Lucia e il found footage: The Taking of Deborah Logan

Regia – Adam Robitel (2014)

Di Robitel, e non so se la consideriate una minaccia o una promessa, torneremo a parlare presto, perché sono in dirittura d’arrivo non uno, ma ben due film da lui diretti. Per il momento, tuttavia, cerchiamo di dire qualcosa di minimamente sensato riguardo al suo esordio nonché suo film migliore, che è un po’ il motivo per cui questa rubrica è nata: ai tempi della sua uscita, infatti, mi era sfuggito di mente e non lo avevo recensito; lo avevo visto qualche tempo dopo, ma in maniera distratta e non gli avevo dato l’attenzione che meritava. Dopo le mie recenti vicende personali, per rivederlo ho dovuto compiere una vera e propria violenza su me stessa, ma dopo che Relic mi aveva colpito così tanto, il minimo che potessi fare era rendere onore a un altro film che, in maniera molto diversa, aveva già fatto il collegamento tra possessione e Alzheimer qualche anno prima del miglior horror del 2020.

The Taking od Deborah Logan è il resoconto del decorso di una malattia, appunto l’Alzheimer, filmato giorno dopo giorno da una laureanda in medicina, dal suo cameraman e dal suo fonico. Mia (Michelle Ang) ha preso accordi con Deborah Logan (Jill Larson), che sta attraversando le fasi iniziali del morbo, e con sua figlia Sarah (Anne Ramsay), che di lei si prende cura, per realizzare questo documentario destinato a essere il materiale principale della sua tesi di laurea. La famiglia Logan non se la passa molto bene economicamente e, dopo qualche resistenza da parte di Deborah, persona molto riservata, acconsente a convivere con la mini troupe per il periodo di tempo necessario a portare a termine le riprese. Questo per dire che la situazione è, già in partenza, abbastanza tesa: il rapporto tra madre e figlia è affettuoso, ma anche conflittuale, e Deborah accetta controvoglia di convivere con degli estranei che sono lì per studiarla come se fosse una specie di fenomeno da baraccone.
Nel conteso, esplosivo a prescindere, di una malattia che può soltanto peggiorare, Robitel inserisce per gradi degli strani fenomeni e comincia a suggerire che non sia soltanto l’Alzheimer ad avere preso possesso di mente e corpo di Deborah, ma anche qualcos’altro.

È mia convinzione che il found footage sia il linguaggio con cui è più facile cadere nell’exploitation, soprattutto nel momento in cui si sceglie di accostare il genere horror a un dramma reale. Per tornare a Relic, la delicatezza con cui Natalie Erika James mette in scena la malattia della sua protagonista è sicuramente dovuta a una sua sensibilità molto spiccata, ma non solo: il linguaggio cinematografico tradizionale permette una certa distanza dal dolore (se voluta), un filtro invece assente quando si gira un mockumentary. Considerando poi la natura clinica del documentario di Mia, qualunque tipo di separazione dello spettatore dallo strazio provato da Deborah e Sarah è, per forza di cose, impossibile. È ciò di cui ha paura Deborah, quando è indecisa se partecipare all’operazione, ed è esattamente quello che accade: Mia, e quindi Robitel, non ci risparmia niente, indugia sui dettagli più sgradevoli, mostra ogni aspetto della vita di questo piccolo nucleo familiare e, quando dal dramma si scivola nell’horror, anche quel minimo di distacco dovuto all’analisi professionale della malattia va a farsi benedire.

L’atteggiamento di Mia, all’inizio cinico e spregiudicato (per convincere Deborah si inventa di aver avuto un nonno con l’Alzheimer), cambia col passare dei giorni: mentre la salute dell’anziana donna degenera e si fa strada quell’altra cosa, quell’entità malevola che approfitta della sua fragilità mentale per prendere il controllo del suo corpo, lei rimane sempre più coinvolta da questa vicenda così bizzarra e il documentario, da semplice diario di una malattia, diventa un’investigazione paranormale, che scava nel passato di Deborah e della cittadina in cui vive per trovare delle risposte.
Da un certo punto di vista, è molto più snervante la prima sezione del film, e la seconda più convenzionale. Anche perché Robitel non lascia alcun dubbio sulla realtà della possessione, almeno da un certo punto in poi. A differenza di Relic, in cui il soprannaturale assume sempre una forma ambigua e rimane fisso il mistero intorno allo stato della protagonista, The Taking of Deborah Logan non si pone neanche il problema: Deborah è posseduta, sappiamo anche da chi esattamente è posseduta e sappiamo cosa fare per mettere fine alla possessione. Manca solo un esorcista (e non che Sarah non provi a chiedere un esorcismo) e poi l’armamentario è al completo.

Quello che funziona sul serio, in The Taking of Deborah Logan, sono tutti i momenti, concentrati nella prima mezz’ora del film, in cui la natura di quanto sta accadendo a Deborah non è ben definita. Potrebbe essere solo l’Alzheimer ad alterarne i comportamenti o potrebbe essere altro, e ancora: potrebbe essere Sarah a preferire l’esistenza di un’entità esterna, ma che comunque si può sconfiggere, a un male incurabile che, presto o tardi, le porterà via per sempre sua madre.
D’altronde il parallelismo tra malattia mentale e possessione demoniaca non è una novità e non l’ha inventato questo film. Eppure l’idea che colpisca una persona fragile e anziana, al posto della tipica adolescente, ha un impatto molto più forte, in parte per la sgradevolezza con cui la telecamera traballante indugia sul corpo devastato di Deborah, in parte perché dallo stato di Deborah, possessione o no, non c’è ritorno.

The Taking of Deborah Logan poggia su due prove d’attrici impressionanti, quelle di Larson e Ramsey, e vi dirò che forse la seconda, nel ruolo di Sarah è anche migliore della prima, perché meno appariscente e più sottotono. Se nei minuti finali, il film diventa un freak show di contorcimenti demoniaci e riprese sfocate e traballanti, l’interpretazione di Ramsey è lì per tenere saldo il cuore emotivo della vicenda, che rischia di andare perso in tutta quella cacofonia. Sarah ha assunto su di sé il compito ingrato di prendersi cura di sua madre e porta a termine la missione anche quando è in gioco la sua stessa vita, nonostante il rapporto tra lei e Deboarh non sia idilliaco e alcuni racconti relativi alla sua infanzia e la sua adolescenza facciano capire che Deborah non è stata proprio la più tenera o comprensiva delle mamme, soprattutto quando si è trattato di avere a che fare con l’omosessualità di Sarah.
Diciamo che Larson la noti di più, Ramsey, una caratterista che avrete visto in centinaia di apparizioni tra film e serie tv, ha più materiale su cui lavorare.

Il film si è rivelato un’esperienza meno dolorosa di quanto pensassi o ricordassi, anche perché, dopo Relic, seriamente, non credo potrò ancora essere scalfita da argomenti analoghi. È un found footage molto interessante, con un punto di vista diverso dal solito e delle protagoniste (tutte donne, se si escludono i due tecnici, uno dei quali va via dopo le prime manifestazioni del soprannaturale) con caratteristiche fuori del comune per un horror di 7 anni fa. Ha almeno un paio di sequenze agghiaccianti e un’ottima costruzione dell’atmosfera, con questa lenta e progressiva trasformazione da dramma familiare a horror soprannaturale che ti coglie di sorpresa.
Continuo a preferire la prima parte, più ambigua e “umana”, alla seconda, più fracassona e plateale, ma ciò non toglie che sia comunque godibile, e per godibile intendo che ci sono intere sequenze da guardare in apnea mentre ve la fate nelle mutande.
Se Relic è una sofferta meditazione su malattia, vecchiaia e morte, questo film è una montagna russa di paura e repulsione, con occasionali momenti di pena per la povera Deborah. Pura exploitation, dicevamo prima, ma ben fatta, e con delle immagini che hanno il potere di piantartisi in testa per non uscire mai più.


6 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Ciao Lucia,
    sai che a questo non mi sono mai voluto avvicinare proprio perchè certe tematiche mi impressionano molto di più di possessioni e mostri assortiti?
    Però ho visto Relic, quindi probabilmente potrei affrontarlo ora.

    1. Dopo Relic, te lo assicuro, questo ti fa il solletico.
      È più pauroso nel senso classico del termine, questo sì, ma non penso che sia un problema.
      Relic ha un modo molto diverso di affrontare l’argomento.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, la seconda parte è certo più convenzionale, dove si decide di giocare a carte scoperte (da quel punto in poi, non è più possibile equivocare su ciò che si nasconde dietro l’Alzheimer di Deborah) trasformando l’inquietudine, il dramma familiare e il disagio strisciante della prima mezz’ora in paura vera e propria… paura di ascendenze in parte lovecraftiane, considerando il tipo di possessione che più di una volta mi ha fatto scorgere somiglianze fra Deborah Logan e Asenath Waite.
    Per quanto mi riguarda, The Taking of Deborah Logan la sufficienza piena (e anche qualcosina di più, con due protagoniste di tale calibro) se la porta tranquillamente a casa! 👍

    1. Sì, soprattutto la parte finale nel sistema di grotte e tunnel ha un tocco lovecraftiano, in particolare per una certa inquadratura che è la più spaventosa del film e penso infesterà a lungo gli incubi di chiunque lo abbia visto.

    2. Un ottimo film che dovrei rivedere..credo di aver capito a quale sequenza ti riferisci..ed è veramente agghiacciante.. aldilà di tutto è un ulteriore tassello di come l’horror possa e debba essere un valido veicolo per narrare storie profonde e umanissime.. bellissima recensione,come sempre!

      1. Che poi lo è sempre stato, sin dai tempi di Caligari. Però lo sappiamo solo noi appassionati 😀
        Grazie!

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