King al Cinema: Ep 32 – The Mist

Regia – Frank Darabont (2007)

Darabont passava per il regista che adattava le storie “normali” di King, quelle che ogni tipo di pubblico avrebbe potuto andare a vedere in sala. Ci si poteva fidare di Darabont, lui non li faceva i filmacci brutti con i mostri. Non tutti erano a conoscenza del fatto che fosse lo sceneggiatore, nell’ordine, de I Guerrieri del Sogno, del remake di The Blob e de La Mosca 2 (giusto per citare i casi più eclatanti). Ma che avesse nelle sue corde la capacità di spaventare era abbastanza evidente già da Il Miglio Verde. Solo che il dramma carcerario con Tom Hanks rientrava, nonostante lo si possa ascrivere all categoria del “realismo magico”, nel novero dei film rispettabili. Era roba di serie A, roba candidata agli Oscar, insomma. 
Capisco quindi lo sgomento quando si sono trovati di fronte a un B movie ispirato alla fantascienza anni ’50, e trattato tuttavia con serietà sepolcrale. 
The Mist: l’horror più coraggioso degli ultimi 25 anni.

Non so se vi ricordate quando, un paio d’anni fa, dando il via a questa rubrica ho scritto che la storia degli adattamenti kinghiani è anche la storia della soggezione che, gradualmente, si è venuta a creare nei confronti di un autore via via sempre più importante. All’inizio, quando King era considerato alla stregua di una lettura per rozzi bifolchi un gradino sopra l’analfabetismo, nessuno si indignava se le varie trasposizioni che lo vedevano coinvolto stravolgevano i suoi romanzi e racconti, in particolare quando a compiere il tradimento erano registi di un certo peso e caratura intellettuale. A maggior ragione, quando si trattava della robaccia prodotta da De Laurentiis negli anni ’80, più o meno tutti se ne infischiavano. Poi la critica si è accorta che King scriveva anche altro e l’atteggiamento è cambiato. La prima volta è successo con Stand by Me, poi con Misery, ma il vero punto di non ritorno è proprio The Shawshank Redemption, diretto proprio dal signor Darabont. 
Con The Mist Darabont rivendica le sue origini e la dignità del genere: “sono io quello che ha scritto di un fluido rosa che divora vivi anche i bambini, stronzi”, sembra dire. E non solo: non solo i drammi realisti vanno presi sul serio, anzi. Possiamo benissimo adattare una storia di mostri usciti dalla nebbia, usare il gore e gli effettacci (budget non altissimo permettendo) e, allo stesso tempo, raccontarvi dell’umanità in tutte le sue sfaccettature, perché è una cosa che l’horror e la fantascienza hanno sempre fatto, senza avere bisogno di mettere su una maschera da brava persona integrata nella società. 

Intorno al 2004, quando Darabont comincia a scrivere la sceneggiatura di The Mist, King è una potenza, ma non è onnipotente come alla metà degli anni ’90. L’era delle miniserie fatte secondo i suoi desiderata è al tramonto,  le vendite dei suoi romanzi sono sempre colossali, ma in leggero calo; con tutto che l’arrivo della conclusione de La Torre Nera sugli scaffali di tutti i fedeli lettori del mondo è un evento da celebrare, King non è al massimo del suo splendore, e i libri che pubblica in questi anni non sono di certo tra i suoi migliori (From a Buick 8 è del 2002, Cell del 2005). 
Darabont vuole adattare The Mist sin dagli anni ’80 (la novella appare per la prima volta nel 1980 nell’antologia Dark Forces. In una versione riveduta e corretta, sarà poi utilizzata come apertura della raccolta Scheletri nel 1985), ma ogni volta che la propone a un produttore, si vede rispondere: “Ma certo che ti facciamo adattare King, però una cosa seria, tipo quella storia lì su Rita Hayworth”.
Riesce a trovare un accordo con la tristemente nota Dimension Film soltanto alla fine del 2006: le riprese del film cominciano a febbraio 2007 e The Mist arriva in sala a ottobre dello stesso anno. 
Ora,  sappiamo tutti cosa ha fatto Darabont col racconto di King. Non mi fate mettere avvisi di spoiler, perché significherebbe che siete capitati casualmente nel blog sbagliato. Il cambio radicale del finale non credo sarebbe stato possibile soltanto una decina di anni prima. Invece, in questo caso, King non solo accetta senza protestare troppo, ma si complimenta e afferma che il finale di Darabont è superiore al suo. 
E ha perfettamente ragione. 

In realtà, tutto il film è superiore alla novella di King, che si limitava a essere un B movie messo su carta. Tutte le implicazioni sociali e (oso dire) filosofiche del film sono frutto del lavoro di Darabont sul materiale di partenza. Non fraintendetemi: io adoro la novella e non so quante volte l’ho letta e riletta da ragazzina; se devo scegliere tra Scheletri e A Volte Ritornano, scelgo il primo senza indugiare neppure un secondo, quindi non voglio sminuire King in alcun modo. È solo che The Mist, il film, compie un’operazione sul genere che credo sia uno spunto tutto originale di Darabont, del tutto assente alla fonte.
La natura da B movie della storia non viene affatto messa in un angolo, non si fa finta che non ci sia, anzi, la si sottolinea a più riprese, sapendo che il rischio è quello di perdere per strada una sostanziosa fascia di pubblico a partire da quando, nel retro del supermercato in cui si svolge gran parte del film, Darabont fa apparire i tentacoli. 
Pensateci un solo secondo: provate a togliere i mostri da The Mist, nel senso di lasciare forti dubbi fino all’ultimo istante su cosa ci sia davvero nella nebbia. Se tagliate anche la gita per turisti in farmacia, la storia va avanti uguale, non cambia niente: The Mist, privato della componente soprannaturale, funziona lo stesso. Metteteci un gas o un agente patogeno che ti ammazza appena metti il naso fuori. Non metteteci niente, in quella nebbia: fatene una metafora della paranoia e bla bla bla, e vedrete che le interazioni tra i personaggi non cambieranno di una virgola: Mrs. Carmody (Marcia Gay Harden) continuerebbe a cianciare di giorno del giudizio e a farsi la sua congregazione di invasati tra gli scaffali di detersivo e latte a lunga conservazione; Brett Norton (André Braugher) uscirebbe comunque seguito da un gruppo di negazionisti e di lui non si avrebbero più notizie; il povero Jessup (Sam Witwer) verrebbe lo stesso sacrificato, mentre David (Thomas Jane) e i pochi ancora dotati di raziocinio starebbero comunque lì a tentare di salvarsi la pelle e non perdere il lume della ragione come gli altri. 

Però Darabont i mostri ce li mette, ce ne mette tantissimi, disgustosi, lovecraftiani, tutti diversi gli uni dagli altri; ci mette le creature, ci mette la gente smembrata dai ragni, ci mette il sangue, i tentacoli, gli insettoni giganti che se ti pungono ti si gonfia tutta la faccia e muori malissimo. Non si tira indietro davanti a queste cose, lui che in teoria dovrebbe essere un regista di prestigio, un grosso nome hollywoodiano, al suo primo lungometraggio horror dietro la macchina da presa, è così coraggioso da rispettare in pieno lo spirito della novella, un omaggio alla fantascienza anni ’50 proprio come il suo The Blob o Tremors. 
La pessima serie tv uscita qualche annetto fa, al contrario, è timida ed esitante quando si tratta dei mostri. A stento se ne vedono nei primi due o tre episodi, perché ciò che conta è il DRAMMA DEI PERSONAGGI. Ma Darabont, che ha dalla sua coraggio, intelligenza e anche anni e anni di esperienza, sa benissimo che dramma e mostroni non sono due cose antitetiche, ma che anzi, i secondi acquistano più senso se il primo è ben gestito, e viceversa. 

C’è un momento chiave in The Mist, ed è quasi all’inizio del film; rischia di passare inosservato, anzi, diciamo pure che è messo lì perché il pubblico se ne dimentichi, sopraffatto da altre cose, da eventi più gravi e sottolineati. Dopotutto abbiamo appena assistito alla morte di un ragazzo, trascinato via da dei tentacoli, il nostro cervello ha parecchio da processare. Il  personaggio di Melissa McBride che se ne va da sola alla ricerca dei figli dopo aver chiesto, senza alcun successo, aiuto a tutti i presenti, sembra soltanto un modo come un altro per alzare il body count di una tacca. La diamo per spacciata, la nostra Melissa. 
Però non è così, e alla fine, il senso ultimo di The Mist risiede in quella manciata di minuti in cui nessuno ha fatto un gesto per dare una mano a una persona in difficoltà. Quello che avviene dopo, fino al beffardo e allucinante finale, è una punizione tra le più draconiane mai inflitte in ambito cinematografico. 
È ovvio che poi a Darabont serva dividere i sopravvissuti rinchiusi nel supermercato in “buoni” e “cattivi”, con Mrs. Carmody che deve morire in maniera soddisfacente perché è difficile trovare qualcuno di più detestabile al mondo, e il gruppetto di David che deve compiere un estremo tentativo di fuggire da un luogo ormai diventato un mattatoio. 
Ma non basta: sono già condannati da giorni, anche se ancora non lo sanno. Per questo il finale colpisce in modo così violento: non erano loro, gli eroi della nostra storia. La vera eroina era sparita dalla circolazione a neanche metà film. 

Darabont sceglie di girare The Mist con uno stile diverso sia dalla magniloquenza tutta hollywoodiana di The Shawshank Redemption sia dalla regia più raccolta e claustrofobica de Il Miglio Verde. Adotta un approccio di stampo documentaristico, e per questo chiama gli operatori di macchina di The Shield, di cui aveva diretto qualche episodio e affida loro l’estetica ruvida del suo film. Doveva girarlo in digitale, all’inizio, ma poi si è accorto che sarebbe stato troppo patinato, che sarebbe apparso troppo bello, mentre lui voleva che fosse sporco, ed è tornato quindi alla pellicola, al caro vecchio 16mm, per la precisione. 
È un film pieno, The Mist, è denso, ed è pure parecchio lungo per essere un horror. Riesce così bene a fare cose anche difficilissime perché contrappone il suo stile sobrio e severo a una struttura narrativa che di solito viene trattata con gusto camp e con il regista che si sente superiore al soggetto del suo film e fa di tutto per dimostrarlo. O almeno era così negli anni ’00 e con i film di mostri, quasi inesistenti se non nella forma di horror comedy. 
Non ho nulla contro le horror comedy coi mostri, intendiamoci, però quanto è più bello quando arriva qualcuno, li prende così sul serio e ci costruisce intorno un film che passa sopra come un treno in corsa?

16 commenti

  1. Il ruolo della vita per Thomas Jane insieme a Blu Profondo! Questo film splendido,a mio parere il migliore di Darabont,mi ricorda il forte pregiudizio che la critica dell’epoca ancora nutriva verso il cinema di genere,che al limite lo consideravano un tipo di film di livello inferiore,da guardare per prendere qualche spavento e divertirsi qua e la,molti dei piu stimati critici che avevano idolatrato i precedenti lavori registici di Darabont,avevano poi bollato come deludente “The Mist”,che non ha caso fu un flop al botteghino e tutt’ora il suo ultimo film! Ci sono tantissime cose da ricordare di questo lavorone incredibile,oltre a quelle gia elencate da te,di questo film mi rimarra per sempre impressa la sequenza dell’incontro ravvicinato nella nebbia con la colossale apparizione mostruosa verso il finale,una sequenza letteralmente iconica,da pelle d’oca! Ciao🤗

    1. Sì, quella scena con il mostrone colossale è da brividi tutte le volte, anche grazie alla scelta musicale azzeccatissima dei Dead Can Dance.

  2. Un film che adoro tantissimo e che a mio avviso bisognerebbe riguardare. Forse uno di quelli a cui sono più legato.

    1. Sì, bisognerebbe rivederlo una volta l’anno, minimo.

  3. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Film del 2007 ATTUALISSIMO. Peraltro il personaggio sgradevole è lo stesso personaggio ampliato dal Kinghiano inside Flanagan in Midnight Mass.Finale, già detto, oltre la genialità. Gemma davvero trascurata,
    P.s.-il nostro Mike, dopo tanta (e ben fatta) introspezione promette per il nuovo “casa Usher” SECCHIATE DI SANGUE. Mi auguro si riguardi questo.
    Oh bhe. Mikey non ha bisogno dei miei consigli.

    1. Ma infatti Flanagan ha, in un certo senso, “sostituito” Darabont come regista kinghiano per eccellenza, anche perché a Darabont hanno stroncato la carriera. Non per colpa di questo film, anche se è stato il suo ultimo lungometraggio.

  4. quindi gli darò una possibilità
    sono settimane che lo vedo nella libreria di timvision

  5. SERGIO FAVILLA · · Rispondi

    Bellissima recensione, brava. Non si potrebbe scrivere di meglio di questo film che ho amato, così come il racconto.
    E’ vero, è un racconto che incarna il cinema horror di serie B anni 50, per stessa ammissione di King. Ma il film secondo me è addirittura superiore, perchè è più cupo, più cattivo, più realistico pur parlando di roba da fantascienza.
    L’orrore lovercraftiano si mescola all’orrore dei comportamenti umani (e anzi nel racconto c’è pure il carico da 11 del protagonista che, in una situazione simile, tradisce la moglie ciulando nel supermercato. La bassezza più incredibile).
    In tutto questo però devo dire che preferisco il finale di King, con una speranza sospesa, piuttosto che il colpo di scena del film che fa solo dire “ma daiiiiiii” e sembra un pò tirato per i capelli.
    Anzi, ci stava bene un finale aperto con la macchina che si allontanava nella nebbia, senza nulla spiegare.
    Mio gusto, ci mancherebbe, ma a me i finali che lasciano la fantasia dello spettatore scorrazzare verso le mete più disparate mi fanno impazzire !

    1. Io preferisco il finale di Darabont perché credo che i finali aperti, a volte, siano un segno di vigliaccheria da parte dell’autore, che non vuole arrivare fino in fondo o portare alle estreme conseguenze la pessima situazione in cui ha ficcato i suoi personaggi.
      Qui in teoria il finale così cupo serve a punirli, i personaggi, però capisco che possa non piacere, ci mancherebbe.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Il progetto Arrowhead (citato anche in un’avventura di Martin Mystere di qualche anno fa) con le sue terrificanti, lovecraftiane conseguenze nascoste nella nebbia ad assediare un campionario di varia, fragile e non sempre nobile umanità, precariamente rifugiatosi in quel supermercato… E un finale atroce, che ti manda lungo e disteso ad ogni visione di questo tanto riuscito quanto purtroppo incompreso The Mist, diretto da un Frank Darabont capace di rimanere costantemente diverse spanne al di sopra dell’originale cartaceo. Da vedere, rivedere e rivalutare come merita…

  7. Bel film. I mostri li ho sempre pensati come dei derivati da Half Life più che da Lovecraft ma, beh, chissà. Quando ho visto il film ero già padre, anche da poco, e quel finale mi ha lasciato letteralmente devastato per settimane.

    1. In realtà, molti dei mostri (credo a parte quello enorme sul finale) sono costruiti seguendo le indicazioni del racconto di King che è del 1980, un pochino prima di Half LIfe, però sì, il finale è devastante.

      1. Sì, non mi sono spiegato bene. Non metto in dubbio l’origine e ispirazione dei mostri: è una associazione che faccio solo io.

  8. Film bellissimo! L’horror che ci confina, minaccia e ci costringe a “sprigionare” quello che siamo veramente. (spoiler EMOTIVO) Il finale mi ha stroncato (ho bisogno emotivamente dei finali alla Flanagan sennò soffoco 🙂 )

    1. Il finale di questo film è una delle più estreme bastardate nei confronti dello spettatore di tutta la storia del cinema.

  9. Rivisto da poco, e non ha perso un grammo di efficacia. Ho anche rivalutato in pieno il finale, che consideravo molto bello ma “diverso” rispetto a quello deciso da King. In realtà un film ha bisogno di un finale, non si possono lasciare i protagonisti a vagare senza meta, senza offrire al pubblico una risoluzione. E so benissimo che spesso questo tentativo di trovare una risoluzione a tutti i costi – magari positiva e moraleggiante – si traduca in una ciofeca imposta dai produttori… ma in questo caso siamo ad altissimi livelli. “Volevate la risoluzione? Bene, eccola. Ma forse ora non ne siete più così convinti, eh?”
    Comunque, come dici benissimo tu, il pezzo di maggior valore del film, in ogni possibile senso, è proprio l’immagine della madre salva sul camion coi figli, e la scoperta che quello che abbiamo visto noi non era il film con protagonisti gli eroi, ma le comparse.
    Davvero davvero ottimo.

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