Cinema degli Abissi: Breaking Surface

Regia – Joachim Hedén (2020)

L’ultimo film che ho visto nel 2020, nonché la prima recensione del 2021, mi fa rimpiangere di aver compilato la classifica troppo presto. Se lo avessi visto con qualche giorno di anticipo, molto probabilmente avrebbe scalzato diverse posizioni, questo Breaking Surface. Io sono di parte, è chiaro, perché si tratta di un film in cui lato tecnico delle immersioni, in particolare di quelle invernali, è trattato con una perizia e una serietà che di rado si vedono in quel di Hollywood. E infatti non parliamo di un film americano, ma svedese, firmato da un regista alla sua prima prova nel cinema di genere. E che prova impressionante, che controllo assoluto dei meccanismi della tensione, che coraggio, anche, nel non andare mai sopra le righe e nel rifuggire le esagerazioni che, spesso, sono parte naturale e integrante del filone “sopravvivenza ad alta profondità”.

Una muta stagna Santi è per la vita

Ida (Moa Gammel) e Tuva (Madeleine Martin) sono due sorellastre con in comune la passione per le immersioni. Per la prima, la maggiore, si tratta di un hobby, mentre la seconda ne ha fatto un mestiere e la vediamo rischiare allegramente la vita per la negligenza altrui nell’alloggiamento di una gigantesca elica. Insieme alla madre, anche lei diver, programmano un’immersione invernale in Norvegia, nel periodo delle feste. Il primo intoppo è che la mamma non si sente tanto bene e Ida e Tuva devono andare da sole; il secondo intoppo è che tra le due sorelle c’è un po’ di ruggine, dovuta soprattutto al rapporto privilegiato di Tuva con la mamma, cosa che Ida non ha mai sopportato più di tanto. Come se non bastasse, Ida si sente in una posizione di inferiorità rispetto a Tuva, quella brava ad andare sott’acqua, mentre Ida è una dilettante, e Tuva glielo fa notare in diverse occasioni.
Ma il terzo intoppo, quello vero, arriva quando una frana fa precipitare un masso sulla gamba di Tuva durante l’immersione, bloccandola sul fondo: a Ida toccherà fare di tutto per salvarla, mentre l’aria finisce e le opzioni si assottigliano.

Andare sott’acqua in pieno inverno è una bella sfida. Io l’ho fatto, ma in Toscana, e quindi in un clima che può definirsi mite anche a fine dicembre. Breaking Surface parla di immersioni in Norvegia mentre in superficie nevica e la temperatura, fuori dall’acqua, è sotto lo zero. Siamo abbastanza vicini al confine tra immersione ricreativa e immersione tecnica, e infatti le nostre protagoniste non scendono oltre i 30 metri, e anche così, il loro equipaggiamento è una roba che io, con la mia umile semistagna, me la sogno la notte. Ecco, come ho detto prima: Breaking Surface è un film molto accurato, ma non è mai pedante nella sua accuratezza. Ti mostra il necessario affinché tu possa capire come funziona questo tipo di immersione, ti illustra i rischi, ma senza per questo stare a rimarcarli troppo: per Tuva è routine, per Ida un po’ meno, ma sono entrambe esperte e non vengono presentate al pubblico come due incoscienti che si lanciano in una sciocca avventura. Quello che capita loro è pura sfiga.

Breaking Surface: il titolo è indicativo di ciò che dovrà fare Ida per assicurare la sopravvivenza della sorella, ovvero salire in superficie parecchie volte e poi riscendere, pagandone le conseguenze a livello fisico. Anche la decompressione è trattata in maniera molto seria, in questo film. Insomma, niente risalite a pallone e poi tutti a bersi una birra in compagnia. Qui l’embolia è sempre in agguato e bisogna fare attenzione, alzando così il livello di pericolo e la posta in gioco.
Gran parte del film si svolge, appunto, in superficie, dove Ida deve recarsi per recuperare una serie di oggetti, molto pochi, dato che la frana ha anche sepolto il loro equipaggiamento a terra. Se pensate che aprire il bagagliaio di un auto senza chiavi sia un’operazione semplice o noiosa, guardate il film e cambierete idea.

Il successo di un film come Breaking Surface risiede spesso nella gestione del ritmo, perché dopotutto hai una situazione statica: due personaggi, di cui uno bloccato sul fondale e l’altro che non ha poi tutta questa libertà di movimento, essendo a piedi in mezzo a un fiordo quasi del tutto disabitato. E qui interviene il montaggio a dare alla vicenda tutto il dinamismo di cui ha bisogno, sia sopra che sotto l’acqua. Gli stacchi di Frederik Morheden catturano tutta la frenesia della situazione, l’angoscia di avere i minuti letteralmente contati, e la disperazione di ogni tentativo andato a vuoto.

Eppure, anche tutto questo non sarebbe sufficiente se dei due personaggi non ci importasse niente. Ida e Tuva, raccontate tramite gesti e sguardi più che tramite i dialoghi tra le due (che non sono poi moltissimi) sono anche loro plausibili e vere; è giusto che Tuva, la professionista, mantenga la calma anche nei momenti peggiori, come è plausibile che a Ida cedano i nervi, dato che non solo si trova a dover ricoprire un ruolo più adatto alla sorella, ma è psicologicamente minata dal continuo fare su e giù dal fondo alla superficie: esausta, divorata dal senso di colpa per un fatto avvenuto parecchi anni prima, gravata anche dai suoi problemi personali, Ida non è un’eroina, è una persona come tante in circostanze estreme, e quindi sbaglia, fa danni, lascia cadere le bombole piene, non ha il tempo di controllare se le valvole funzionano, presa dalla fretta non fa la sosta che potrebbe evitarle l’embolia, commette anche un’azione abbastanza riprovevole, a dimostrazione del fatto che gli svedesi non hanno alcun interesse a conferire ai loro protagonisti un’aura di santità. E tuttavia, stiamo con lei per tutta la (breve) durata del film e la sua ordalia è anche la nostra.

C’è poi da dire che il rapporto tra sorelle, anzi, come ci tiene a far notare Ida, sorellastre, è, anche quello, scritto con un’ottima capacità di sintesi. Non abbiamo bisogno né di lunghe scene-spiegone, né di conversazioni a 30 metri sott’acqua dal sapore risolutivo per comprendere come Ida e Tuva si vogliano, nonostante tutto, molto bene, anche se la loro relazione è complicata. In Breaking Surface ogni cosa è ridotta all’osso, all’essenziale, è tutto un esercizio di sottrazione, ma questo non gli impedisce di tenerti col culo incollato alla poltrona a soffrire per poco più di un’ottantina di minuti.
Aggiungete due attrici che sanno emozionare anche bardate con maschera ed erogatore, e avrete il vostro thriller claustrofobico per cominciare al meglio il nuovo anno.

3 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Ero sicuro ti sarebbe piaciuto.
    Io l’ho ammirato ma non mi ha convinto appieno, un pò per psicologie tratteggiate in maniera elementare, un po’ perchè avrei preferito fosse durato magari un quarto d’ora in più mostrando un po’ il calvario di Tuva, immersa in un fondale gelato in attesa del ritorno della sorella. Adottare soltanto la prospettiva di Ida ha reso la pellicola più tesa e sbrigativa ma anche un po’ impersonale, a mio parere. Lana caprina, comunque, il film intrattiene, commuove e tiene in tensione, sono io che sono rompic…

    1. Guarda, in realtà è un punto di vista che capisco, però a me è piaciuta proprio la scelta di fare tutto dal punto di vista di Ida, perché Tuva, alla fine, può fare poco se non stare ferma sotto al masso e, cinematograficamente, a meno di non infestare le scene di flashback e visioni, non c’è moltissima libertà di manovra.
      Invece Ida, che è anche meno esperta della sorella, ha più cose da fare.
      Inoltre Tuva ha una muta stagna Santi, non soffre il freddo e sta all’asciutto 😀

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sembrerebbe quasi essere una sorta di versione svedese, al netto della presenza di squali e gabbie d’osservazione marine, di 47 meters down…

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