Zia Tibia va negli Anni ’90: La Mummia

Regia – Stephen Sommers (1999)

Dico, potevo lasciar passare l’estate senza un post su La Mummia? No, certo che no. Siamo arrivati al penultimo articolo (il meglio degli anni ’90 me lo sono lasciato per l’ultimo) e credo sia interessante affrontare un film che, in parte per la sua storia produttiva, lunga e complicata, in parte per il suo mischiare horror, avventura e commedia, è antitetico a moltissimi horror di serie B del periodo di cui ci siamo occupati nelle scorse settimane. In un certo senso, La Mummia chiude l’horror anni ’90 e apre un’epoca molto confusa e poco definita per il genere, ovvero il primo decennio del nuovo secolo.
Se l’horror anni ’90, infatti, si barcamenava tra esigenze di natura commerciale e retaggi del decennio passato, con molti registi importanti ancora attivi e in gran forma, ora sono gli studios a tentare di prendere in mano il cinema dell’orrore, con risultati altalenanti. La Mummia è una creatura degli studios, della Universal in particolare, ed è proprio il processo che ha portato alla sua realizzazione che ci consente di riassumere in poche righe l’andamento del genere dai primi anni ’90 alla fine del millennio.

Ormai possiamo affermare senza tema di essere smentiti che, quando la Universal si trova in crisi, mette in cantiere un remake de La Mummia aggiornato ai gusti del momento. A volte gli dice bene, come nel 1999, altre malissimo come nel 2017, e la differenza tra i due film non è soltanto qualitativa, anche se tra Sommers e Kurtzman c’è un abisso che non credo sia necessario neppure spiegare: la differenza è che il primo film ha colto in pieno la direzione non solo dell’horror (perché definire La Mummia un horror non è del tutto corretto), ma dei blockbuster in generale; il secondo non ha proprio capito nulla del suo tempo e dei suoi potenziali spettatori.
Eppure, non è stato facile arrivare a girare La Mummia così come noi la conosciamo. Il progetto risale addirittura al 1992, quando alla Universal decidono di fare una serie di remake dei classici degli anni ’30 (sì, anche questa un’idea ricorrente), cominciando proprio con La Mummia di Freund.

Dovevano, in teoria, essere degli horror a basso budget, al massimo 10 milioni di dollari l’uno, e il primo regista a essere interpellato è Clive Barker, che scrive una sceneggiatura ultra gore e piena dei sotto-testi sessuali tipici del suo stile. Alla Universal prende una sincope e Barker viene cacciato a pedate. È il turno di Joe Dante, che propone una versione contemporanea, dove appaiono per la prima volta gli scarafaggi carnivori, poi inseriti nello script finale, ma anche questa volta non se ne fa niente. Per farvela breve, si avvicinano al remake de La Mummia anche Romero, Craven e persino Mick Garris, tutti con una propria visione. Quella di Romero, una sorta di zombie movie con Imhotep rigenerato costretto a vivere nella New York degli anni ’90, era forse la più interessante, però i produttori la considerarono troppo dark e violenta e, anche questa volta, La Mummia finì nel limbo conosciuto ai più come development hell.

È qui che il nostro eroe Sommers si presenta alla Universal con l’idea per un film che sia un frullato tra il vecchio La Mummia del ’32, la serie di Indiana Jones e i mitologici anni ’60 con gli effetti di Harryhausen tipo Gli Argonauti. La produzione è entusiasta, ma si rende conto che, per sviluppare un simile concept, sono necessari molto più dei 10 milioni previsti in origine. E così, La Mummia, da horror low budget con la regia di un autore esperto nel genere e proveniente dal retroterra culturale del cinema dell’orrore anni ’80, si trasforma in un blockbuster da 80 milioni di dollari diretto da un regista relativamente giovane e con una visione diametralmente opposta a quella dei suoi colleghi più navigati.
Le riprese si svolgono in Marocco, da inizio maggio a fine agosto del 1998, con troupe e cast che rischiano allegramente la vita in svariate circostanze, a causa di disidratazione, tempeste di sabbia, ragni, serpenti e scorpioni. Degli 80 milioni di dollari, 15 se ne vanno soltanto in effetti speciali digitali forniti dalla Industrial Light & Magic.

Uno degli elementi più interessanti, riguardo a La Mummia e al suo rapporto con blockbuster hollywoodiano di cui, lo abbiamo visto, è parte integrante, è che si tratta di un film unico nel suo genere. Il successo strepitoso del film, che ancora oggi può vantare un incasso nel fine settimana d’apertura di proporzioni epiche, farebbe presagire tutta una fioritura di cloni e film sulla sua falsariga. E invece, se si escludono i due (brutti) seguiti e lo spin-off (orrido), La Mummia resta un caso isolato. Per nominare un qualcosa che gli somigli vagamente, devo ricorrere a I Pirati dei Caraibi, ma la sto davvero tirando per i capelli.
Se l’horror, infatti, agonizza e diventa un affare di proprietà di case di produzione prive di qualunque scrupolo e intente a monetizzare soltanto su opere già famose, e in questo La Mummia inaugura una tendenza, non c’è il tempo materiale di metabolizzare il trionfo di Sommers che nei cinema di tutto il mondo arrivano gli X-Men, e lì la storia cambia faccia all’improvviso. La ovvia, sulla carta, resurrezione del cinema d’avventura non si verifica e forse è anche per questo che La Mummia rimane, ancora oggi, un’esperienza molto divertente e, da un certo punto di vista, irripetibile: non è stato banalizzato da una progenie di film fotocopia.

Sommers, che è uno dei registi più vituperati al mondo (in parte a ragione, se penso a Van Helsing, a torto se penso a Odd Thomas), ha ben chiaro in mente cosa vuole ottenere, plagia Spielberg senza vergogna ma con la mano pesantissima che lo contraddistingue e, alla fine, realizza l’unico erede di Indiana Jones che valga la pena vedere, azzeccando il casting con una formidabile alchimia, scegliendo una perfetta ambientazione negli anni ’20 e miscelando i toni e i registri come non sarebbe più riuscito a fare in tutta la sua carriera.
Brendan Fraser e Rachel Weisz fanno scintille: entrambi agli albori di due vicende professionali che avrebbero preso direzioni molto diverse, purtroppo per Fraser, ma col carisma dei divi d’altri tempi, funzionano sia nelle sequenze d’azione che in quelle da screwball comedy, e le loro spalle comiche non sono da meno. Parliamo di John Hannah, dopotutto, non proprio l’ultimo arrivato.

A rivedere La Mummia non ci si annoia mai: se lo passano in tv non ti viene neanche in mente di cambiare canale ed è quasi incredibile come resista all’invecchiamento, se si esclude qualche vfx un po’ datato e tipico dell’epoca. Il suo connubio, estremamente fluido, tra elementi horror, d’azione, di commedia e d’avventura è senza tempo; si tratta di un tipo di film, sempre più raro, anzi quasi estinto, che lavora a un livello di puro intrattenimento ma senza svilire lo spettatore. Gioca con lui, si diverte insieme a lui. Ammicca al passato senza essere citazionista o metacinematografico, perché non ha alcun pudore nel mostrare i propri punti di riferimento, ma non ha nei loro confronti un atteggiamento distaccato o ironico. È affettuoso e scanzonato e io credo che sarà il primo “horror” che farò vedere a mio nipote, perché mai come nel caso de La Mummia è valido l’assioma del divertimento per grandi e piccini. Ulteriore punto a suo favore, pur essendo rivolto a un pubblico di ogni fascia d’età, fa a meno del tipico personaggio dell’odioso marmocchio, cosa che purtroppo non si può dire del sequel datato 2002.
In occasione del ventennale, caduto l’anno scorso, è stato definito “il film perfetto” e, dopo averlo rivisto l’altra sera per scrivere questo articolo, devo dire che sono d’accordo al cento per cento con la definizione.
Articolo dedicato al mio amico Davide.

 

8 commenti

  1. Bellissimo film, mia zia lo ha in dvd e me lo sono visto decine di volte^^

  2. valeria · · Rispondi

    uno dei film che riguardo più spesso e sempre con immenso piacere. invecchiato benissimo. nonostante lo sappia a memoria (persino le battute in quello che spacciano per egiziano antico XD) non mi annoia mai. ti confesso che a me piace molto anche il secondo, per un puro e semplice motivo: l’ampliamento della parte di anck-su-namun, che diventa coprotagonista a tutti gli effetti e che ho sempre adorato nonostante (o forse proprio per) la sua bastardaggine 😀

  3. Grazie per la dedica, e per l’articolo.
    Uno dei motivi, io credo, per cui un film come La Mummia non è riuscito a generare un trend è il fatto che non puoi fare La Mummia “dark and gritty”. Puoi provarci, ma il film collassa.
    E il pubblico, col nuovo millennio, vuole sempre più spesso film che portino sullo schermo le sue nevrosi, amplificandole e dipingendole in una luce positiva (sì, sto guardando te, Batman).
    Il film d’avventura “classico” ruota attorno all’idea di poter andare altrove e scoprire/affrontare qualcosa di diverso. L’avventura implica una geografia, un mondo nel quale, svoltato l’angolo, ci si trova davanti qualcosa di nuovo e diverso e … “wow!”
    Pensa in questo film ai personaggi di Evelyn (prigioniera in biblioteca e in un certo aspettative sociali) o Rick (prigioniero in una prigione Egiziana e della propria classe sociale). La prigionia è metaforica e reale, così come lo è la fuga verso l’avventura.
    Sono storie “d’evasione” nel senso più letterale del termine – il posto in cui sei fa schifo? Corri un rischio e vai altrove.
    I film d’azione del ventesimo secolo sono film in cui non puoi scappare da nessuna parte – sei prigioniero qui per sempre, non hai alcun controllo, l’unica cosa che puoi fare è diventare il detenuto violento che tutti gli altri evitano e “rispettano”.
    Ci sarebbe da fare un lungo discorso complicato. Magari, prima o poi… 😉

  4. Ogni volta che passa in tv un’occhiata la si da sempre, perché è uno di quei film che non stanca mai, rimane invariato il divertimento e non solo quello 😉

  5. Amo moltissimo questo film per motivi personali e oggettivi. Mi piace il periodo storico, l’ambientazione, l’Antico Egitto. Gli attori sono tutti in parte, un abbraccio virtuale a John Hannah, la regia ti accompagna come un vecchio amico. Passano gli anni e non mi stanco di vederlo. Rachel Weisz è un incanto, fa la finta svampita un po’ alla Marylin Monroe. Le citazioni si specano, ed è divertente inuirle, sia quelle smaccate che quelle più oscure. Pur come dici tu se non è un film citazionista, tutto sembra autentico, naturale, in una parola perfetto. No fa paura, ma calma per chi odia gli insetti e affini non è una passeggiata.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Horror, avventura, azione e humour in un mix che funziona alla grande ad ogni visione, a partire dalla mia prima in sala ormai più di vent’anni fa (nemmeno io ricordo i due seguiti con particolare entusiasmo, lo ammetto, per quanto almeno il secondo forse non sia del tutto da buttar via)…

  7. Mai capito l’odio per “Van Helsing”, mio guilty pleasure. Io l’ho sempre trovato molto divertente…con quella trovata del “fusibile”…
    Comunque, compiti per casa: recuperare la mummia, sempre snobbato negli anni della mia adolescenza scioccamente intrasingente…

  8. Max Fallgruver · · Rispondi

    Da questo film in avanti ho amato la Rachel Weisz senza se e senza ma. Bellezza non convenzionale e attrice capace di fare tutto (immensa in Agora).

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