My Heart Can’t Beat Unless You Tell it to

Regia – Jonathan Cuartas (2021)

La palma di film più deprimente dell’anno spetta a questo esordio sbucato dal nulla e con un paio di facce note nel ridottissimo cast. Il titolo di una lunghezza oscena arriva da questa canzone di Helene Smith, che comunque vi invito ad ascoltare: è bellissima e, prima di vedere il film, non sapevo neppure della sua esistenza. 
Potrei avere, come spesso mi capita, torto, ma mi pare che si stia facendo strada un filone relativamente recente all’interno della variegata galassia che per comodità chiamiamo cinema horror: si tratta di quello che utilizza il genere come una metafora dell’incubo, fin troppo reale, rappresentato dal prendersi cura di qualcuno che amiamo quando è gravemente malato. L’anno scorso sono usciti Relic e The Dark and the Wicked, e il film di cui parliamo oggi si muove nello stesso spazio. 
Non sto dicendo che l’horror come metafora della malattia sia invenzione dell’altro ieri, altrimenti dovrei chiudere il blog e darmi al giardinaggio, ma credo sia evidente che, nell’affrontare lo spinoso discorso della malattia, si stia cercando sempre di più di procedere oltre la mera deformità fisica come meccanismo di repulsione, e di cambiare il punto di vista: in altre parole il mostro è la malattia in quanto tale, non la persona che ne soffre e che si trasforma in un essere ripugnante. 

Dwight (Patrick Fugit, anche produttore) e Jessie (Ingrid Sophie Schram) sono fratello e sorella e, insieme, si occupano del loro fratellino più piccolo, Thomas (Owen Campbell), vittima di una misteriosa malattia che lo obbliga a nutrirsi del sangue altrui e a non poter mai esporsi alla luce del sole.
Per far sopravvivere Thomas, Dwight e Jessie sono ovviamente costretti a procurargli sangue umano fresco, e di conseguenza a uccidere. La loro esistenza è ridotta ai minimi termini, concentrata nella sua interezza su Thomas, il loro orizzonte limitato alle quattro mura dalle finestre oscurate della loro casa in mezzo alla campagna. Se Dwight comincia a scricchiolare e a cedere, soprattutto per i problemi di natura etica che una situazione del genere comporta, Jessie è incrollabile e ha come unico obiettivo la preservazione del nucleo familiare, a ogni costo e senza curarsi punto della scia di cadaveri che si stanno lasciando alle spalle. 
Il povero Thomas, in tutto questo, desidererebbe soltanto vivere un’adolescenza normale, avere degli amici, uscire all’aperto. Tutte cose che non potrà mai avere. 

Cuartas, regista e autore della sceneggiatura, è molto parco di informazioni sui tre personaggi: non sappiamo che fine abbiano fatto i genitori, non abbiamo idea di come Thomas abbia contratto la malattia, se sia nato così o se, come vuole la tradizione, sia stato contagiato da un altro vampiro. La stessa parola vampiro non viene mai utilizzata nel corso del film, che comunque rientra a pieno nel vasto filone del cinema dedicato ai succhiasangue, occupandone la nicchia più minimalista e triste, quella che vede il vampirismo non tanto come una classica maledizione o come una forma di dipendenza alla Abel Ferrara, ma come una vera e propria malattia incurabile, con parecchie caratteristiche terminali. Se non fosse che Thomas è tecnicamente immortale. Si tratta quindi di un male incurabile protratto verso l’eternità. 

Lo stile del film è austero (il formato è in 4:3), freddo e distante. My Heart Can’t Beat è un film deprivato da qualunque senso di gioia o di leggerezza, in cui anche gli occasionali sorrisi si pagano cari e vengono immediatamente ricacciati in gola a forza. Non ha né la carica di terrore soverchiante di The Dark and the Wicked né la dolcezza poetica di Relic, per cui in certi momenti potrebbe risultare parecchio indigesto, per la sua lentezza, per le sue ambientazioni chiuse e claustrofobiche, per la mancanza di trasporto emotivo nel mettere in scena tre personaggi tragici, ma con i quali non è semplice provare empatia: Jessie è troppo rigida, spesso crudele, completamente trasfigurata nella missione di capofamiglia da non lasciare posto a niente altro; Dwight ha un carattere passivo e tendente all’inazione, mentre Thomas è una sorta di guscio vuoto che ogni tanto se ne esce con la tipica petulanza di un adolescente. 
Nessuno dei tre cerca la nostra simpatia, non è neppure richiesta la nostra identificazione. In un film così ridotto ai minimi termini, a un’essenzialità che sconfina nello squallore, gli occasionali sprazzi di umanità cui Cuartas ci concede di assistere, pesano come macigni; per non parlare di quanto la violenza esplode all’improvviso, e anche lì, non c’è estetizzazione che tenga, non si edulcora nulla; persino quando si sceglie di lasciare di dettagli più raccapriccianti fuori campo, lo si fa per aumentare la suggestione, non per smorzarne l’effetto. 

Per questo, io vi capisco se un film così vi dovesse respingere: come dicevo in apertura, è deprimente come parecchie produzioni indie americane che vanno a scavare nel disagio e nell’emarginazione sociale, ma la componente di genere contribuisce a rendere il tutto più brutale. Non è un horror estremo neanche per sbaglio, e tuttavia è un film che rivendica una forte identità d’autore e che del mio e del vostro intrattenimento se ne infischia senza farsi troppe remore. 
Ha molto chiaro cosa vuole raccontare e come lo vuole raccontare: l’idea di fondo è quella di una famiglia che si dissolve gradualmente di fronte alla malattia, di come le pulsioni verso una libertà vista come un miraggio irraggiungibile (la cartolina di Miami Beach contemplata in più occasioni da Dwight) si scontrino con la responsabilità di un altro individuo. Una responsabilità che non hai chiesto e ti è piovuta addosso. 
Se Jessie accetta la responsabilità come un fardello, in maniera quasi ascetica e senza metterne mai in discussione i presupposti, a fregare Dwight, come si evince anche dal titolo, è l’amore che ancora prova nei confronti dei suoi fratelli. Controlled by Your Love è dopotutto il titolo della canzone cui il film si ispira. 

Ma c’è anche un altro elemento da non trascurare, ovvero l’assoluta solitudine in cui questa famiglia, chiaramente ai limiti della sussistenza (lei fa la cameriera in una tavola calda, lui vende i vestiti delle loro vittime a un banco dei pegni), viene abbandonata. E qui, temo, si esce di parecchio dalla metafora e si entra in un territorio fatto di realismo spicciolo, di mancanza di alternative e di possibilità. Dwight, Jessie e Thomas non hanno scelta, nessuno di loro la ha, perché non esiste alcuna rete di protezione intorno a loro, alcun sistema di supporto: un fratello e una sorella di neanche 40 anni che devono occuparsi di un ragazzino malato. 
E infatti, la sequenza più impressionante del film ha poco a che spartire col vampirismo, ma vede Jessie estrarre un dente d’oro dalla bocca di una delle loro vittime chiedendosi quanto potrà valere. 
Le conclusioni cui il film arriva sono dure e niente affatto consolatorie. Forse c’è una flebile lucina di speranza verso la fine, ma arriva a un prezzo tale che pure chiamarla speranza mi pare eccessivo. 
Se volete passare una serata all’insegna dell’angoscia più profonda e della depressione più nera, My Heart Can’t Beat Unless You Tell it to, è decisamente il film che fa per voi. 

9 commenti

  1. Non saprei di preciso che dirti Lucia,un pò come farebbe James Cameron io mi considero della vecchia scuola,un film totalmente privo di trasporto emotivo non sono molto sicuro di volerlo considerare un pregio! Sicuramente questo approccio può funzionare o meno in base al tipo di soggetto che viene impostato,però il totale distacco dai personaggi da parte del regista ,più volte nel corso del tempo mi sono chiesto se fosse un buon modo di fare cinema,se non si crea un legame emotivo con la storia raccontata,si può essere veramente interessati alla sorte dei protagonisti di una storia? Ammetto comunque di essere di parte,perchè non ho in grande simpatia questi cineasti che demonizzano il concetto di intrattenimento,evitandolo come se fosse il male assoluto ed associandolo quasi sempre a torto a qualcosa di puerile! Comunque gli darò per rispetto una possibilità di visione,ciao!

    1. Io credo che la riuscita di un film dipenda dagli obiettivi che gli autori e i produttori si sono prefissati. In questo caso, il film può suscitare reazioni controverse, ma di sicuro centra il suo obiettivo.
      Tutto il resto rientra sotto l’ombrello della nostra percezione soggettiva: è un film che a me personalmente ha dato qualcosa. Magari tu lo guardi e ti addormenti.

      1. Sono sempre ben disposto a mettermi in gioco visionando film che normalmente non guarderei,spesso rimango della mia idea,alcune volte invece può capitare di trovarvi elementi di interesse! In ogni caso sono molto contento di poter commentare in un ambiente neutro che non ti prende a morsi per via deli propri gusti soggettivi. Thanks!

        1. Qui non accadrà mai. Certa gente è stata allontanata da questo blog anni fa, o se ne è allontanata perché ha capito l’antifona.
          Qui siamo tutti molto tranquilli, ormai. È un posticino sicuro 😉

  2. “Non ha né la carica di terrore soverchiante di The Dark and the Wicked né la dolcezza poetica di Relic, per cui in certi momenti potrebbe risultare parecchio indigesto, per la sua lentezza, per le sue ambientazioni chiuse e claustrofobiche, per la mancanza di trasporto emotivo nel mettere in scena tre personaggi tragici, ma con i quali non è semplice provare empatia”
    Mi sono rispecchiato perfettamente in questa parte del tuo articolo, peraltro molto bello. In più ho trovato la scelta di essere respingente ad ogni costo un pò troppo studiata a tavolino.
    Interessantissimo il discorso sulla mancanza di una rete di protezione sociale a supporto dei protagonisti.
    Ti riporto la mia rece:
    Incentrandosi su cosa si è disposti a fare per salvaguardare i propri cari, il film di Jonathan Cuartas declina i ritratti di tre infelicità interconnesse utilizzando un registro anomalo, col risultato di sembrare anemico (e noioso) come prodotto di genere e troppo superficiale come dramma familiare.
    Regia, messa in scena e livello della recitazione sono ampiamente sopra media, l’atmosfera è coerentemente minimalista e opprimente ma il film, nel suo complesso, non graffia, non appassiona, deprime solamente.

    1. Infatti il problema del film è proprio quello di non essere né carne né pesce: ha paura di sporcarsi troppo col genere e se ne tiene a distanza, ma funziona meglio quando è sporco e cattivo (la scena del dente).
      Però, a mio avviso, resta un esperimento interessante, e comunque credo che il filone dell’horror sui caregiver potrebbe darci grandi soddisfazioni in futuro.

  3. Luca Bardovagni · · Rispondi

    “si tratta di quello che utilizza il genere come una metafora dell’incubo, fin troppo reale, rappresentato dal prendersi cura di qualcuno che amiamo quando è gravemente malato”
    Scherzi?
    Continuo ad essere orgoglioso di fare lo stesso lavoro negli stessi posti della protagonista di Babadook.
    CERTO che l’ horror ne parla. E’ esattamente il rimosso della società attuale. E cosa fa il buon horror se non sbatterti in faccia quello che la società rimuove?
    Viviamo troppo a lungo. E se la scienza medica è stata in grafo di allungarci smisuratamente la vita purtroppo non è andata di pari passo col garantirne la qualità . Per tua sfortuna lo sai per esperienza diretta e io lo vedo ogni giorno.
    L’horror DEVE investire paure reali. Questo deve fare. Carpenter e Romero ci dicevano “ecco qua. Questo è l’american dream. Questo è il Reaganismo”. Bisogna in qualche modo mostrare quello che si rimuove.

    1. Se ci pensi, da Pet Sematary a oggi, ne sono stati fatti di enormi passi in avanti nella rappresentazione della malattia, mentale o fisica.
      E si dà anche più spazio ai personaggi che si prendono cura dei malati. Come al solito tutto risale a The Babadook, perché noi lo sappiamo che quel film è stato una rivoluzione.

  4. In estrema sintesi, credo non sia improprio considerare il lavoro di Cuartas un film di mostri, dove ad essere mostruose sono sia la malattia in sé (non tanto la figura del vampiro, che qui ne è solo una metafora) sia la mancanza (tragicamente realistica ed emarginante) di quella rete sociale di supporto che potrebbe evitare di dover ricorrere a soluzioni estreme per riuscire ad affrontarla…

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