The Queen of Black Magic

Regia – Kimo Stamboel (2019)

NON CI SONO SPOILER, MA IO CONSIGLIO A TUTTI DI VEDERE IL FILM SENZA SAPERE NULLA

Lo sceneggiatore è Joko Anwar, quello di Impetigore, mentre il regista, Stamboel dovreste conoscerlo come parte del duo Mo Brothers: in coppia con Timo Tjahjanto ha diretto un sacco di robetta interessante negli ultimi anni. Il film di cui parliamo oggi è invece il remake, anche se solo nominalmente, di un classico dell’horror indonesiano uscito nel 1981. Al solito, bisogna ringraziare Shudder per la distribuzione internazionale dell’ennesima perla con cui sollazzarci in queste lunghe serate di coprifuoco.

Ammetto subito di non aver visto l’originale, o per meglio dire la fonte d’ispirazione di questo film, ma so che si tratta di due opere radicalmente diverse, quindi non ci sono molti paragoni da fare, e si può considerare The Queen of Black Magic come una sorta di omaggio e, allo stesso tempo, riscrittura integrale di un film che, per i due autori, deve aver significato molto.
La storia è abbastanza complessa, nonché ricca di colpi di scena, per cui cercherò di farla il più breve possibile, onde evitare di rovinarvi la visione con le mie chiacchiere.
Tre amici d’infanzia tornano, accompagnati dalle rispettive famiglie, nell’orfanotrofio che li ha ospitati da piccoli per dare l’ultimo saluto all’anziano Bandi, il direttore dell’istituto, gravemente malato e in fin di vita. Quello che doveva essere solo un fine settimana all’insegna di dolci memorie infantili, si trasforma in un inferno a causa di un’antica maledizione che affonda le proprie radici nel passato dell’orfanotrofio e dei tre ragazzini diventati adulti.

Come Impetigore, ma forse anche un pelo in più, The Queen of Black Magic è un film di una cattiveria assoluta: non fa sconti a nessuno, non fa distinzioni tra colpevoli e innocenti, non risparmia neppure i bambini, che vengono fatti fuori senza scrupoli. Dal momento in cui i tre protagonisti commettono l’errore di mettere piede nell’orfanotrofio, il loro destino è segnato, come quello delle persone che hanno accanto. La giovane età all’epoca dei fatti non è una giustificazione, il non sapere cosa stava accadendo proprio sotto al loro naso è soltanto un altro peccato, il passaggio degli anni, invece che mitigare la sofferenza, ha acuito la rabbia, e adesso la Regina del titolo è libera di scatenare tutto il suo potere. Tanto per usare termini raffinati, degni della mia levatura intellettuale, saranno cazzi amari per tutti.

The Queen of Black Magic parte come un motore diesel: presenta i personaggi che sono tutti, chi più in luce chi più in ombra, piacevoli e amabili; ad alcuni viene concesso più spazio per un approfondimento caratteriale e psicologico, soprattutto per portarne allo scoperto i punti deboli, utili nella seconda parte del film. C’è chi ha la fobia dei germi e degli sfoghi cutanei, chi è invece ossessionata dalla perdita di peso, e così via. L’atmosfera è pesante per le circostanze luttuose in cui queste persone si riuniscono, un po’ misteriosa per delle dicerie raccontate a mezza voce da una ragazzina orfana ai suoi coetanei appena arrivati sul posto, ma regna una quiete sospesa, quasi sonnacchiosa.
Poi i nostri fanno una macabra scoperta lungo la strada e il film, continuando a usare sofisticate terminologie proprie della critica cinematografica più colta, sbrocca.

Io so che molti di voi hanno problemi con gli insetti e con gli artropodi. Io per prima ne ho. Ecco, se avete difficoltà con bacarozzi vari, bruchi pelosi e soprattutto scolopendre, non avventuratevi in The Queen of Black Magic perché potreste venir meno. Nonostante gli effetti siano in larga parte digitali e si noti spesso che la CGI è di un livello medio-basso, in alcune sequenze ho dovuto coprirmi gli occhi, girarmi dall’altro lato, raggomitolarmi sul divano sentendo centinaia di zampette camminarmi addosso. Stamboel ci va giù pesantissimo, e l’orrore da lui messo in scena è estremamente fisico e concreto. Anatomico, oserei dire. La macchina da presa non vi nasconderà nulla e anzi, andrà a indugiare sui dettagli ripugnanti con dovizia di particolari.
Il cambio di ritmo e di passo del film, che per i primi venti minuti si era mostrato allo spettatore come un innocuo drammone soprannaturale, arriva con la violenza di un treno che ti passa sopra. Col passaggio a livello aperto e nessun preavviso. È costruita così bene, questa metamorfosi da creatura tutto sommato familiare e quindi inoffensiva a bestiaccia infernale, che ci si mette qualche minuto per riaversi dallo shock, anche perché Stamboel non ti concede il tempo di riflettere, spinge l’acceleratore fino in fondo e parte a razzo, in un modo che credo sarebbe piaciuto a Raimi, ma senza alcun distacco ironico, senza alcun umorismo. La parata di orrori davanti ai nostri occhi è trattata con estrema serietà, altrimenti non funzionerebbe a dovere. The Queen of Black Magic è, da questo punto di vista, un film traumatico.

Ma non si tratta solo di bassa macelleria, anche se io non ho mai avuto nulla contro la bassa macelleria, intendiamoci: il film, lo dicevamo in apertura, narra una vicenda molto complessa e moralmente ambigua. Se nel momento in cui esplode la follia a base di sangue, pustole e roba che striscia, siamo annichiliti perché ci si abbatte addosso senza alcuna motivazione, in seguito scopriremo a cosa è dovuta tutta questa ferocia, capiremo che si tratta di una sacrosanta vendetta, per quanto indiscriminata e con la prerogativa di colpire a casaccio. Non ci sono i buoni o i cattivi, l’entità malefica che perseguita i protagonisti è stata a sua volta vittima e testimone di atroci abusi e la vera malvagità si annida da un’altra parte rispetto a dove tutti puntano il dito sin dall’inizio.
Siamo sempre dalle parti di uno strapotere maschile e dei suoi inconsapevoli ma non per questo meno colpevoli complici, teso a opprimere le donne, a ogni latitudine e in ogni epoca. Il ricorso alla magia nera è l’ultimo appiglio di una donna disperata e non un semplice votarsi al male in quanto tale. Da questa prospettiva, The Queen of Black Magic fa parte di quel movimento, ormai presente a livello globale, impegnato a ricostruire il linguaggio del cinema horror negli ultimi cinque o sei anni, e a dare una nuova voce a quelle che potevano essere solo vittime o final girl.
Impetigore è di sicuro un film superiore: è più tecnico, più raffinato, più pulito come messa in scena. Ma se avete bisogno di un horror, e io so che ne avete bisogno, dalla brutalità primitiva e privo di freni inibitori, credo che The Queen of Black Magic vi darà enormi soddisfazioni.

4 commenti

  1. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Devo ancora recuperare Impetigore, ma questo sembra notevole per molti aspetti, soprattutto perché c’è finalmente qualcuno che mette dei bambini in un film e non li salva miracolosamente solo perché sono appunto dei bambini.

  2. Avrò gli incubi causa tripofobia (inquadratura fortunatamente breve). Però ci voleva un film così.

    1. Breve, ma micidiale. Io che non sono tripofobica, mi stavo sentendo male.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, si può dire che Stamboel con The Queen of Black Magic faccia quasi il verso a un Sam Raimi in versione serissima, come poteva esserlo in Drag me to Hell, al netto del gore e facendo le debite proporzioni (in entrambi i casi il soprannaturale non ammette sconti di pena quando ci si sia macchiati di colpe, consapevolmente o meno)… passati i primi venti minuti è un susseguirsi di -mi si passi il fine francesismo- continui calci nelle palle, tirati prendendo bene la mira (Kimo e Joko ci sanno maledettamente fare). E quanto a insetti e artropodi, è difficile ripensare a quelle scene senza provare di nuovo la medesima sensazione “zampettante” 😓🐛

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