Double Feature: Brutti incontri in campeggio

Benvenuti al Drive-In de Ilgiornodeglizombi dove, a scadenza irregolare ed episodica, selezioneremo accuratamente per voi un doppio spettacolo: due film con un qualcosa in comune, un tema, un attore, un regista, un particolare filone dell’horror o anche associazioni mentali arbitrarie e insindacabili fatte dalla sottoscritta. Queste ultime, temo, saranno le più frequenti.
Ma davvero hai intenzione di inaugurare un’ennesima rubrica che non sai neppure se proseguirai o se riuscirai a mantenere fissa?
Eh sì, perché se non mi invento qualcosa ogni tanto, mi annoio a morte, e l’idea delle double feature mi sembrava abbastanza divertente.
Cominciamo, come avrete intuito dal titolo del post, con due film che narrano le gesta di incauti campeggiatori destinati a finire in un mare di guai. Al che voi penserete che non c’era bisogno di fare tutto questo casino per gli ennesimi cloni di Venerdì XIII.
Eppure, in entrambi i casi, siamo lontanissimi dallo slasher, e in entrambi i casi, la faccenda prende una piega decisamente surreale e fuori dagli schemi. Per una serata a base di allucinogeni sono il doppio spettacolo ideale.

Il primo dei due film arriva dalla Svezia e porta il bizzarro titolo di Koko-di Koko-da. Racconta di una coppia reduce da un terribile lutto che, tre anni dopo il fattaccio, decide di partire per un viaggio in tenda, nella speranza di salvare un matrimonio agli sgoccioli. Speranza piuttosto vana, dato che i due passano gran parte della giornata a discutere, a incolparsi a vicenda e a recriminare. Dopo l’ennesima lite, si accampano in boschetto isolato e, all’alba, vengono raggiunti da un terzetto di personaggi che sembrano usciti dritti da una fiaba macabra e si trovano lì con l’unico scopo di tormentarli, torturarli e infine ucciderli. Ma non finisce qui, perché la morte dei due protagonisti segna il loro ingresso in un loop temporale in cui rivivono ogni volta la stessa aggressione, ma con modalità differenti.
Koko-di Koko-da è del 2019 e ha avuto una distribuzione internazionale soltanto quest’anno, grazie alla solita Shudder, sempre in prima linea anche quando si tratta di acquistare gli oscuri oggetti realizzati dal cinema europeo. Gli spettatori americani di Shudder ci sono rimasti un po’ male, nel senso che si aspettavano un classico survival in tenda e si sono ritrovati invece di fronte a una delle esperienze più stranianti dell’horror recente. Infatti le stroncature dagli Stati Uniti non si contano, perché il linguaggio usato dal regista, alla sua opera seconda, Johannes Nyholm, è ostico e respingente, il ritmo del film molto compassato, per non dire letargico e la ripetitività della vicenda, che connaturata al concetto stesso di loop temporale, ma mai è stata così priva di elementi di spettacolarizzazione, ha il potere di snervare una grossa fetta di pubblico, addirittura farla incazzare a morte, fino al punto di detestare il film e tutti quelli in esso coinvolti.

Non hanno torto: Koko-di Koko-da è un film che mette a dura prova la tua pazienza e pare quasi che il regista si sia messo a bella posta a escogitare qualunque tipo di trucco per urtare il sistema nervoso dei suoi potenziali spettatori. Però c’è un motivo per cui Koko-di Koko-da è così, e non potrebbe essere altrimenti; il suo meccanismo narrativo si basa sulla stanca e vuota ripetizione di giornate tutte identiche tra loro, segnate dal lutto e dal senso di colpa. Tobias ed Elin odiano loro stessi e la persona che sta loro accanto, e venire simbolicamente (ma non solo) uccisi ogni notte per poi ricominciare il giorno successivo e arrivare all’identica conclusione è un modo come un altro per punirsi, per fare ammenda di non essere stati in grado di prevedere o rimediare all’evento che ha distrutto le loro vite.
Per cui, è giusto che il film sia lento, è giusto che somigli a un vicolo cieco, è giusto che sia a tratti incomprensibile. Deve essere un percorso accidentato e difficile, quello che porta all’elaborazione del lutto e, infine all’accettazione della perdita, e credo che sia stato messo in scena nel modo più efficace possibile, in questo film.
A creare un’atmosfera sempre meno aderente alla realtà contribuiscono soprattutto due fattori, la colonna sonora e degli inserti animati dalla tristezza sconfinata, curati dallo stesso Nylhom ed estratti dal cortometraggio da lui diretto nel 2017 di cui il film costituisce una specie di espansione.
Credo tuttavia che il problema principale di Koko-di Koko-da sia la mancanza di empatia nei confronti dei due personaggi principali: immergerli nella tragedia non è sufficiente, se non si conferisce loro quel minimo sindacale di spessore che risulterebbe utile a rendere lo spettatore partecipe della loro storia. In questo modo, tutto tende a risultare un po’ troppo meccanico, freddo e distaccato, ma se vi piacciono i film ad alto contenuto metaforico, avari di spiegazioni e ricchi al contrario di austerità tutta europea, accomodatevi pure e non ve ne pentirete.

La situazione di partenza di Honeydew, secondo film del doppio spettacolo di oggi, è molto simile a quella di Koko-di Koko-da: una coppia in una tenda viene svegliata da uno sconosciuto. Segue discesa nel weird estremo.
Vi confesso di essermi accinta alla visione di Honeydew per un motivo in particolare: tra i protagonisti c’è Sawyer Spielberg, figlio di Steven. Voi capite che non potevo perdere l’occasione di vedere come se la cava davanti alla macchina da presa (spoiler, se la cava alla grande).
Honeydew è l’esordio di Devereux Milburn, un regista di cui, credo, sentiremo parlare molto in futuro, perché ha tanto di quel talento che se ne buttasse via una parte e la desse a me, potrebbe comunque sperare ancora in una brillantissima carriera.
Sì, Honeydew mi ha entusiasmata sul serio, soprattutto grazie al suo coraggio e alla sua sfrontatezza nel prendere un filone molto abusato dal cinema statunitense, quello relativo all’incontro quasi sempre poco felice, tra giovani di città e anziani bifolchi di campagna, e sovvertirlo come se fosse il primo al mondo ad averci a che fare.
Honeydew parte dalle spore tossiche di un fungo che intacca i campi di grano del New England, infettando esseri umani e bestiame, e arriva al cannibalismo attraverso un percorso fatto di allucinazioni, cene imbarazzanti, adorabili vecchine un po’ svampite e coppie sull’orlo di una crisi di nervi. Il tutto filtrato attraverso la lente del nostro (inteso come società occidentale) rapporto con il cibo e con lo sfruttamento delle risorse naturali.
Insomma, è un mischione che sulla carta poteva soltanto essere velleitario e fallimentare, e invece funziona come una bomba a orologeria.

Perché l’ho inserito in una virtuale double feature con Koko-di Koko-da?
Si tratta di due film con delle premesse pressoché identiche e con uno stile che, per molti aspetti, combacia: anche Milburn se la prende con tutta la calma del mondo e probabilmente sarà stato accusato di lentezza e di aver fatto un film noioso che si trascina mostrando dettagli di poco conto; anche qui i protagonisti precipitano nell’assurdo da un istante all’altro e, anche qui, la colonna sonora ha un ruolo chiave nell’accompagnarci nel viaggio surreale imbastito da MIlburn e compagni.
Ma Honeydew è di certo un film più raffinato, più compatto e meno sfilacciato del suo cugino danese. Ha chiari i suoi obiettivi e sa benissimo dove sta andando a parare. Aiuta anche una durata maggiore, quasi tutta occupata a dare delle motivazioni e un carattere ai due personaggi principali, ovvero la coppietta molto poco idilliaca in campeggio.
Forse il motivo è che Milburn non vuole costruire una metafora lunga un’ora e mezza, ma raccontare una storia che sì, possiede anche dei tratti simbolici, ma è “solo” una narrazione coerente. E ti pare poco.
Poche volte mi è capitato di assistere a un horror che fosse così disgustoso e laido e, allo stesso tempo, così poco esplicito, e poche volte, nel cinema indie a basso costo, ho avuto a che fare con un sound design così presente, così parte integrante del tessuto narrativo del film: una colonna sonora con lo scopo preciso di farti stare sempre sul chi vive e spesso indistinguibile dai rumori d’ambiente: “Ma quelli erano passi o erano le percussioni?”, questo è ciò che vi chiederete per gran parte del film.
Rivelarvi altro sarebbe criminale da parte mia. Se Koko-di Koko-da serve a scaldare i motori della vostra serata lisergica, con Honeydew potete stare tranquilli di finire dritti su un altro pianeta. Milburn scrive, dirige e monta, come faceva Ti West ai tempi e qui mi sbilancio: potrebbe essere il suo erede.
Buona visione.

6 commenti

  1. Koko-di e Koko-da (non riesco a pensare al titolo senza cantilenarlo a mo’ di filastrocca) l’avevo iniziato per un post a tema ‘time loop’ ma proprio non sono riuscito a finirlo: davvero soporifero se lo segui dopo le 23…

    1. Ma infatti non lo puoi vedere dopo una certa ora, ti parte l’abbiocco.
      Io l’ho visto in pausa pranzo e sono riuscita a restare sveglia 😅

      1. Ah, ecco. C’era il trucco 🙂

        1. Eh sì, ci sono film che non puoi vedere di notte, a meno che tu non abbia difficoltà ad addormentarti 😀

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Di Koko-di Koko-da ne avevo già sentito parlare in termini non troppo lusinghieri, in effetti, proprio per i principali motivi che elenchi dettagliatamente nel post. Honeydew invece sembra essere decisamente MOLTO più dinamico e assai meno a rischio abbiocco, in qualsiasi fascia oraria ci si accinga a guardarlo (e mi incuriosisce assai vedere Spielberg Jr. all’opera)…
    P.S. Niente male l’idea della nuova rubrica “double feature” 😉

    1. Però ti assicuro che, al netto di una lentezza letargica, è un ottimo film. Poi non è per tutti gli spettatori e davvero si rischia l’abbiocco in più punti, ma alla fine credo ne valga la pena.

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