Super Pillole di fine estate

Rientriamo ufficialmente dalle vacanze con un gigantesco riassuntone di quello che sono riuscita a vedere nel corso dell’estate. A parte Camp Miasma, che si meritava un articolo tutto suo perché è il film più bello dell’anno, ho pensato che parlare nel dettaglio di ogni film sarebbe stata un’impresa titanica, sopratutto considerando che sta uscendo una valanga di roba. Per non restare indietro e poi sentirmi sommergere dall’ansia, ho preferito procedere con un’edizione un po’ più corposa delle Pillole, una volta tanto dedicata non solo al cinema indie e di piccole dimensioni. Procediamo quindi in ordine di grandezza, o di budget, inserendo anche due visioni fatte in sala ad agosto, e poi state pronti, perché venerdì parliamo di Colony, che aiutatemi voi a dire quanto è bello, perché da sola mi sa che non ci riesco.

Cominciamo col burattino più famoso del mondo, inserito nel TCU, ovvero Twisted Childhood Universe, progetto nato nel 2023 con Winnie the Pooh: Blood and Honey e arrivato qui al suo quinto film. Nessuno ci voleva credere, nessuno ha mai preso questa serie di film sul serio, e bisogna ammettere che era anche partita malissimo. Solo che poi è successo qualcosa, sin da Blood and Honey 2, e soprattutto con Bambi: The Reckoning, uscito nel 2025. Non dico che il TCU ci lascerà chissà quali opere imprescindibili da consegnare ai posteri, ma sono film sempre più divertenti, sfrenati, e con le idee molto chiare sul tipo di horror a cui desiderano appartenere. Tanta violenza, tanto gore, effetti speciali pratici, makeup eccellente. Pinocchio Unstrung è diretto dal solito Rhys Frake-Waterfield, la mente dietro all’intero TCU, nonché regista dei due Winnie the Pooh.
Nel film, Geppetto, interpretato dal nostro Richard Brake, è il nonno di un bambino che ha perso i genitori e il migliore amico, e decide di regalare a suo nipote un amico immune alla morte. Crea così Pinocchio, il burattino senza fili dotato di coscienza, che però viene portato sulla cattiva strada quasi subito, e malissimo indirizzato dal Grillo Parlante. Ma d’altronde, se il Grillo è Robert Englund, non ci si può aspettare che diventare un bambino buono faccia parte delle priorità. Diventare un bambino vero, tuttavia, è possibile, anche se in maniera non del tutto ortodossa.
Questo Pinocchio rischia di dare del filo da torcere al giocoso sadismo di Art il Clown. Il modo in cui smembra, sminuzza, mutila e plasma i corpi delle sue vittime vi resterà impresso negli occhi per un bel po’. A differenza di Terrifier, però, la sceneggiatura del film tenta (non sempre riuscendoci) di parlare anche di morale, di prospettiva, di discernimento tra bene e male e di quanto queste due categorie siano soggettive.
Le due vecchie volpi Brake e Englund divorano il film, mentre il resto del cast, quasi tutti ragazzini, è passabile o poco più, ma non ha molta importanza, perché la vera star è il burattino, interamente realizzato dal vero e presente in scena per quasi tutta la durata del film. Restate per i titoli di coda, perché potrete assistere al backstage e rendervi conto del lavoro che c’è stato dietro gli effetti speciali.
Pinocchio Unstrung è un film che non avrebbe alcun diritto di essere così bello e di funzionare così bene, e invece è un orologetto svizzero. Con una scrittura un pelo più sofisticata, avrebbe addirittura rischiato di finire tra i migliori horror dell’anno. Il TCU ha ancora enormi margini di miglioramento.

Facciamo un lungo viaggio fino all’Australia, per parlare di Leviticus, opera prima di Adam Chiarella e film che più mi ha fatto piangere nel corso di questi mesi estivi. Se Camp Miasma ci racconta della gioia di essere queer, Leviticus sta lì a ricordarci che, in determinate circostanze, può anche essere un incubo.
Leviticus è la storia dell’adolescente Naim che si trasferisce con la madre in una zona rurale nei pressi di Victoria, dopo la morte del padre. Il paesuncolo sperduto dove vanno a vivere è sede di una comunità evangelica che tende a dominare ogni aspetto della vita dei suoi abitanti. E già così sarebbe difficile campare. La difficoltà aumenta in maniera esponenziale dal momento in cui Naim inizia una storia d’amore con il suo coetaneo Ryan. Quando la cosa viene allo scoperto, i due ragazzi vengono sottoposti a una specie di esorcismo che, in teoria, dovrebbe “liberarli” da queste pulsioni contronatura, che non stanno bene, signora “curarli” dalla loro omosessualità. L’unico risultato, tuttavia, è quello di risvegliare un’entità demoniaca che prende la forma di chi più si desidera. Nel caso di Naim, Ryan, nel caso di Ryan, Naim.
Leviticus ha ricevuto parecchie critiche negative, alcune basate sull’assurda pretesa che il film non sia “abbastanza horror”, e neanche sto qui a commentare, perché il livello è di una bassezza che rasenta il mettersi a scavare; altri invece lo hanno criticato perché ultimamente la rappresentazione delle persone queer deve essere sempre tutta unicorni e fiorellini, e non appena ne vai a sottolineare la componente drammatica, ti accusano di voler “vittimizzare” le minoranze. Ora, se è vero che spesso questa cosa accade, a me pare assurdo voler negare che le persone queer abbiano qualche problemino legato al loro orientamento e alla loro identità. Se ci aggiungiamo la brutta aria che tira in giro (io erano anni che non mi sentivo così in pericolo), un film come Leviticus non fa altro che fotografare una realtà che si vorrebbe nascondere sotto il tappeto: le terapie di conversione esistono, la gente ci odia e spesso i nostri genitori ci preferiscono morti piuttosto che gay.
Leviticus illustra in maniera esemplare il costante senso di minaccia e persecuzione che le persone queer sono costrette a subire ogni istante della loro vita, attraverso la metafora del tuo stesso desiderio che vuole ucciderti. È doloroso, è tenero e fa anche paura.

Il terzo film di Damian McCarthy è stranamente uscito in sala persino qui in Italia, il che è un buon segno, perché significa che il regista irlandese ormai è uscito dalla nicchia e, con questo Hokum, è in rampa di lancio per diventare una potenza dell’horror contemporaneo. È la sua opera migliore? Secondo me no: la palma sta ancora salda in mano a Oddity, ma è comunque una conferma del suo talento e della sua capacità di creare situazioni di disagio, inquietudine e, infine, orrore puro, con il nulla a disposizione. Ha uno stile subito riconoscibile e continua nella sua esplorazione dell’horror classico, soprannaturale, una riedizione con temi contemporanei di quei vecchi film britannici che mandava in onda la BBC, o dei perfidi antologici della Amicus, ma con uno sguardo meno cinico e arido sui personaggi. Che non significa non fargli fare una pessima fine o non passarli attraverso il tritacarne. Significa solo che sono scritti con un certo grado di umanità.
Hokum racconta di un famoso scrittore americano impegnato nella stesura dell’ultimo libro di una trilogia sui conquistadores e con qualche problema nel trovare il finale giusto. C’è anche la questione irrisoria del fantasma della defunta madre che gli fa visita a casa a procurargli un lieve fastidio, così decide di partire e andarsene in Irlanda, nell’albergo dove i suoi genitori hanno passato la luna di miele, per spargere le loro ceneri e, forse, trovare un po’ di pace. Purtroppo, siamo in un film di McCarthy, quindi bisogna attendersi che le cose peggiorino in maniera progressiva e che la tanto agognata pace sia soltanto un miraggio.
McCarthy è un regista e sceneggiatore dotato di un senso dell’umorismo nerissimo, a tratti quasi incomprensibile per quanto è sardonico e beffardo; però lo stempera in una costruzione drammatica della vicenda che ha un respiro tragico, irreversibile, con personaggi che finiscono incastrati in situazioni senza vie d’uscita e si portano sulla schiena il peso di traumi che finiscono per condizionarne ogni gesto. Infatti Ohm, il protagonista interpretato da Adam Scott, è un individuo molto sgradevole, almeno nella prima parte del film, che dovrà cambiare a suon di sganassoni.
Come tutti i film di McCarthy, anche qui c’è la presenza silenziosa e inanimata che infesta la messa in scena con la sua immobilità minacciosa, solo che questa volta siamo di fronte a un diverso tipo di presenza, che arriva circa a metà del minutaggio e ha il compito ben preciso di spezzare le gambe a Ohm e al pubblico.
Ottima gestione degli spazi stretti, dei cunicoli claustrofobici, solita orchestrazione magistrale degli spaventi e delle sequenze da incubo. Insomma, McCarthy in purezza, eppure un briciolo più accessibile rispetto a Caveat e a Oddity, forse per la presenza tutto sommato rassicurante di Scott, forse per un linguaggio più affine all’horror statunitense di stampo Blumhouse (che per me è sempre un complimento). Da vedere in sala per farsela addosso, ma credo che anche a casa faccia la sua figura.

Chiudiamo col film più grosso, più costoso, pieno di star e che segna il ritorno dei dinosauri su grande schermo, al di fuori della saga ormai un po’ stanchina di Jurassic World, e con la precisa funzione di mettere addosso il terrore di Dio a tutti. In The End of Oak Street non tornano soltanto i dinosauri, torna anche David Robert Mitchell, che non girava un film dal 2018, e che comunque davamo per disperso da It Follows. Il processo produttivo che ha portato a consegnare una novantina di milioni di dollari nelle mani di un regista con soli due film all’attivo, uno dei quali passato del tutto inosservato, mi è oscuro e incomprensibile, ma sono molto felice che qualcuno glieli abbia dati, tutti quei soldi, perché The End of Oak Street è un gioiellino. Era proprio il blockbuster estivo di cui sentivamo il bisogno, il giusto compromesso tra esigenze puramente commerciali e desiderio di realizzare qualcosa di fresco, a suo modo persino innovativo.
A leggere il riassunto della trama, non sembrerebbe, perché Oak Street si svolge in una versione degli anni ’80 che, all’apparenza, non potrebbe essere più nostalgica: barbecue nel vicinato, corse coi sacchi, famiglia felice con due figli e un cane. Ma è, appunto, soltanto apparenza, perché le crepe in questo quadretto di un’epoca che ci ostiniamo a guardare con occhio costantemente benevolo, cominciano ad apparire dopo pochi minuti dall’inizio del film. Tempo di una nottata, e il quadretto deflagra, e l’intera strada del titolo si ritrova catapultata nella preistoria, assediata da bestiacce ferocissime, catapultata in un incubo di corpi straziati e sangue che scorre sui marciapiedi.
Credo sia questo, a parte i dinosauri (e altre creature) bellissimi e sempre pericolosi, l’aspetto più interessante del film: usare il fattore nostalgico come un grimaldello per penetrare le nostre certezze e poi toglierci il terreno da sotto i piedi. È vero che, in molti aspetti estetici, The End of Oak street è quella che in gergo di chiama “spielbergata”, ovvero un’ottima imitazione dello stile di Spielberg, ma anche lì, è una facciata, perché la sostanza è un quella di un horror spacciato per film per famiglie che traumatizzerà un mucchio di ragazzini.
Non sto parlando di nulla di estremo, lo chiarisco prima che arrivi qualcuno ad alzare il ditino e a dirmi che si poteva essere molto più cattivi. Più cattivi di così, in un film destinato a un pubblico molto ampio, non penso si potesse essere, ma non è nemmeno una questione di cattiveria, è una questione di darci uno specchio in cui guardare noi stessi e le nostre illusioni relative a un passato idilliaco, e dirci che quell’idillio era una carneficina.
Bellissimo.

4 commenti

  1. Avatar di alessio

    Io faccio parte di quella schiera di trogloditi che hanno criticato Leviticus per il fatto di essere poco horror (anche se non faccio parte della combriccola che pretende che le storie queer debbano essere tutte “unicorni” e “fiorellini”: tanto per dire, uno degli horror più belli degli ultimi anni per me resta I Saw TV Glow). Cerco di essere sintetico per non rubare spazio. Credo che con la nascita dello streaming il cinema abbia bandito ma soprattutto scelto e rinunciato a rischiare investimenti su commedia e drammaturga (nel nuovo millennio non c’è una sola commedia che possa rivaleggiare con una top 20 del anni 80-90) e scelto così di buttarsi sui franchise e su i supereroi e così adesso la risata e l’introspezione noi del pubblico la troviamo e possiamo averla nell’intimità della casa, in una serie tv. La sala ha così perso la sua funzione di condivisione collettiva di una storia e credo che il successo (di pubblico e critica) dell’horror di questi ultimi anni sia dovuto molto a questo cambiamento culturale. L’horror è diventato la nuova gallina dalle uova doro e le case di produzioni nate appositamente o le divisioni apposite delle major ne sono figlie e madri che sfruttano questo riposizionamento. L’horror in sala (di pubblico, quello alla Terriefier) ridisegna allora il concetto di sala, non è più la storia lineare che si condivide ma la paura che si esorcizza solo con la presenza degli altri nella sala. E la drammaturgia, la ricerca di introspezione? Qui si inserisce l’altro filone horror, che sta spopolando (anche nella critica), ovvero l’Elevated Horror; soltanto che questo sottogenere di horror sta spesso smettendo di sperimentare e a volte pecca di “fighettismo” ma, il limite di Leviticus che certo non rientra in questa categoria, è che risulta prettamente drammatico, insomma un film drammatico solo con qualche spruzzata di horror (paradossalmente è molto più horror The Plague). Chiarella ha sentito il bisogno di esprimere e raccontare una urgenza personale con il solo linguaggio che oggi al dramma è permesso un accesso in sala ovvero l’horror, e il cortocircuito è qui: Leviticus è un film drammatico mascherato da horror ma non possiede quell’alchimia perfetta ed equilibrata, per me, alla The Monster di Bertino nella quale la grammatica del genere riusciva ad ingannarci e a fine visione farci scoprire che quel che ci aveva spaventato era lo strumento per commuoverci.

    p.s Non faccio parte della comunità queer quindi non ho pretese di dire come ci si senta ma credo che il senso di accerchiamento che dici di provare oggi è dovuto molto ai mezzi di informazione che stanno mostrando una realtà distorta e molto lontana dalla realtà, purtroppo questa non è la sede ma ci sarebbe molto da dire anche su questo che per me è molto anche una percezione indotta e costruita più o meno consapevolmente dai media per non parlare di altro.

  2. Avatar di Giuseppe

    OK, mi prescrivo anche questa tornata di pillole. The End of Oak Street? Più che a Jurassic Park, il mio pensiero è corso alla serie britannica Primeval (per motivi da non rivelare per evitare potenziali spoiler)… Leviticus? La sua entità malefica temo incarni piuttosto bene il “vannaccismo” odierno con il suo fetido bagaglio di pregiudizi (ben lungi, purtroppo, dall’essere condannati e rifiutati come DOVREBBERO)😟

  3. Avatar di Fabio

    Giusto giusto per i trent’anni del Pinocchio di Kevin S. Tenney,troppo poco considerato,per me una chicca della Trimark.

  4. Avatar di daniele

    Hokum l’ho trovato piú debole del precedente, alla fine mischia un sacco di cose senza avere lo stesso mordente, sempre con quella fotografia stile film per la tv, invece Oak street me lo immaginavo un po’ piú gore, vabbé ha anche delle cose inspiegate nel finale, peró carino da vedere con i figli

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