King al Cinema: Ep 19 – Stephen King’s Shining

Regia – Mick Garris (1997)

Ho saltato un appuntamento perché non ce la potevo fare a rivedere 273 minuti e passa di questa roba, e non perché Garris e King abbiano osato “rifare” Kubrick (ne parleremo diffusamente), ma perché è una miniserie di una lentezza agonizzante, col solito Garris troppo impegnato a seguire passo dopo passo le direttive del Re e per occuparsi di minuzie come infondere un briciolo di ritmo o di personalità alla sua messa in scena.
La storia di com’è andata dovremmo saperla più o meno tutti, quindi la rinfrescherò il meno possibile: King è deluso dall’adattamento del romanzo uscito nel 1980 e vuole realizzare la sua versione, quanto più possibile aderente al testo. Scrive lui stesso la sceneggiatura e a chi potrebbe affidarla se non al fedelissimo Garris, riuscito nell’impresa di portare in TV The Stand riscuotendo anche un discreto successo critico? La formula è, in effetti, identica a quella della serie pandemica di tre anni prima: Garris nel ruolo dell’esecutore privo di ambizioni e King sotto i riflettori, con il nome in caratteri più grandi anche rispetto al titolo stesso. In pratica si tratta di una serie nata per capriccio, o per vendetta. Un rancore covato per quasi 18 anni.


E il bello è che io, in parte, lo capisco pure tutto questo rancore; cerchiamo di ignorare, anche se non è semplice, la perfezione assoluta del film di Kubrick e mettiamoci nei panni di un autore che vede la propria storia completamente stravolta. A prescindere dal torto e dalla ragione, è una cosa che brucia. Ma nel 1980 King poteva solo leccarsi le ferite e stare zitto; negli anni ’90 è un personaggio potente, e se decide di rigirarsi Shining come lo voleva lui, ha l’intera ABC pronta a stendergli tappeti rossi. In fondo, all’emittente interessa il giusto della faida: gli ascolti delle altre miniserie tratte da King, persino Tommyknockers, costituiscono ragion sufficiente a far partire la produzione.

Credo ci sia un vizio di fondo nel voler giudicare lo Shining televisivo in relazione a quello cinematografico: come abbiamo detto all’inizio, si prende di petto King (alla fine il povero Garris non viene neanche considerato più di tanto) perché ha osato “rifare” Kubrick. Io vorrei porre alla vostra attenzione proprio il verbo rifare, messo tra virgolette; nessuno, su quel set, stava cercando di rifare qualcosa e anzi, se c’era un obiettivo perseguito da King e Garris nella primavera del 1996, quando cominciarono a girare allo Stanley Hotel in Colorado, era proprio quello di NON rifare Kubrick.
E tuttavia il problema è proprio che, al contrario di quanto pensato e sperato da King, nell’immaginario collettivo Shining non è un romanzo del Re, ma un film di Stanley Kubrick, ed è molto difficile, guardando la miniserie, non mettersi a fare confronti impietosi. Quello che piacerebbe a me è però tentare di parlare di Stephen King’s The Shining senza fare troppi riferimenti al film Shining, e non per difendere la miniserie, ma per dimostrare che sarebbe stata pessima anche senza un termine di paragone così inarrivabile come Kubrick. Ciò che mi interessa di più è proprio tornare a sottolineare come l’eccessiva fedeltà a un libro sia spesso nociva per la sua trasposizione in un altro media, anche se la tv tende a dilatare i tempi molto più del cinema.

Ma, per contraddirmi subito subito, cosa esattamente non era andato giù a King del film di Kubrick?
Le siepi a forma di animale, ironizzerà qualcuno, ricordando alcune delle sequenze più memorabili (non in senso positivo) della miniserie firmata da Garris. Che se fa molto ridere, non è proprio il cardine della questione. Si tratta di Jack Torrance e soltanto di Jack Torrance.
Per metterla giù in maniera abbastanza semplicista e brutale, King fa spendere la bellezza di 25 milioni di dollari alla ABC allo scopo di redimere un padre alcolizzato che spezza il braccio al figlio di 4 anni, ma prima gonfia di botte un suo studente. Ma in fondo, cosa volete che sia: alla fine fa esplodere l’albergo ed è tutto perdonato. Perché è questo il senso ultimo dello Shining televisivo, e lo era anche del romanzo, con la differenza sostanziale che il messaggio veniva veicolato con maggiore sottigliezza e senza la proverbiale mano pesante di Garris. Non riesco a decidermi se assegnare il titolo del Primato dell’Imbarazzo alla mano di Dio di The Stand o l’apparizione del fantasmino di Jack Torrance al diploma del figlio nell’epilogo ambientato dieci anni dopo i fatti dell’Overlook. Nel dubbio vado a lavarmi gli occhi con la soda caustica.
In realtà non mi sono proprio contraddetta del tutto: il problema di Shining romanzo era il personaggio di Jack, e il problema della miniserie, amplificato almeno un milione di volte, è il personaggio di Jack. E qui, purtroppo per King e purtroppo per chi ha visto queste tre puntate infinite, Kubrick non c’entra proprio niente.

Se Jack, interpretato neppure troppo malamente da Steven Weber, è il classico elefante nella stanza, risulta comunque drammatica l’inadeguatezza di tutto il resto.
Shining è un romanzo di circa 600 pagine, non di certo breve, ma neppure tra i più elefantiaci scritti da King. È anche una vicenda molto contenuta e con pochi personaggi, una ghost story piuttosto classica, la variazione kinghiana sul tema della casa infestata: l’Overlook Hotel è la Hill House del Re, il Brutto Posto per eccellenza, quello che da te estrae il peggio, il luogo malvagio che ti mastica e ti risputa a brandelli. Da un punto di vista squisitamente cinematografico, tutte le paturnie, le discussioni, le crisi coniugali dei Torrance non sono rilevanti, ma King voleva una trasposizione non fedele, ma letterale, e allora ce le ha fatte mettere. Tutte. C’è una sequenza, a metà del secondo episodio, che durerà una quindicina di minuti ed è un dialogo, campo e controcampo, tra Wendy e Jack: di questo sono composte le quasi 5 ore della miniserie, di paturnie. Perché King non aveva ai tempi chiaro (pare che adesso ci sia finalmente arrivato) quanto poco la sua scrittura sia adatta al cinema, uno stile fatto di lunghi monologhi interiori, introspezione minuziosa anche di personaggi secondari, flashback dentro ai flashback e così via. Se si vuole portare King al cinema, questa ricchezza introspettiva va per forza di cose sacrificata, e il motivo è molto semplice: nel racconto per immagini non funziona o, per farla funzionare, devi adottare sistemi poco ortodossi, usare il metodo Flanagan, tanto per fare un esempio in linea con la storia dei Torrance.

Il metodo Garris, quello di ricalcare fino alla punteggiatura quanto messo su pagina da King non è soltanto controproducente per la resa finale di un adattamento, ma porta anche alla luce i punti deboli della fonte letteraria. Le siepi, per esempio: leggendo il libro la prima volta, secoli fa, mi avevano anche messo una certa ansia. Alla luce della miniserie, ora non posso più rileggere quelle pagine senza sghignazzare scompostamente. Saper distinguere l’efficacia di una determinata scena su carta da quella che potrebbe avere sullo schermo, è uno dei prerequisiti minimi di uno sceneggiatore e di un regista che hanno intenzione di trasporre un qualunque libro, ma se lo sceneggiatore sta agendo solo per vendicarsi di uno sgarbo di quasi due decadi prima, e il regista è un mero esecutore, ecco quali sono i risultati.
È stata l’ombra lunga del film di Kubrick a far si’ che la miniserie fosse dimenticata quasi subito dopo la sua messa in onda. A oggi, se si ha il coraggio di vederla, resta una bizzarra curiosità televisiva, una testimonianza dell’ego di King ancora più paradossale di Brivido, che almeno fa ridere.
Si salva solo Rebecca de Mornay, che infonde alla sua Wendy un certo carattere. Ma Rebecca si salva sempre.
Dite che con questa abbiamo toccato il fondo? Io credo che ancora non ci siamo, che per toccare davvero il fondo dobbiamo arrivare a dei tempi molto recenti, tipo il 2017, se capite a cosa mi sto riferendo. E tuttavia ci siamo molto, ma molto vicini.

12 commenti

  1. Questa è una mini serie televisiva che ho finito con molta fatica perché era molto lenta e parlavano veramente tanto invece che mostrare l’orrore o le loro emozioni. C’è però un punto che mi è piaciuto molto ed è appunto la caduta di Jack Torrance nella follia. Alla fine si prova realmente pena per lui, un uomo che sta provando in tutti i modi a ricominciare da capo a dare un nuovo inizio alla sua vita che viene però distrutto da questo hotel malvagio. Una cosa che mi è piaciuta molto.

    1. Diciamo che qui è pure più presentabile che nel romanzo, dove è davvero uno stronzo di prima categoria.
      Però resta sempre un padre che spezza il braccio al proprio figlio.

  2. Dovrebbero far un film sull’astio di King per il film di Kubrick. Perché sarebbe un’interessante riflessione sull’arte di narrare per scritto e per immagini, le libertà di un autore a discapito di un altro. Torrance per King è importante perché molto autobiografico, come il libro per cui comprendo lo scrittore del Maine.
    Ma che è successo nel 2017 di tanto peggio, non credo che sia legato all’uscita di It ^_^ scherzo.

    1. Sì, è autobiografico come il 90% degli scrittori nei suoi romanzi. Allora a questo punto, meglio Paul Sheldon tutta la vita.
      Torrance è proprio un infame 😀

      1. E certo, povero Sheldon!

  3. ci vuole moooolta pazienza per sottoporsi più di una volta alla visione di questa miniserie, per cui tanto di cappello 😀 non è che sia proprio tutta da buttare via, ma è davvero lenta e verbosa.
    una delle scene che però sono contenta abbiano inserito, e che invece non era presente nel film di kubrick, è il momento in cui jack, sul punto di uccidere danny, torna in sè per qualche secondo e gli dice: “ricorda che ti ho voluto tanto bene”. un momento che nel libro mi ha sempre commosso e, lo ammetto, lo stesso ha fatto nella miniserie.
    per il resto, la noia XD quello che non mi annoia invece è leggere tutte le discussioni accanite su youtube tra chi sostiene che la serie sia meglio del film e viceversa. ci si fanno grosse risate XD

    1. Lei faide tra fandom opposti sono SEMPRE esilaranti.
      Però mi chiedo una cosa, su Torrance: io non sono davvero mai riuscita a perdonargli il braccio spezzato di Danny. È un uomo violento, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente, sia con la moglie che col figlio.
      Io quel “Ricorda che ti ho voluto tanto bene” non posso farglielo passare così, ma è vero che su certe cose io sono estremamente categorica 😀

  4. Il delirio di onnipotenza di King ha prodotto anche queste cinque ore di inutilità! Interessante la tua recensione, e ammiro il tuo senso di sacrificio!

    Io preferisco guardare due volte consecutive The Shining di Kubrick a sottopormi a questo supplizio targato King… :–)

    1. Ma anche sei volte consecutive The Shining, senza neanche una pausa per dormire 😀

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Vista una sola volta, questa miniserie, e mi è bastata! Se anche Steven Weber cerca di fare del suo meglio (ma, per com’è stato scritto, il suo Torrance rimane comunque davvero assai difficile da salvare: si veda quello che ha fatto a Danny, appunto) e Rebecca de Mornay ci riesce in pieno, purtroppo è tutto il prolisso e noioso insieme a non funzionare… comprese ovviamente le famose siepi, emblematiche di quanto quello che funziona su carta raramente poi riesca a farlo altrettanto bene su schermo: se nel romanzo sono effettivamente minacciose, qui invece siamo al livello dei Looney Tunes (e sono abbastanza sicuro che King e Garris NON avessero intenzione di omaggiarli) 😦

  6. Ecco un’altra cosa che il mio subconscio mi aveva gentilmente rimosso dalla mente XD

  7. […] è presente per tutto il percorso.” E speriamo non sia troppo emozionato, perché sappiamo cosa emoziona King in certe occasioni. Con Firestarter non finisce qui e questo non è fake: Michael Greyeyes è stato […]

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