King al Cinema: Ep 18 – L’Occhio del Male

Regia – Tom Holland (1996)

Se si dovesse stendere un elenco di film anni ’80 e ’90 invecchiati malissimo, Thinner si troverebbe di certo ai primi posti. Non lo rivedevo da veramente tanto, tanto tempo, e ne avevo, tutto sommato, un ottimo ricordo. Nella mia memoria, si trattava di un film di serie B molto cattivo e con un finale beffardo. Insomma, la tipica storia alla Richard Bachman, lo pseudonimo perennemente incazzato e un po’ bifolco di Stephen King. Anche del romanzo non ho poi grosse reminiscenze, devo ammetterlo, perché non è mai stato tra le mie letture preferite: ho sempre pensato che peccasse di un eccesso di sgradevolezza e per me diventa ogni giorno più difficile seguire storie dove ogni singolo personaggio ti urta i nervi.
Bisognerebbe rivederne parecchi, di questi vecchi B movie con all’incirca una trentina d’anni sul groppone, potrebbe essere una cura interessante per una generazione allevata a botte di stereotipi della peggior specie, e sfaterebbe qualche mito su un’epoca d’oro che esiste solo nella mente di chi collega i bei tempi andati con la possibilità di insultare a piacimento senza pagarne le conseguenze.

Qui abbiamo di nuovo Tom Holland dietro la macchina da presa, recidivo dopo il fiasco de I Langolieri, che qui fa tuttavia un lavoro dignitoso, non all’altezza dei film più importanti della sua carriera, ma bisogna considerare che il passaggio dagli anni ’80 agli anni ’90 è stato complicato per molti registi horror, e quindi credo abbia fatto il possibile, date le circostanze. Perché Thinner non è un brutto film, anzi, non è un brutto B movie: è soltanto tremendamente razzista, misogino e, in generale, offensivo nei confronti dell’intelligenza e dell’umana decenza. E sì, ho affermato, anche su queste stesse pagine, che oggi nessuno avrebbe il fegato di girarlo. Ma avrei dovuto aggiungere un meno male.
È oltretutto atroce che, alla sceneggiatura, a fianco allo stesso Holland ci sia Michael McDowell, che ha scritto alcune delle cose migliori del primo Tim Burton.
Ma non c’è da stupirsi più di tanto: nel 1996, questo vomitare odio e disprezzo nei confronti di chi non aveva gli strumenti per difendersi era una cosa del tutto normale, socialmente accettata e apprezzata dal pubblico, specialmente nell’ambito della serie B più becera cui Thinner appartiene.

A sua parziale discolpa, bisogna ammettere che le intenzioni del film non sono mai state apertamente razziste o misogine, anzi, con ogni probabilità voleva andare nella direzione opposta:  racconta di un insopportabile e ricco avvocato di provincia con un serio problema di sovrappeso, che una sera, tornando dai festeggiamenti per una causa vinta, investe un’anziana nomade uccidendola. Il motivo della sua distrazione al volante è che era impegnato a fare altro con sua moglie, per metterla nel modo più elegante possibile.
Il nostro avvocato non arriva neppure al processo perché viene immediatamente scagionato grazie all’intervento di un giudice e di un poliziotto conniventi, quindi il suo crimine resta impunito, mentre le autorità cittadine si affrettano a cacciare la comunità in lutto. Se non altro, il capo fa in tempo a lanciare una terribile maledizione sul responsabile e su chi lo ha coperto. Il nostro amabile protagonista comincia a dimagrire a ritmi vertiginosi, mentre agli altri due accadono sventure analoghe, ma più rapide. E ovviamente letali.

Il film è fedelissimo al romanzo, modificandone, ma solo in parte e solo per le dinamiche con cui si svolgono i fatti, il finale, che qui riesce persino a essere più rivoltante di quello immaginato da King/Bachmann. Ora, il problema è, a mio parere, quanto della discutibile visione del mondo espressa in Thinner sia ascrivibile allo scrittore e quanto sia invece elemento originale del film. Non c’è una risposta semplice o univoca a questa domanda. Di certo l’avvocato Halleck è un personaggio sgradevole in entrambe le versioni, il che ci porta a tentare di discernere la prospettiva tramite cui la storia è scritta e filmata. Il punto di vista è sempre quello di Halleck: da carnefice diventa vittima e, in teoria, dovremmo avere compassione di lui o, almeno, provare a schierarci dalla sua parte, perché se è vero che l’antieroe, quando scritto bene, attira sempre il consenso del pubblico, più complicato è parteggiare per un avvocato privo di qualunque scrupolo morale. Consideriamo poi che gli antagonisti sono ritratti come macchiette, con tutti i cliché tipici dello “zingaro” nell’immaginario della media borghesia, e ci ritroviamo privi di un qualunque collegamento empatico con quanto avviene sullo schermo. Ma ecco che ci pensano Holland e McDowell a fornirci un eroe: l’assassino mafioso interpretato da Joe Mantegna (ovviamente italiano). E qui vi chiedo due minuti di silenzio per processare l’informazione.

Il personaggio di Ginelli esiste anche nel romanzo, ma è proprio qui che libro e film divergono in maniera più evidente: sia su carta che su pellicola, Ginelli arriva ad aiutare Halleck perché in debito nei suoi confronti e perché, in quanto italiano, è di sicuro mezzo zingaro pure lui e quindi conosce i suoi polli; soltanto che King non ne fa un ritratto che ispiri simpatia. Nel film, al contrario, soprattutto per “colpa” di Mantegna, il gangster risulta la figura più umana in un mucchio di insostenibili figurine bidimensionali. Il che si potrebbe anche interpretare in maniera benevola: un boss mafioso è comunque meglio dei bravi cittadini americani. Ma per compiere un’operazione satirica di questo tipo, è necessaria una forma di sottigliezza che, anche con tutti gli sforzi del mondo, non si può attribuire a Thinner.
Alla fine, il film è un grande pasticcio che non riesce a mantenere il controllo delle tematiche affrontare, e spalma tutto in un ammasso uniforme di crudeltà gratuita che va pure a vuoto. Oggi, è imbarazzante assistere alla sequenza al campo nomadi, quando Halleck va a supplicare di togliergli di dosso la maledizione e viene deriso da tutta la comunità, come è insopportabile il carico di disprezzo con cui viene investita la moglie del protagonista.

Perché è un fatto: i parametri e i giudizi cambiano a seconda dell’epoca, la nostra percezione, per fortuna, si modifica e si evolve nel corso degli anni. Ci si può divertire, nel 2021, a guardare Thinner? Nessuno ve lo impedisce, ma deve essere un divertimento consapevole di quello che si sta guardando, altrimenti il rischio è quello di far passare per giuste e condivisibili alcune posizioni che oggi non possono essere più ammesse tra persone civili. E se pensate che un atteggiamento critico nei confronti di prodotti di intrattenimento che hanno accompagnato la nostra infanzia sia un prezzo troppo alto da pagare, è solo perché siete nati e cresciuti protetti e cullati dal privilegio, perché siete sempre stati l’avvocato Halleck e mai il vecchio Lempke. E allora forse una piccola dose della medicina che viene somministrata all’avvocato, farebbe bene anche a voi.

8 commenti

  1. Letizia · · Rispondi

    Madò…quanta verità nelle tue parole.
    Avevo un ricordo discreto di questo film, visto in giovanissima età. Vederlo ora fa riconsiderare un sacco di cose. Sempre lucidissima nelle tue considerazioni. Bravona

    1. Grazie!
      Ieri ho avuto una discussione allucinante in merito, non su questo film, ma su un altro, e proprio non entra in testa che la sensibilità è una cosa che, per fortuna, si evolve. Altrimenti staremmo ancora a bruciare allegramente le streghe.

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    E’ una roba cinica cinica. Sia il romanzo che il film (che ha diversi tratti pastrocchiati, pure). Viviamo in tempi (per dire) in cui i razzisti si lamentano perchè si è razzisti a proposito del razzismo (mi son spiegato a cazzo ma credo che hai capito). Detto questo, come puro intrattenimento e con un atteggiamento cinico verso il cinismo (sono di nuovo ridondante) si può guardare e pure divertirsi. Giusto l’altro pomeriggio ,facendo zapping con la mia compagna in cattività forzata, mi sono imbattuto in un b-movie italiano con Gigi ed Andrea di ambientazione calcistica… Ridevo non per le pietose gag ma pensando a quanto quelle cose oggi “non si possano dire” . Eppure l’umanità non è migliorata, anzi. Ne ho visti CINQUE MINUTI . Giocatore biondo non macho che si chiama KEKKONEN….Forse nel loro essere diseducative in senso ampio, queste “opere” qua avevano una certa ingenuità. Parlando di pellicole a tutt’altro livello si può pensare ad esempio al silenzio degli innocenti. Semplicemente NON SI PUO’ PIU’ FARE, oggi. Ma nulla è migliorato, anzi.

    1. Ma in realtà le cose, almeno per le minoranze, sono cambiate: la vita di molti gruppi marginalizzati è migliore ora di quanto non lo fosse 30-40 anni fa, e parte del miglioramento è anche dovuta a un cambio nel linguaggio, inteso non solo come scelta dei termini (oggi, per fortuna, un personaggio chiamato KEKKONEN non potrebbe passare. Oddio, forse in Italia sì, ancora passerebbe), ma proprio come linguaggio visivo e narrativo usato dall’intrattenimento popolare.
      La differenza è che ora esiste una pluralità di voci che allora non esisteva, e il problema è che una generazione cresciuta a pane e spazzatura tipo tutta la commedia italiana anni ’80 in blocco, non si rassegna, si sente perseguitata per i suoi gusti di merda e non accetta che certe cose non le possa più dire.
      Non perché prima andassero bene, ma perché ora noi non abbiamo paura di mandare certa gente nelle fogne da cui provengono.
      E loro piangono disperati

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Ecco, io forse non arrivo a buttar via l’intera commedia italiana anni ’80 (un esempio? Compagni di scuola di Carlo Verdone, del 1988, impietoso ritratto delle ipocrite rimpatriate scolastiche che mi fa ridere amarissimo ad ogni visione) ma certo si salva poco, considerando pure il fatto che in questo decennio nascono ufficialmente i famigerati cinepanettoni (con tutto il carico di “finezze” e stereotipi annessi e connessi) 😦
        Tornando a Thinner cosa dire, se non che nemmeno io credo che razzismo e misoginia fossero intenzionali, tutt’altro. Nonostante questo, però, il risultato finale ha di fatto spinto proprio nella direzione che si voleva evitare ed è una cosa da tener bene a mente una volta di più, qualora lo si volesse rivedere oggi…

        1. Sì, però quella di Verdone è una commedia d’autore, con un livello di sofisticazione rarissimo in quel momento storico nel nostro paese.
          Poi pure lui è scaduto, nel corso degli anni, ma Compagni di Scuola è un capolavoro. Siamo perfettamente d’accordo!

  3. un altro film di cui avevo totalmente rimosso la memoria.
    a quanto sembra, fortunatamente anche

    1. Sì sì, la tua memoria selettiva ti ha usato una grande cortesia!

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