci sono i colpi di scena. Insomma, la ricetta del grande film di cassetta è eseguita con classe e non manca alcun ingrediente.
Soprattutto, Colony è un film girato e montato da padreterno. Lo stile di Yeon è sempre stato molto dinamico, ma qui fa proprio i numeri da circo, in particolare nel corso di tutta la sezione del film che si svolge nel centro commerciale (eh sì, per forza), ho visto cose che ancora non riesco a capire come sia riuscito a realizzarle. Grandissimo lavoro degli stunt, certo, ma è proprio la messa in scena, così scatenata e allo stesso tempo così precisa, che ti lascia senza respiro, a stropicciarti gli occhi, incantata da tutta questa bellezza tutta insieme. Proprio come faceva in Train to Busan, Yeon coreografa un balletto di morte e orrore, con occasionali sprazzi di lirismo. Penso che Train to Busan sia un film migliore, ma Train to Busan lo imbrocchi una volta sola in tutta la tua vita. Colony gli sta subito dietro, e spero davvero non dovremo aspettare dieci anni per vederlo su grande schermo.










