She Dies Tomorrow

Regia – Amy Seimetz (2020)

AVVERTENZA: Questo film contiene dosi abbondanti di mumblegore, nonché Adam Wingard in persona, quindi a molti di voi risulterà indigesto. Ma che dico indigesto: lo odierete con tutta la forza che avete in corpo e direte anche che non è affatto un film dell’orrore, che non si capisce bene cosa sia o cosa voglia essere.
Ora, se un minimo vi fidate di me, dopo tutti questi anni, prendete per buona la definizione di horror e più non domandate. Ci torneremo poi.
Nel frattempo, chi diavolo è Amy Seimetz?
La maggior parte di voi la conosce come attrice, ma non di quelle famose. Una faccia apparsa in diverse produzioni, indipendenti e non: da You’re Next (dove interpretava la fidanzata di Ti West), passando per Alien: Covenant, fino ad arrivare all’ultimo Pet Sematary, che è quello più interessante, in questa sede, per ragioni non artistiche, ma economiche.
Ma Seimetz è anche una regista, una sceneggiatrice e una produttrice: il suo esordio dietro la macchina da presa è datato 2012, ed è tra i creatori della serie The Girlfriend Experience.
Nel 2019 accetta il ruolo di Rachel in Pet Sematary, prende il suo bell’assegno e lo usa per finanziare She Dies Tomorrow, che è un film a bassissimo costo, girato nel suo appartamento, con troupe e cast di vecchi amici.

She Dies Tomorrow comincia con una giovane donna di nome Amy (Kate Lyn Sheil) che un giorno, di punto in bianco, si sveglia convinta di dover morire l’indomani. Non è un semplice sentore o un sospetto, il suo: è la certezza assoluta che la sua esistenza sia arrivata al capolinea e che non c’è nulla che lei possa fare per impedirlo. Ne parla alla sua migliore amica Jane (una formidabile Jane Adams) e le trasmette la stessa convinzione, e così via con tutta la gente con cui le due donne vengono in contatto, scatenando quella che è, di fatto, un’apocalisse su piccola scala. Per ovvi motivi, noi vediamo gli effetti del contagio soltanto su un pugno molto ristretto di personaggi: il budget del film non permette di certo scene di massa. Ma l’atmosfera apocalittica è perfettamente resa anche così, non preoccupatevi.
She Dies Tomorrow è quindi un film pandemico, dove il virus è la paura. Insomma, anche se non ci sono sbudellamenti o mostruosità assortite, vi sfido a trovare una tematica più horror di questa.

Poi Seimetz ha anche un concezione dell’umorismo macabro tutta sua, del tutto nelle mie corde, ma anche molto dura da digerire, e quindi spesso il film assume i toni di una commedia nerissima e parecchio stralunata che ha come oggetto il terrore paralizzante di dover morire.
Molto spesso ci siamo posti la domanda su cosa faremmo se conoscessimo in anticipo la data della nostra morte. La risposta di Seimetz è, secondo il mio umile punto di vista, la più azzeccata: ci aggireremmo instupiditi e in preda allo stordimento senza sapere bene cosa combinare col tempo che ci rimane.
Non ha alcuna importanza che la certezza della propria morte sia fondata o che si tratti di una sorta di malattia il cui sintomo principale è questa paura cieca; non è necessario che la morte dei personaggi si verifichi sul serio, in altre parole. Non è la morte, il virus, è il terrore. E ciò che rende così interessante She Dies Tomorrow sono le reazioni dei vari personaggi a questo terrore.

Seimetz ha dichiarato di aver scritto She Dies Tomorrow per venire a patti con la morte di suo padre, e ha anche aggiunto di essere consapevole di come un film del genere sia un metodo molto poco ortodosso per superare un lutto. Eppure, per quanto contorto possa apparire, è assolutamente condivisibile.
Abbiamo parlato tante volte del fatto che l’horror sia l’unico genere che, per sua stessa natura, affronta di petto il problema non solo esistenziale, ma concreto della morte. She Dies Tomorrow sceglie un approccio esistenziale: di cadaveri non se ne vedono quasi. L’unico morto vero e proprio che appare nel film è sempre fuori campo e tutta la narrazione si basa sull’anticipazione dell’evento, che non sappiamo neppure se arriverà o no. Più che un film su quello che accade quando si conosce in anticipo la data della propria morte, è un film su quello che accade quando si viene investiti dall’improvvisa consapevolezza che un giorno moriremo.

La scomparsa di un genitore porta dritta a quella consapevolezza. Ora immaginate che non si tratti solo di un istante di rivelazione messo subito da parte, ma che somigli più a un tormento costante, un’angoscia che ti divora ogni secondo, e avrete ben chiaro in mente quello che passano i protagonisti di She Dies Tomorrow. Noi ci possiamo liberare della consapevolezza trovando una qualche fonte di distrazione: il virus (se di virus si tratta, ma lasciatemi passare il termine forse improprio) non permette alcuna distrazione. È un pensiero fisso, dal quale non ci può liberare in nessun modo, che invade tutto il tuo spazio mentale.
Io la capisco perfettamente, a Amy Seimetz, e capisco che dirigere un film come questo, svilupparlo e realizzarlo mettendo i soldi di tasca propria, deve essere stato quasi una questione di sopravvivenza, per lei.

Io vi avviso: She Dies Tomorrow vi irriterà come non mai, avrete la tentazione di mollarlo al suo destino entro i primi quindici minuti, mi maledirete per avervi consigliato di sottoporvi a questa esperienza estenuante, a questo continuo girare a vuoto dei personaggi, ma credo anche che alcuni di voi, dopo l’ingresso in campo di Jane Adams sperimenteranno anche una curiosa forma di ipnosi e non riusciranno più a staccare lo sguardo dallo schermo: è un film faticoso, indisponente, a tratti incomprensibile, forse perché tanto, troppo personale, ma se riuscirete a farvi risucchiare dal suo flusso di immagini, ne sarete conquistati.
She Dies Tomorrow conclude l’ideale trittico estivo di horror importanti e “pesanti” diretti da donne. Tra questi è il più originale, nonché il più bizzarro (sì, anche più bizzarro di Amulet), ed anche quello che si appoggia meno sui classici tropi del genere.
Certo, la componente mumblegore può respingere qualcuno, e anche la cripticità del finale, che non offre una vera risoluzione, ma soltanto perché non ce n’è alcun bisogno. Se vi piacciono gli horror cerebrali e un po’ ermetici, lo amerete. Altrimenti, statene alla larga e poi non dite che non vi avevo avvertito.

7 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Più ne sento parlare, di questo film, meno mi sento pronto per vederlo.
    Non so se è perchè è estate, o meglio quel periodo nel quale l’estate sembra ti stia per scivolare dalle mani, o perchè il mumblecore mi mette più a disagio dell’horror, o perchè di virus ne abbiamo sentito parlare abbastanza di questi tempi. Mi sa che continuo a virare – come ho fatto spessissimo in questi giorni – verso horroretti beceri e scacciapensieri (a proposito, a quando un bel post di pillole estive?).
    Grazie Lucia

    1. Il post di pillole estive arriva la settimana prossima, con tutti gli horror che ho visto e non ho recensito. Ne parlerò lì, ma se in questo periodo sei per gli horror scacciapensieri, lo hai visto Sputnik, per caso? A me ha divertito moltissimo!

      1. Blissard · · Rispondi

        Ancora no, ma se lo consigli mi fiondo

    2. Giuseppe · · Rispondi

      Forse mumblegore e cripticità, in questo frangente, sono componenti necessarie per indurre a una riflessione sulla paura di morire senza trattarla in modo eccessivamente brutale (diretto sî, ma non brutale)… Il lato pandemico e l’efficace realizzazione a basso budget, poi, mi fanno intravedere nel film di Seimetz anche degli echi di Pontypool (tenendo ovviamente conto delle tematiche differenti).

      1. Sì, diciamo che Pontypool ha uno stile di regia più aggressivo e meno rarefatto di questo. Però sono entrambi film su dei contagi molto particolari. Potrebbero essere una double feature.

  2. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    “è un film su quello che accade quando si viene investiti dall’improvvisa consapevolezza che un giorno moriremo”. A me basta questo, ma considerando che sono anche un’ammiratrice del mumblecore, quasi sicuramente questo film farà al caso mio.

    1. Se ti piacciono certe atmosfere horror indie, allora sì, fa decisamente al caso tuo!

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