Pillole Natalizie

Con ogni probabilità passeremo queste feste chiusi dentro casa e in austera solitudine, quindi credo sia proprio il caso di fare una scorta di film dell’orrore di cui, state tranquilli, soltanto uno è a tema natalizio, mentre gli altri sono il solito mucchietto di horror indipendenti che la vostra affezionatissima colleziona periodicamente. Però, dato che a Natale sono buona persino io, questa volta ho cercato di farvela più facile del solito, e ne potrete trovare un paio su Netflix o Prime, senza dovervi sbattere troppo tra ricerche impossibili nei meandri della rete.
Il puntatone della pillole di oggi è speciale, più ricco del solito, quindi mi sbrigo a cominciare che ci sono sei film di cui parlare in maniera sintetica e stringata.

Si comincia con l’unico horror la cui ambientazione è in linea col periodo: Deathcember è un produzione tedesca e statunitense, finanziata con un crowfunding un paio d’anni fa, ed è una specie di ABCs of Death sotto l’albero di Natale: consta infatti di 24 (in realtà 26, perché ci sono un paio di bonus durante i titoli di coda) episodi che vanno a comporre un’ideale calendario dell’avvento dell’orrore. Per la maggior parte, sono diretti da registi esordienti, che provengono dai quattro angoli del globo e, come spesso accade in operazioni simili, si oscilla dall’ottimo all’imbarazzante. Ce ne sono alcuni molto pregevoli, altri che sarebbe stato proprio meglio non mostrare al pubblico. Duole ammetterlo, ma tra i peggiori si piazza tranquillamente quello a firma del redivivo Ruggero Deodato. Ma sappiamo tutti a cosa andiamo incontro quando ci confrontiamo con questo tipo di antologie fatte con pochissimi soldi. C’è un segmento bellissimo con Pollyanna McIntosh alla regia, si intravedono icone del genere come Barbara Crampton e Tiffany Shepis, e c’è un episodio animato che non penso dimenticherete facilmente. La brevità dei singoli corti aiuta a far passare in maniera abbastanza indolore anche quelli meno interessanti e, in fin dei conti, si tratta di un passatempo piacevole per accompagnarvi durante le feste.

C’è poi il remake di Castle Freak, prodotto da Charles Band e Fangoria con la partecipazione di Barbara Crampton che, ahimè, non appare neanche un minuto, con mia enorme delusione. Ve lo dico subito perché magari anche voi lo avreste guardato sperando di vederla in tutto il suo splendore, e invece niente. Su questo film andrebbe fatto un discorso lunghissimo, ma non ne abbiamo il tempo: diretto dal truccatore Tate Steinsiek, girato in Albania con il budget che di solito va a coprire il pranzo per la troupe di una produzione normale, Castle Freak 2020 è recitato da una muta di cani da slitta, montato senza un briciolo di ritmo e anche girato senza la più pallida idea di cosa sia una messa in scena.
Ma poi avvengono gli ultimi quindici minuti e io vi giuro su quanto ho di più sacro che non ho mai visto, neppure nel recente e splendido Color Out of Space di Stanley, una tale esplosione di delirio cosmico lovecraftiano, condito con dosi di splatter da far venire il mal di testa e Grandi Antichi scatenati. Se doveste scegliere di vederlo, fatelo a vostro rischio e pericolo. Magari vi fate un sonno per un’ora e mezza (è pure lungo, purtroppo), ma ricordatevi di mettere la sveglia e godervi l’impazzimento assoluto della parte finale.

Restando sempre in ambito di B movie costati una miseria, ci spostiamo in Canada e andiamo a tributare i giusti onori a Spare Parts, diretto da Andrew Thomas Hunt, che se lo è pure montato (molto bene, direi) e, si vede, ha messo anima e corpo in questo piccolo film violentissimo, sordido e anche un po’ abietto. È la storia di una band di sole donne, le Ms. 45 (e già per questo dovreste amarlo). che dopo un concerto in un localaccio con tanto di rissa sul palco, hanno la sfiga immane di bucare una gomma del loro furgone. Soccorse, si fa per dire, dallo sceriffo, vengono portate in uno sfasciacarrozze e lì narcotizzate. Al loro risveglio, si ritrovano con delle armi montate al posto delle braccia e immediatamente buttate in un’arena dove sono obbligate a combattere come gladiatrici.
Sì, lo so, la premessa è demente, ma vi assicuro che il risultato diverte quanto basta, soprattutto perché un paio delle protagoniste sono stunt prima che attrici e la cosa aiuta moltissimo a rendere credibili i combattimenti. Il sangue scorre a fiumi, abbiamo gradevolissime citazioni da Evil Dead, con motoseghe innestate sugli avambracci, morti spettacolari e tanta, tanta azione. Sarà perché un pochino, in gioventù, la vita di una band di sole donne in ambientini poco igienici l’ho sperimentata, ma sono rimasta coinvolta forse più del dovuto da questo infimo low budget. Chi lo sa, magari potrebbe esaltare anche voi.

Alziamo, anche se di poco, l’asticella della qualità e del buongusto, ma restiamo sempre in territorio canadese, e parliamo si Z, l’amico immaginario che ogni bambino vorrebbe accanto. Anche qui si parla di film a basso costo, seppure con qualche ambizione in più e persino una certa eleganza e pulizia nella regia, a firma di Brandon Christensen, che mostra di avere delle ottime idee per la creazione di un’atmosfera di puro terrore e di saper anche piazzare quei due o tre jump scares da manuale: il piccolo Joshua ha 8 anni ed è in tutto e per tutto un ragazzino normale, almeno fino a quando non comincia a giocare con un certo Z, un amichetto immaginario dall’aspetto non proprio rassicurante (come da reperto fotografico) e dai modi un po’ bruschi, che consistono nel gettare i compagni di scuola giù dalla scale e altre amenità del genere. La madre dovrà quindi capire che Z è solo frutto della psiche del bambino o se, al contrario, si tratta di un’entità malevola che ha deciso di possedere suo figlio. Z regge molto bene per tutta la prima parte, poi purtroppo cala un po’ e perde il ritmo, ma vale la pena continuare a guardarlo per l’interpretazione gigantesca di Keegan Connor Tracy, quella che veniva uccisa da un airbag in Final Destination 2 e che qu in pratica regge l’intero film da sola. Le sembianze di Z sono davvero spaventose e, anche se si vede poco, non so se per questioni di budget o per scelta artistica, vi assicuro che ha il potenziale per procurarvi un paio di brutti sogni. 

È una commedia, è un survival, è un musical hip hop, è un saggio sul conflitto generazionale e la lotta di classe, è Get Duked. Con questo ce ne andiamo in Scozia, perché mancava, in questa breve rassegna, la superiore razza britannica: quattro ragazzini problematici partecipano, contro la loro volontà, al Premio Duca di Edimburgo, che consiste nel trascorrere qualche giorno a campeggiare nelle Highlands per vincere una inutile targa e una pacca sulla spalla. Peccato che nelle ridenti campagne scozzesi ci siano dei vecchiacci ricchissimi e armati di fucili spade e cattive intenzioni che vogliono dare la caccia ai giovani di bassa estrazione sociale allo scopo di liberare il mondo dalla feccia. Aggiungete un gruppo di contadini strafatti di escrementi di lepre (non chiedete, guardate il film) e i poliziotti più inetti dai tempi di Hot Fuzz, e avrete un frullato di pura dinamite. Fin’ora abbiamo parlato di roba destinata a un ristretto e selezionatissimo gruppo di irriducibili e appassionati: Get Duked potete farlo vedere a chiunque e, se ha il cuore al posto giusto e il senso dell’umorismo non moribondo, lo apprezzerà e vi ringrazierà. Lo trovate su Prime, per la vostra gioia e di chi vi sta accanto. Film della vigilia, senza scuse.

Questo invece è impegnativo e richiede un minimo di concentrazione, com’è d’uopo quando si parla di viaggi e paradossi temporali. Fanta-horror coreano, prodotto da Netflix e diretto dall’esordiente Chung-Hyun Lee (che ha 30 anni, in pratica è ancora in fasce), The Call è la storia di una giovane donna che riceve una telefonata dalla sua stessa casa, ma a vent’anni di distanza, da una sua coetanea con una situazione personale e famigliare, mettiamola così, complicata. All’inizio le due stabiliscono un profondo legame di amicizia, e anzi, una contrae con l’altra un enorme debito di gratitudine. Peccato che la ragazza che chiama dal passato sia una serial killer e che il futuro possa essere cambiato, in meglio, ma anche e soprattutto in peggio.
The Call ha una struttura complicatissima, però è anche molto coerente con il suo punto di partenza. Ogni tanto, ma credo sia normale dato il tema, sbarella e si avvicina pericolosamente a quello che gli esperti definiscono “buco nella trama”, ma poi si riprende sempre all’ultimo istante e procede con questa coerenza granitica, che è il suo punto di forza maggiore.
Tra i film presenti in questa breve lista è di sicuro il più bello esteticamente, quello con più classe, più soldi, attori migliori (c’è Jong-seo Jun, la protagonista di Burning), più professionalità in campo. Ma se lo vedete in pieno abbiocco post-prandiale il giorno di Natale, rischiate che vi rimanga tutto sullo stomaco e non ci capiate niente. Non è un B-movie, anzi, siamo in piena serie A, ed è uno di quei film che continueranno a ronzarvi in testa e, come un rompicapo, vi farà passare parecchie ore a chiedervi se torna tutto. Se non vi disturba un tasso di crudeltà oltre il livello di guardia, potrebbe essere un simpatico passatempo per tutta la famiglia.

5 commenti

  1. Mi aspettavo più film natalizi 😂

  2. Get Duked e The Call sono sui miei radar da almeno un paio di mesi, ma come al solito a casa Bolla il lockdown non esiste, spesso per fortuna, ma spesso anche purtroppo. Saprò cosa fare anche l’anno prossimo, mi sa XD

  3. Grazie Lucia,
    dei film da te segnalati ne ho visti la metà. Get Duked secondo me aveva grandi potenzialità ma si perde prestissimo, tanto da risultare alquanto noioso; Z mi è piaciuto e il remake di Castle Freak mi ha colpito tantissimo un po’ per il delirio finale lovecraftiano che anche tu citavi, un po’ perchè c’entra poco e niente con l’originale di Yuzna (che io adoro).
    Ho visto che il film a episodi dura quasi 2 ore e mezza…. magari vedendomelo a rate ci provo; Spare Parts e The Call mi intrigano.

  4. Spare parts sembra una bella trashata!

  5. Beh, adesso qualcosa da guardare per le feste ce l’ho 😉
    The Call m’intriga particolarmente, devo dire. E, a proposito di Castle Freak, grazie per la dritta lovecraftiana: sapendo dell’assenza di Barbara Crampton, stavo già pensando di saltarlo del tutto…

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